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La pazza gioia. Sul set del nuovo film di Paolo Virzì

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Questo pezzo è uscito sul Fatto quotidiano il primo giugno scorso. Ringraziamo l’autore e la testata.

(fonte immagine)

di Malcom Pagani

Puttane e ciuffi d’erba ai bordi della strada. Al sesto chilometro, il casale. Seicento ettari affacciati sul Tevere occupati da un fiume di persone con il marsupio in vita e i fogli in tasca. Fari, fili elettrici e megafoni che superato uno sterrato fitto di curve e filari di ulivi, amplificano nella campagna il desiderio del regista: “Silenzio per favore”. Fino a un paio di minuti prima, con la camicia bianca, i jeans e il turibolo in mano, Paolo Virzì era al centro di una chiesa sconsacrata. Due file di sedie. Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi e le altre attrici del suo film. Una preghiera laica pronunciata al posto del prete di scena: “Mi dovete seguire, è una danza, una coreografia che dobbiamo fare tutti insieme. Intoniamo la stessa musica perché altrimenti il ballo viene male”.

Dall’altra parte avevano annuito precipitandolo ai confini del monitor per la scena numero undici del suo dodicesimo film. La pazza gioia, scritto con Francesca Archibugi, rischia di essere il più anomalo e il più coraggioso. Ci ballano dentro follie e dolori, umorismo e pietà, passioni disperate, farmaci, sbarre, cartelle cliniche e fughe liberatorie alla Thelma & Louise. Ci danzano andate e ritorni, pause e accelerazioni, scorribande e inseguimenti perché dice Virzì: “Non era possibile raccontare questa storia di donne bizzarre, vessate e sottoposte alle peggiori afflizioni senza darsi alla commedia avventurosa”. Le donne bizzarre e vessate de La pazza gioia sono figure ai margini. Ragazze fragili espulse dal lavoro, dalla famiglia e dalla società. Madri allontanate dai figli che tentano di ritrovare serenità a Villa Biondi, in una comune toscana ispirata alla lezione della Legge 180, ma sognano di volare altrove e di spaccare mura per poi ricostruire esistenze al galoppo del cavallo azzurro di cartapesta che guarda all’orizzonte dai margini del prato. Lo costruirono degenti, medici e infermieri guidati da Vittorio Basaglia all’ospedale  psichiatrico di Trieste, ai tempi in cui malattia faceva rima con reclusione. Lo fecero alto e con le gambe lunghe così che dal cancello principale non passasse e Franco, cugino di Vittorio, potesse rompere con una panchina il muro di cinta del vecchio manicomio e fargli invadere festosamente le città.

Virzì lo ha voluto qui perché accanto all’antico simbolismo si accosti l’urgenza contemporanea: “Gli internati in Italia sono ancora ottocento”. Ne La pazza gioia recitano anche persone in cura. Al posto dei camerini, hanno riadattato per loro alcune stanze della tenuta. Le pazienti hanno appeso foto alle pareti. Santini di Papa Francesco e di Tyrone Power. Hanno scritto invocazioni e lasciato segni eretici con il pennarello: “Viva il prete bello/ abbasso le suore brutte”. Nel film cantano in coro: “Con le gambe, con la testa e le ginocchia provo a andare un po’ più in su/ scaccio dalla mente questa angoscia che mi prende quando non ce la fo più”. Un azzardo terapeutico e un espediente per far giocare chi si è visto togliere troppo presto la sua casa di bambola. Valeria Bruni Tedeschi interpreta Beatrice Morandini Valdirana, una nobile decaduta che somiglia alla Nora Helmer di Ibsen prima del ravvedimento. Una bambina scatenata, viziata, bellissima sposa di un avvocato potente che a un certo punto della propria esistenza, tra “uno strepitoso abitino corto” e un “massaggio ayurvedico” ha perso misure e profumi del mondo reale senza smarrire protervia e classismo verso chi indossa una livrea: “Esci da questo complesso di inferiorità sociale. I servitori, che servano”.

