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La pena di leggere. A proposito di lettura in carcere.

di Giada Ceri

La cultura che rende liberi. I libri come chiave per uomini chiusi a chiave. La lettura libera-mente… E avanti così. Nulla, nemmeno una pandemia, riesce a far tacere certa retorica paternalistica che in carcere trova un terreno fertile per esprimersi (in assenza di contraddittorio).

Questa e altre ragioni fanno dell’istituzione totale un osservatorio sociale di interesse collettivo.

Qualche mese fa nella casa circondariale “Le Sughere” di Livorno è stato avviato un progetto di lettura ad alta voce con la riunione, ogni quindici giorni, di persone detenute per leggere e commentare un libro insieme da alcuni volontari. Ma l’iniziativa non ha ricevuto una larga accoglienza e la biblioteca dell’istituto, nella sezione di media sicurezza, ha continuato a essere poco frequentata. Poi ecco l’emergenza legata alla diffusione del Covid-19, con la sospensione dei colloqui in presenza con i familiari allo scopo di prevenire il contagio, e un’idea per stimolare i detenuti alla lettura: una telefonata o una videochiamata in più per ogni libro letto. (Il bibliotecario e i volontari impegnati nel progetto individuano i testi da proporre con una scheda che deve essere compilata in modo da dimostrare che il libro è effettivamente stato letto.)

“Vogliamo dare nuovo impulso alla biblioteca dell’istituto e ai progetti legati alla lettura”, ha detto il direttore, “perché crediamo davvero che oggi più che mai la conoscenza possa fare la differenza e che la riscoperta o la scoperta della lettura in un momento come quello attuale sia fondamentale perché, come diceva Pennac, un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso”.

(Ma dagli apologeti della “cultura” non ti salva nessuno.)

L’idea in sé non è nuova.

“Aprire un libro, in Brasile, servirà ad aprire anche le porte del carcere”: così, o con sintesi non molto diverse, qualche anno fa varie testate giornalistiche italiane dettero notizia del Reembolso através da leitura, programma di recupero approvato nel 2012 negli Stati del Paraná e del Ceará sotto la presidenza di Dilma Rousseff e realizzato successivamente anche altrove nella repubblica federale.

Il Reembolso permette, a determinate persone detenute, uno sconto di pena pari a quattro giorni in un mese per ogni libro letto fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La lettura del libro deve essere completata entro ventotto giorni, quindi viene verificata, a partire da una recensione scritta e da un colloquio sostenuto con un docente, sulla base di alcuni parametri prestabiliti (comprensione del testo; uso corretto dei paragrafi, dell’ortografia, dei margini; grafia comprensibile). La possibilità di accesso al programma dipende da una valutazione dei giudici che si riferisce al reato commesso; per ottenere lo sconto della pena occorre conseguire, nell’esame previsto alla fine della lettura, almeno un punteggio minimo pari a sei.

Sui risultati dell’esperienza brasiliana non sono stati pubblicati dati precisi; tuttavia, il Reembolso è diventato per alcuni una fonte di ispirazione.

Nel 2014 l’allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l’istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti, ricalcando il metodo brasiliano (con minime differenze) a partire dalla prospettiva di una pena che fosse non punitiva ma rieducativa: chi legge, dichiarò Caligiuri, conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Ma all’iniziativa, arrivata in Parlamento, non fu dato alcun seguito.

Nel 2015 la deputata Pd Daniela Sbrollini inserì il metodo brasiliano in un nuovo progetto di legge, e anche di quello non si è saputo più nulla. Nel frattempo, però, i progetti, corsi, laboratori e concorsi variamente legati alla lettura e alla scrittura (autobiografica, creativa, giornalistica, poetica, teatrale…) hanno continuato a moltiplicarsi negli istituti penitenziari d’Italia, sia pur in maniera non omogenea. “Scrittura d’evasione” (corso di scrittura creativa nel carcere di Sollicciano); “Il tempo libero scorre” (laboratorio di lettura e scrittura creativa nel carcere di Milano-Opera); “Parole oltre il muro” (concorso riservato ai detenuti del carcere di Piacenza); il “Premio Goliarda Sapienza. Racconti dal carcere, rivolto a detenuti italiani e stranieri”… L’elenco, qui necessariamente impressionistico, comprende anche un Corso di scrittura per guida turistica, un Laboratorio di giornalismo sociale e infine il progetto proposto nel carcere di Livorno.

Dunque, ci risiamo: “invogliare a correre il rischio della lettura” nei giorni del coronavirus… Ma si può fare di più, se non di meglio.

