La perla di Labuan. A duello con Salgari

Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini.

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale. All’individualismo borghese viene offerta, in un clima etico e ideologico che è quello post-unitario dell’Italia fra i due secoli, una poetica avventurosa, elementare ma efficace. Purtroppo Salgari è così ossessionato dai suoi fantasmi che finirà per assumerne le sembianze.
Non si può non considerare l’uomo, la sua semplice storia triste, quasi pirandelliana: la moglie in manicomio, il padre morto suicida, e lui stesso che, oppresso dalla nevrastenia e terrorizzato dal diventare cieco, muore suicida. “A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Non sarebbe così sconvolgente il biglietto del suicidio se non perché per ogni bambino “sanguinaria” è l’immaginazione – che circonda scimitarre, kriss, arrembaggi, i pirati della Tortuga e i tigrotti a Mompracem –, ma non certo la realtà.
Non è il gesto estremo di un narciso patologico delle lettere, ma la conclusione dolorosa di un’esistenza tragicomica, che calza a pennello con il gigantismo in-sostenibile dei suoi personaggi, in particolare dei protagonisti. Un uomo disorientato, foriero di bugie sulla data di nascita e su viaggi mai fatti, che sfida a duello un collega giornalista che mette in dubbio il suo titolo di capitano, ma anche consigliere per anni della Società di Ginnastica e di Scherma Bentegodi di Verona, commerciante sfortunato di bicicli, soprannominato dai suoi amici e colleghi “tigre della magnesia”… Tra le due oscillazioni, quella del dinamismo e quella dell’inettitudine si uccide schiacciato dalla seconda, in miseria e sfortunato. Nella realtà cittadino di due città (Verona e Torino), con la fantasia un cosmopolita apolide.
Non è una responsabilità dei ragazzi di oggi aver interrotto la tradizione, ormai novecentesca, di leggere Salgari, e sarebbe di grande attualità confrontarsi con il suo concreto esempio di un disadattamento letterario e biografico. Le condizioni in cui si trova la società contemporanea sono stravolte: per capire il tramonto di Salgari, la sua distanza da un immaginario pensato per il presente e anche la progressiva perdita di terreno in tutte le altre sfide, è utile prendere coscienza che, quando un tessera del mosaico viene sostituita, quel cambiamento è irreversibile: niente sarà più come prima. Riflettere su Salgari significa ripensare a quel gruppo di fortunati autori che sono riusciti davvero ad essere nazionalpopolari. Certo il popolo è scomparso ed è rimasta la società dei consumi, ma le avventure del Corsaro nero e delle Tigri della Malesia hanno presidiato le camere dei ragazzi con continuità almeno fino agli anni ottanta.
Lo stravolgimento successivo preparato con dovizia dal mondo televisivo si è palesato con tutto il suo potere deformante e ha spazzato via, dal panorama delle letture condivise da alcune generazioni, Salgari insieme a molti altri.
Kabir Bedi non è più l’icona esotica che ha rappresentato Sandokan nell’omonima serie televisiva italiana, ma un bolso personaggio decadente che fa coppia con l’ombra del Totò Schillaci nazionale alla seconda edizione dell’Isola dei Famosi: la realtà supera la fantasia, ma quel che è peggio con la parodia. Ecco che si palesa così il talento dei comunicatori di professione: si pesca dagli anni settanta, ottanta e novanta (se lor signori si son fatti logorare affari loro, certo non è un sacrilegio) e si ributtano in acqua organismi mutati e inquinanti.
Per fortuna per i lettori di Salgari le versioni televisive non sono che l’occasione di poter fare un tuffo nella memoria più o meno recente, nelle intermittenze del cuore evocate dai ricordi della propria infanzia. Salgari è destinato, per le sue stesse scelte e per il suo stile poco raffinato, non solo a non essere consacrato, ma ad essere sempre sull’orlo del declassamento: il lasciarsi trascinare nella stesura di torrenziali corpo a corpo e l’indagine solo epidermica della psicologia dei personaggi lo condannano al limbo, sul confine della letteratura.
Salgari non è un eversivo – forzatura del saccheggio postumo della critica fascista – casomai il contrario: Salgari educa a una dimensione collettiva, ci spera. I racconti dall’isola di Mompracem, nelle cloache indiane oppure della Tortuga sono narrazioni preziose di una fratellanza diversa sia da quella militare che da quella religiosa. Sceglie di esaltare i sentimenti primari, lascia ad altri il salto della complessità formale e poetica, ma il sostegno alla grammatica elementare dei rapporti umani, non è certo dannoso. Un autore così tanto letto dai ragazzi italiani per tutto il novecento si pone naturalmente al centro delle controversie critiche: la propaganda fascista lo tira per la giacchetta, lui è incapace di resistere perché defunto una decina di anni prima (dura il tempo del ventennio), mentre Franco Fortini nel 1946 sul “Politecnico” si concentra su un aspetto legittimo quanto controverso: cosa rimane ai giovani alla fine della lettura di Salgari? “Ma Salgari non fu un ‘caso’, fu un ‘sintomo’. È stata una delle nostre ‘ambizioni sbagliate’. Non era, la sua fantasmagoria, un avvio alla realtà, alla storia; come lo erano, per gli americani e per gli inglesi, i suoi equivalenti anglosassoni. Era una fuga: quando il nostro ragazzo chiudeva distratto l’ultimo dei suoi venti o trenta volumi e si accorgeva di non esser più ragazzo, il mondo intorno a lui non aveva nessun rapporto con quello degli scotennatori, della Crociera delle Tonante, o della Figlia dei Faraoni”.
