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La pioggia a Cracovia

di Simone Consorti

 

IL VAGABONDO

Questo non lo scriva, ma ho pisciato sulla statua di Wojtyła. Non una statua qualsiasi, proprio quella davanti al castello, in cima alla collina. Più che altro contro il basamento, ma quella notte mi sentivo un fiume in piena, trascinato dall’alcool, e, se ci fossi arrivato, avrei puntato molto più in alto. Giuro che potevo continuare a bere vodka e a innaffiare, se non fosse stato per il giardiniere. Quello si alza prestissimo e, a qualsiasi ora, ha sempre la stessa faccia severa, sempre lo stesso aspetto, come se fosse il sosia di se stesso; poi usa le tenaglie, con quell’espressione sadica, quasi stesse tagliando organi sessuali invece che rami. Comunque, vede che non sono diverso dagli altri e che mi comporto come tutti i mendicanti? Anzi peggio, direi, perché qui siamo in centinaia a dormire per strada, ma su nessun muro, in nessun giardino o vicolo senza uscita sentirà mai odore di urina. Qui tutto è pulito; nei locali gli orinatoi hanno diverse forme e dimensioni. Sopra c’è scritto birra o vodka, a seconda. Ci sono anche lavabi speciali, fatti apposta per vomitarci. Qui nei bagni pubblici, dove chiudersi dentro costa 4 złoty, e 2,50 pisciare davanti agli altri, a noi ci fanno entrare gratis, anche se siamo quelli che sporcano di più. Per noi dovrebbero fare un orinatoio speciale con su scritto birra più vodka più qualsiasi altra cosa. «La nostra mira è tenere pulito, la vostra mira può aiutarci», scrivono. Comunque all’inizio, tre anni fa dico, volevano farmi pagare normale, perché sembravo proprio un professore, con gli occhiali, oltre che un turista, per la mia macchina fotografica. Quella sono tre anni che l’ho persa o me l’hanno rubata o fatta sparire per sfregio o forse l’ho venduta o data in pegno, insieme con le foto che ci ho lasciato dentro. Gli occhiali, invece, eccoli, non li ho persi, ma ho perso diversi gradi nel frattempo. Ora, anche quando mangio, vedo sempre un po’ sfocato. Come se si confondessero i contorni e ognuno sembrasse qualcun altro. Se mi guardo allo specchio, quando vado nei bagni, è lo stesso. Mi confondo con quello che è venuto qui la prima volta, ormai sono tre anni, a fare degli scatti. Ormai non ricordo più, con esattezza, che tipo di foto fossero. So solo che volevo fare tante cose per sentirmi degno di una persona, e poi però ne ho fatte altre per non essere più all’altezza nemmeno di starle davanti o parlarle.

 