L’antitetica Micaela Ramazzotti è Donatella Morelli, figlia di Floriano, leader del Trio Uragano ed ex sedicente pianista di Gino Paoli. Una fanciulla magra, selvatica, debole e diffidente. Sul collo ha tatuato “I miss you dad”. Negli occhi, la tempesta. Le due si incontrano a Villa Biondi e dopo qualche fondamentale chiarimento: “Mica farai parte di Se non ora quando, tu?” proveranno a sovvertire il quadro mostrandosi molto più affini di quanto non appaia. Come sempre nelle opere di Virzì si piange e si ride. Ridono i macchinisti al limitare del set: “Girata questa è ‘na passeggiata, rimangono dù cosette, stasera finimo presto”, “Dici? Martone pe ‘ffa un dettaglio in un cortometraggio ci ha fatto fà un bucio de culo che non hai un’idea”. Ridono le finte suore in attesa che inizi messa mentre sullo sfondo, enorme, in bella vista, brilla una Madonna a tinte psichedeliche: “Mio marito vuole la pasta fatta in casa, ma io con queste mani non gliela posso più fare”, “Tu compragliela e poi sporca di farina la cucina. Faccio così da dieci anni, non s’è mai accorto della differenza”. Ride Valeria Bruni Tedeschi che riceve direttive da Virzì su “un pretino africano di un bello che sembra un bronzo di Riace” e sullo sguardo da destinargli: “Guardalo come se fosse Mimmo Calopresti”. Ride Enrico Nigiotti che si era visto a Sanremo e su tutt’altro palco con la chitarra interpreta Ave Maria di De André: “E te ne vai, Maria, tra l’altra gente/che si raccoglie intorno al tuo passare/ siepe di sguardi che non fanno male/ nella stagione di essere madre”.

In questa reggia semiabbandonata appoggiata sulla Via Tiberina in cui nel ’94, forse in sfregio al proprietario Roberto Mezzaroma, ignoti fecero irruzione distruggendo ogni cosa e lasciando un insulto reso meno feroce dal refuso: “Fuc iu”, la banda di Virzì ha riportato vita, diffuso melodie e ricostruito una casa di cura pistoiese. I murales alle pareti a coprire i calcinacci. Donne e uomini in cerchio. Gente che si tiene per mano. Messaggi: “Io sto bene/io sto male/io non so mai come stare”. “Qui vale tutto”. “Visto da vicino nessuno è normale”. “Siamo i gatti neri/siamo i cattivi pensieri”. Nelle canzoni di Dalla non avevano da mangiare, ma qui, più in là dei cestini da set su cui viaggiano panini dalle abissali farciture, il nutrimento è altrove. Nella prima cosa bella concessa a persone che vedevano in faccia l’orrore da troppo tempo. Nell’emozione degli occhi vergini. Nel mare indistinto di ordini e contrordini. Nel ribadire continuo di intenzioni che si trasformano in realtà. Valeria Bruni Tedeschi ha un cerchio rosso tra i capelli e una premura: “Non è meglio mettere il microfono già adesso?”. Le danno retta e nel caos attivo l’ipotesi diventa eco, passaggio di consegna, piccione viaggiatore nella mani di Betta Boni, aiuto regista con timbro baritonale: “Microfoniamo le attrici nel frattempo?”

Qualcuno esegue, altri si muovono spostando panche, sedie e carrelli paralleli alla navata. Tutti hanno tasche larghe da cui spuntano fogli. Un’aria indaffarata. Qualche perplessità: “Ma ci hanno tolto la corrente senza dirci niente?”. Gli spazi sono stretti: “Occhio che è campo pure quello” ti avvertono. E lo fanno con l’aspetto di chi non ripeterà l’invito. Chi è nuovo vorrebbe sprofondare. Chi come il fratello di Paolo, Carlo Virzì, sa come muoversi, è serafico: “Quando ci cacciano, ci cacciano”. “I film sono più armoniosi della vita” diceva Truffaut in Effetto Notte. “Sono treni lanciati”. Partono, sbuffano, arrivano: “Gli attori sono a loro agio con i personaggi, la troupe è affiatata, i problemi personali non contano più. Il cinema impera”. Ora il proscenio è occupato dalla scena 19/11. Vista la difficoltà di trovare l’alba dentro l’imbrunire, bisogna fare in fretta. Finire prima delle 19.