Nell’aprile 2013 la Corte di giustizia dello Stato di San Paolo annunciò la possibilità di concedere ai detenuti la “pena della lettura”: espressione che farà storcere il naso a qualcuno ma a me non pare peggiore di altre, utilizzate magari con le migliori intenzioni, come “promozione dell’amore per i libri e della cultura”.

L’amore per la “cultura”, appunto. (Metto il termine tra virgolette perché, preso da solo senza alcuna contestualizzazione, ha un significato tanto vago che se ne perde il senso. Cultura vuol dire semplicemente coltivazione: di cosa? Quando? Dove? Da parte di chi?) Se in Italia i lettori scarseggiano, i promotori dell’amore per i libri e la cultura si danno invece parecchio da fare. Anche oggi, anche in carcere, whatever it takes.

Sembra un’altra era, ma è stato soltanto lo scorso 8 ottobre: in un incontro organizzato a Rebibbia dall’ufficio del garante delle persone private della libertà si discusse tra detenuti, insegnanti, volontari, direttrice, provveditore, magistrato di sorveglianza del metodo brasiliano e di una sua possibile applicazione in Italia. La cultura rende liberi? Allora non potrebbe aprire, oltre alla mente, anche le porte di un carcere?

Formulai la domanda intendendola come una provocazione: il Reembolso e le sue declinazioni italiane possono essere giudicate in modi diversi, ma sta di fatto che la dimensione strumentale dello scambio è ben presente in varie forme dentro le nostre carceri (e fuori): la riabilitazione della persona ristretta (o rieducazione, o “trattamento”) si fonda su meccanismi di punizione e premialità e la nostra giustizia resta fondamentalmente retributiva. Possiamo allora provare, chiedevo, a rendere schietto lo scambio fra detenuto e amministrazione penitenziaria orientandone la strumentalità in una direzione più costruttiva, foss’anche “solo” quella di ridurre il danno che il carcere arreca? E possiamo magari, contestualmente, intraprendere una riflessione disincantata e non ipocrita su questa formidabile coppia, rieducazione e cultura, per capire quale genere di convergenza possa esserci tra le due, tale da far sì che il carcere svolga il compito che alle pene assegna l’articolo 27 della Costituzione? (Alle pene: non necessariamente al carcere.) Vogliamo finalmente fare a meno del giudizio morale sulle intenzioni, sulla loro maggiore o minore schiettezza e libertà in un contesto – la galera – che è stato pensato e fatto apposta per privare della libertà? Per chiederci se la cultura possa e debba rendere migliore l’individuo, e cosa significhi “migliore”, cosa intendiamo per buono e se quello delle valutazioni morali non sia un ambito dal quale il diritto, almeno lui, dovrebbe in definitiva astenersi.

Dice l’articolo n. 15 dell’Ordinamento penitenziario che il trattamento del condannato (“un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale”) è svolto avvalendosi principalmente, tra l’altro, dell’istruzione e delle attività culturali. Dicono i fatti che da tempo la galera è diventata, come la chiamò Alessandro Margara, una discarica sociale, in cui spesso finiscono persone che all’istruzione hanno avuto scarse o nulle possibilità di accesso. “Cultura in carcere”, insomma, non è una passata di fard sul volto di un lebbroso e fino a poche settimane l’idea brasiliana e i suoi successivi derivati non erano privi di interesse. Oggi però lo scambio fra lettura e qualche genere di beneficio in più di cui godere dentro quella che minaccia di essere una bomba epidemiologica – il carcere italiano, già condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – assume un significato diverso e richiede alcune riflessioni. A partire da una domanda che rivolgo alla direzione delle “Sughere”: può essere oggetto di scambio qualcosa che ha a che fare con il diritto all’affettività?

 

 

 

Commenti
Un commento a “La pena di leggere. A proposito di lettura in carcere.”
  1. Rosi Giua scrive:

    Grazie per questo articolo. Da diversi anni la nostra associazione Tusitala di Cagliari lavora in biblioteca nel carcere di Buoncammino prima e sino a qualche mese fa a Uta il nuovo carcere. I nostri incontri con Max 20 detenuti erano finalizzati alla lettura di un libro x anno ( autore Pasilinna x 2 anni consecutivi) e alla riscrittura dello stesso da parte dei partecipanti. A fine incontri si presentava un reading concerto con i nuovi testi scritti dai detenuti. Purtroppo il pubblico esterno non poteva assistere.

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