IL FOTOGRAFO

Recapitato alle 22.14 del 21/9

Letto alle 20.07 del 22/9

Ciao Bianca, spero ti sia un po’ passata. Non so se, come ti auguravi, ci stia facendo bene la lontananza. Io qui mi sono distaccato, un minimo, da quel pensiero fisso. E comunque il reportage procede spedito. Ho già una ventina di scatti dove viene fuori l’altra città, quella trascurata dalla stampa, lontana anni luce dalla propaganda per la Giornata Mondiale della Gioventù. A parte il servizio, sto immaginando un progetto più ampio: l’idea di una vera e propria mostra sta prendendo forma, anche se fa strano usare questa espressione per un lavoro sulle persone che si nascondono e, in alcuni casi, si dissolvono. Il titolo che ho in mente è Svanendo. Ho iniziato a buttare giù le didascalie per i singoli scatti e una scheda, corredata da una sorta d’intervista, per ciascuno dei mendicanti che si sono prestati. Oggi ne ho scattato uno che teneva sul petto un cartone marrone, come se fosse un bersaglio, mentre una ragazza tutta in tiro, con una busta della stessa forma e colore, gli tagliava di corsa la strada. La foto l’ho intitolata Ho fame ho sete ho freddo, ho fretta. Te la descrivo senza mandartela perché ho ragionato sulle cose che ci siamo detti l’ultima volta. Il fatto che siano così distanti i nostri interessi fotografici non vuol dire che siamo noi a essere lontani. E comunque, come non devo impicciarmi troppo delle tue cose, non ho nemmeno il diritto di pretendere, per ogni mio singolo lavoro, la tua attenzione e solo perché non abbiamo gli stessi gusti, trarre chissà quali conclusioni. In fondo, non c’è nulla di più diverso di queste persone tutt’uno con i loro stracci e con la strada, rispetto ai tuoi scatti di moda. Qui il pallore davvero non c’entra con la tendenza, e la magrezza da tutto è causata tranne che da esigenze estetiche. Anche se possono rimanere immobili, nella stessa posizione per ore, tra loro non ci sono pose, tantomeno artificiose. La cosa più incredibile è che ieri mi sono imbattuto, senza prevederlo, nell’individuo perfetto per il mio progetto. Appena l’ho visto mi sono sentito un po’ un prescelto ed è stato lui a ispirarmi il titolo Svanendo. Camminavo verso l’alba, quando l’ho scovato su una panchina; teneva le mani incrociate sulle spalle, tipo faraone imbalsamato dal freddo mentre i suoi occhi spalancati puntavano verso il cielo. Non l’ho fotografato sul momento perché in quell’attimo è arrivato un suo compagno che lo ha strattonato per la giacca dandogli due schiaffi. Quella scena si è ripetuta davanti ai miei occhi più volte, col tipo che strattonava sempre più forte. Mi sembrava disperato, all’inizio, come se stesse pensando quel che pensavo io, cioè che gli era morto l’amico, ma dopo altri due schiaffi, più drastici degli altri, invece di riprendere a tirarlo per la giacca, l’ha aperta infilandogli le mani in tasca. Da lì ha tirato fuori il santino di un Papa stropicciatissimo, oltre che qualche spiccio, e, comunque, io ho scattato l’attimo prima: questi occhi spalancati, dilatati verso il cielo e l’altro che per la giacchetta lo tira con un’espressione di disperazione infinita! La cosa più incredibile è che tre giorni dopo, l’ho rivisto, il finto morto, che faceva jogging nella piazza del mercato. Lì ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un ergastolano evaso da un quadro. Non mi era mai capitato di vedere un barbone correre. Ogni suo passo sembrava un calcio, come se l’aria fosse un oggetto di vetro. Erano cinque anni, da prima di conoscerti, che non correvo. Avevo il terrore di perderlo, come se non l’avessi ancora fatto, quello scatto, oppure lui me l’avesse rubato e stessi correndogli appresso per riprendermelo. In questi giorni, non solo l’ho rincorso, ma anche pedinato. Ha abitudini fisse come orologi rotti svizzeri. Per esempio entra nello stesso supermercato sempre allo stesso orario e ne esce ogni volta con tre pezzi: cetrioli sott’aceto, un panino e una banana, che consuma lungo il fiume, coi piedi nell’acqua. Mi sono anche appostato appena si è addormentato. Gli occhi li apre quando è in una specie di trance. Questa cosa ormai è di dominio pubblico o per lo meno i suoi compagni la sanno tutti. Eppure, prima di sottrargli i pochi spicci, ogni volta se ne assicurano schiaffeggiandolo con premura. A guardarli senza sapere come va a finire, quelli appaiono veramente disperati, incapaci di controllare i loro gesti, resi eccessivi dall’alcool e da un dolore così simile al lutto, mentre in realtà la pantomima si ripete per pochi złoty in tutto. Oggi, quando nessuno mi guardava, mi sono avvicinato e gli ho messo degli spicci in tasca. Non so neppure io se l’ho fatto per ricompensarlo dello scatto che mi ha regalato o solo per non dover rendere conto del furto di quell’altro, più tardi, quando mi sarei avvicinato per parlargli.

 

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Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’(Baldini e Castoldi 1999, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008, adattato per il teatro), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012),“Da questa parte della morte”(Besa, 2015), e la raccolta di racconti “Otello ti presento Ofelia” (L’erudita, 2018), oltre che diverse opere di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2017). Si occupa di fotografia e nel sito www.simoneconsorti.com sono visibili alcuni suoi lavori di street photography.

 

Commenti
3 Commenti a “La pioggia a Cracovia”
  1. se fossi fuoco arderei il mondo scrive:

    vivissimi complimenti.
    ottima scrittura
    ho già messo il suo libro un lista.

  2. simone consorti scrive:

    Grazie per i complimenti. E’ un libro a cui tengo tanto. Spero le piaccia

  3. marzia giorgi scrive:

    Ho letto altri libri di Consorti. Sono molto introspettivi, delicati, quasi femminili ma allo stesso tempo ironici. Leggerò anche questo qui.

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