Sfruttare la luce: “Vai subito che è uscito il sole”. La segretaria di edizione si chiama Giulia Contino. È una ragazza dallo sguardo intenso, severo e come Dario, l’altro altissimo assistente di Virzì, segue il regista come un’ombra. L’atmosfera è concentrata, vigile. Il capo cantiere alterna preoccupazioni ludiche: “Valeria è incazzatissima con me, devo andare a parlarle” a conversazioni sincere sul personaggio da tenere a bassa voce con l’attrice: “Questo gesto è finto e impacciato, dovresti essere emozionata. Lo sguardo è bello, ma adesso eri un po’ maliarda e un po’ figlia di mignotta, ti vorrei più fragile”. Nella confidenza e nella fiducia, i toni provocano diffusa ilarità: “Sono stufo, il sudore per le attrici è pronto?” e sono intervallati da sferzate ironiche che hanno come apparente bersaglio Guido Michelotti, l’operatore biondo che domina il Dolly: “Guido, tu parti così? Perché? Scusami, pensavo di averti istruito in altro modo” e come obbiettivo reale un’inquadratura che convinca davvero Virzì. Fa spostare Michelotti. Lo stimola. Quello indossa una maglietta che lo collocherebbe nel girone degli indecisi: “Non parto/non resto” e invece, risoluto, trova un guizzo. Il cerchio quadra: “Ecco, mi aspettavo questo Guido: che mi facessi una propostina”.

Virzì sembra soddisfatto. “Più semplice è e meglio è”. Dà indicazioni: “Stringi su di loro non appena si sono alzate, correggi, correggi”. Uno sguardo allo schermo. L’altro a Betta Boni: “L’impressione non era tanto buona, stop, stop, la rivediamo. Vorrei Valeria e Michi al monitor”. Per il marito, Micaela Ramazzotti è Michi. Hanno un’empatia tenera e svagata. Si tengono per mano senza esibizionismi. Confabulano. Lei si giustifica: “Non volevo impallarli”. Lui la rassicura: “Ne discutiamo solo per coordinarci sulle posizioni”. Si ricomincia. “Vediamo se siete bravi a fingere di essere cantanti, quelli abili fan tutti il playback”. I figuranti muovono la testa in segno di assenso. Altre agitazioni. Altri istanti febbrili. “Son tutti livornesi” nota Carlo Virzì che del fratello ha curato le colonne sonore fin dal 1997 e che non fosse per la struttura fisica avrebbe potuto recitare da gemello: “Guardi quello, è Paolo Ciriello, il fotografo di scena, lavora con Paolo da sempre e guardi quell’altro, è uno degli attrezzisti più bravi d’Italia, faceva una comparsata in Ovosodo, si ricorda di Wyoming?”. Cerchi nella memoria e scavallati gli anni e messi a fuoco i lineamenti, lo vedi sullo sfondo ocra del quartiere Corea, Vladimiro Cecconi detto Wyoming. Lo trovi a cimentarsi nel rutto e a ripetere con emissione brusca e rumorosa dalla bocca una serie di parole: “Sapeva dire anche baule, Aurelia, Aiuola e Palaia che era il paese della su mamma”.

In questi anni, Virzì non ha lasciato nell’angolo nessuno. Chi c’era all’inizio, salvo dipartite o scelte individuali, è rimasto. Una famiglia cinematografica con gli stessi parenti di ieri. Un’Arca in cui la passerella è sempre aperta per incontrarsi a prua, capire se si è cambiati e riconoscersi nuovamente. A Virzì e a Francesca Archibugi, fratelli acquisiti da un quarto di secolo è accaduto di nuovo con La pazza gioia. Lei ha portato il suo equipaggio. Lui ha fatto lo stesso. Sono salpati. Due intelligenze al centro di una favola dura e niente affatto consolatoria in cui come per miracolo, i voli de Il grande cocomero e i disastri esistenziali de L’albero delle pere, hanno trovato nel regista de Il capitale umano l’ideale pista di atterraggio per fondere pietà e umorismo, abissi e riscatto. In una pausa, tra uno scambio di informazioni con la delegata di produzione della Lotus di Marco Belardi e una battuta, Virzì lascia scivolare l’incanto delle prime due settimane di riprese e lo racconta con pudore agli amici che avendo letto la sceneggiatura gli domandano se sia contento: “Mi sto rendendo conto che più di quanto avessi previsto e nonostante nella narrazione non si omettano calvari, dolori e inferni segnati dall’esclusione e dall’accanimento giudiziario, stia venendo fuori un film molto più allegro di quanto pensassi”.