Una considerazione da affiancare all’articolo sul “Politecnico” è la sintesi di Bruno Traversetti nella sua Introduzione a Salgari per Laterza, quando lo descrive come uno scrittore con tutte le credenziali per essere considerato nazionalpopolare (vista l’immensa fortuna di pubblico), senza che questo basti a renderlo un autore “nazionale” e “popolare” come sosteneva Gramsci. Si avvalora così la tesi che vede nel nostro paese “l’assenza di una tradizione unitaria e coesiva, di una produzione, cioè, in grado di sollecitare l’emotività e l’interesse di tutte le classi sociali intorno a grandi temi comuni” tranne nell’unico
genere nazionalpopolare italiano, quel melodramma (che in Salgari risuona) che ha “elaborato in vivi fantasmi dell’immaginario le inclinazioni emotive di tutti gli strati sociali”.
Fortini chiede al presente ai suoi coetanei di reagire, andando oltre Salgari, quando non ancora trentenne ricorda, guardando al futuro, che “la gioventù italiana andava avanti, come ha fatto fin ora, costretta a dir di no al proprio passato, a gettar via per dimenticarli, uno dopo l’altro, i suoi anni”.
Quello che rimane dell’opera di Salgari è l’energia, probabilmente la forza della disperazione, dei tigrotti di Mompracem e dei corsari della Tortuga che afferrano il lettore nel pieno dell’infanzia e che sembrano dileguarsi con il crescere, per riprensentarsi come cellule dormienti alla resa dei conti con il proprio immaginario, con il rapporto che ognuno si costruisce con il pericolo e il mistero: ingredienti dell’avventura.
Il terreno dell’avventura è stato colonizzato a più riprese e reso inservibile, addirittura innocuo: ripartire da Salgari può essere un’occasione per capire cosa ci serve e cosa buttare. Ogni pagina un colpo uno sparo una scimitarra e un kriss, ogni capitolo un arrembaggio e qualche sorsata di aguardiente: Salgari non sostiene la suspense, ma l’atmosfera è comunque satura di mistero. La sua cifra poetica è proprio l’avventura come formazione è l’immediatezza disarmante con cui si è spinti a entrare nella dimensione del pericolo correndo lungo le pagine. Il lettore non può che trangugiare, deve succedere tutto anche a discapito della narrazione, anzi della letteratura, e forse non può essere altrimenti. Il bambino che legge ha la percezione che la sfida è continua, ma soprattutto non rimandabile a domani. E se si pensa a quanto – nell’infanzia e nell’adolescenza – è importante più di ogni cosa il presente e non il passato e
neppure il futuro, allora si capisce come Salgari abbia catturato la fantasia di tantissimi ragazzi. Amici adulti, o parenti, né letterati né intellettuali, ma persone semplici e perbene, a un certo punto hanno messo sul comodino i romanzi di Salgari e poi vedendo gli occhi accendersi hanno continuato con le dosi; così più o meno tutti hanno fatto, così diverse generazioni hanno letto.
Paco Ignacio Taibo II ha appena pubblicato un pastichedal taglio smaccatamente postmoderno Ritornano le tigri della Malesia (più antimperialistiche che mai). E certi recuperi appaiono fuori tempo massimo, ma portano con sé un dato importante: l’orizzonte delle avventure di Sandokan ha ispirato l’infanzia anche oltre oceano. Il modo è quello degli archetipi dei romanzi: “il codice etico dei tre moschettieri, l’atteggiamento impavido di Robin Hood e l’antimperialismo di Sandokan”. La minestra è riscaldata, si avverte addirittura uno scompenso quando si arriva alla lettera recapitata a Yanez de Gomera niente di meno che da Friedrich Engels (!). L’affettuoso ricordo che probabilmente Taibo II aveva di Yanez è stato ruminato dall’intellettualismo slow food: esattamente agli antipodi di quella insoddisfatta tensione iperproduttiva di Salgari, l’urgenza è uno di quei criteri indispensabili per smascherare il kitsch, per riconoscere la credibilità.
Di tutt’altro impasto Otto scrittori, il commovente e geometrico racconto Michele Mari inserito nella sua raccolta Tu, sanguinosa infanzia (2009): il narratore vede Conrad, Defoe, London, Melville, Allan Poe, Salgari, Stevenson, Verne come un unico immenso scrittore, ma immergendosi in un humus fatto di memoria e parole inizia a definire meglio chi è lo scrittore più autentico “del mare e delle sue tremende avventure”. Si deve tacere la fine del racconto, ma non il come vi si arriva e, dunque il terzo a doversi allontanare è proprio Salgari: “Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassero i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. […] E dietro di loro comparve un altro gruppo di persone, e con un brivido riconobbi Sandokan, la Tigre della Malesia; e Yanez de Gomera, il portoghese; e Kammamuri e Tremal–Naik; e il Conte di Ventimiglia detto il Corsaro Nero; e Wan Guld, il fiammingo; e una delegazione di filibustieri della Tortuga; e a una voce dissero: noi andiamo con lui, e io lo pensai in quel bosco alle porte di Torino, tutto solo con un rasoio in mano, e l’universo non mi sembrò mai così orrendo”.
Sembrerà impossibile ma negli anni cinquanta insegnanti e genitori erano pieni di sacra indignazione contro le opere di Emilio Salgari: responsabile a detta loro di bocciature e fomentatore di progetti strampalati. Il libro che leggono i bambini non ha infiniti obiettivi, c’è da sperare che sia immerso – a fronte dell’inettitudine conclamata della scena pubblica, inattiva e inattendibile – in un immaginario, che non indulga ai sedativi, ma che anzi sia un po’ combattivo.

Commenti
Un commento a “La perla di Labuan. A duello con Salgari”
  1. nic villas scrive:

    Qui si possono leggere altri articoli degli “Asini” in anteprima: http://www.gliasini.it/index.php/catalogo/gli-asini-rivista/gli-asini-numero-4

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