Gli chiedono delle ragazze di Villa Biondi e lui risponde di getto, quasi commosso: “Tutto ciò che è meccanico risulta fittizio. Tutto ciò che è spontaneo, meraviglioso. Ieri sera abbiamo girato una scena in camerata. Le pazienti facevano le sceme, rubavano vino alle suore, si prendevano in giro tra loro. Una scena così puerilmente felice, a mia memoria, non l’ho mai girata”. Qualcuno fa notare la sintesi perfetta tra Bruni Tedeschi e Ramazzotti, i loro tempi comici, la spontaneità che le fa librare altrove come accadrà anche nella finzione: “Le avevo adocchiate sul set de Il capitale umano, Michi era venuta a trovarmi. Le ho osservate da lontano e poi ho capito che questi due diversi tipi di follia avrebbero potuto essere complementari. Sono due grandi attrici”.

Le osserva nuovamente e scruta il brulicare scomposto dell’ultima fatica messa in piedi. Le maestranze che costeggiano il biliardino nel chiostro. La bandiera della pace, lisa e esposta al vento. Il cielo diventato improvvisamente nero e preoccupante. Ragiona a voce alta: “Il tema del film è il labile confine tra il sano e l’insano. Un equilibrio sottile e forse invisibile”. A Torino, l’anno scorso, aveva detto quasi le stesse cose: “Che farmaci prendete per dormire? Picchiate vostra moglie? Cosa dite in mezzo al traffico? Una divisione così netta tra chi è considerato normale e chi è malato non esiste. Anche se le nostre società hanno sempre tentato di escludere queste persone”. Virzì e Archibugi hanno percorso il sentiero in direzione opposta. C’era un pericolo sulla mappa. Non l’hanno evitato. L’anno prossimo, forse, saranno a Cannes anche loro: “Sono contento per i miei bravi collegoni. I film di Moretti, Garrone e Sorrentino sono belli. Paolino non sbaglia mai”. Paolino è Sorrentino: “E io sono Paolone. Il soprannome ce lo diede Nanni. Ci convocò per recitare entrambi ne Il Caimano. Un impegno leggero che per Paolino si trasformò in tormento. Con me Moretti fu magnanimo ‘Paolone è perfetto’. Con lui spietato ‘Paolino, oggi non sei in forma, ne facciamo un’altra’. Lo tenne fino a notte”. Succede su tanti set. Qui, due invocazioni in successione: “Ragazzi la giriamo, grazie”. “Ci prepariamo a girarne una”. L’illusione della pace. Un’altra voce: “Motore, azione”. Paolone ha già le cuffie in testa. Se le toglie: “Non mi convince l’entrata in campo, ripartiamo”. Si è fatto tardi, ma come diceva il Cacio del Mignon è partita di Archibugi: “Non siamo noi che facciamo tardi, è il tardi che arriva travestito da presto”.

Commenti
2 Commenti a “La pazza gioia. Sul set del nuovo film di Paolo Virzì”
  1. Claudio Crialesi scrive:

    Ho visto ieri ”la pazza gioia”. Un film schietto e delicato. Solo qualche tocco d’ironia quella che facilmente possiamo sentire quando incontriamo un ”matto”. Eppure lentamente quest’opera permette di avvicinarsi alla cruda verità di una gioia impazzita, di una ricerca disperata di felicità che sembra sempre fuggire all’orizzonte.
    Una volta tanto anche medici e operatori non sono macchiette, ma persone che ogni giorno inventano un modo per occuparsi del dolore mentale.
    Grazie Virzi’.
    Claudio C (un addetto della salute mentale).

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