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La poesia che s’intravede dentro Die, l’album di Iosonouncane

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(fonte immagine)

di Nicolò Porcelluzzi

Comprensione del testo

Manca ancora qualcosa alla fine di questo 2015 ma c’è un disco che, già in piena estate, si è imposto come serio candidato a Disco Italiano dell’Anno. Parlo di Die, di Iosonouncane. Non voglio parlare del panorama musicale contemporaneo, ma dell’ambizione letteraria del disco. I testi, in poche parole. Come se fossimo nel 2025 e Die fosse già canonizzato. Non uno sforzo eccessivo, per quanto mi riguarda.

Prima di immergermi in un oceano di materiale avrei voluto intervistare Jacopo Incani — il suo vero nome. Ho preferito però fermarmi prima di scrivergli, perché 1) Iosonouncane ha rilasciato, e non scherzo, tra le 30 e 40 interviste nel giro di sei mesi e 2) inevitabilmente, qui sotto, andrò incontro a chiavi di lettura personali e osservazioni che non possono essere altro che pallidi ritratti di scontri ad alta quota. Mi affido a Incani stesso, quando sostiene che

«Ogni interpretazione e ogni lettura sono legittime e inevitabili. Ho lavorato proprio in questo senso, creando diversi piani interpretativi. Ci si può fermare alle melodie o all’impatto sonoro, oppure arrivare a cogliere tutti i richiami interni fra i brani e le sfumature semantiche di ogni parola ricorrente. Va bene tutto».

Buono a sapersi. Le parole di Die incarnano una quantità inaudita di riferimenti più o meno espliciti: lo stesso Incani (mi piace chiamarlo per cognome, come se ai testi rispondesse una persona diversa da quella che compone le tracce) lo cita spesso e volentieri quando interrogato sulle influenze degli ultimi cinque anni.

«Ho lavorato anche sulla base delle letture di quel periodo: John Steinbeck, Ernest Hemingway, Albert Camus e Cesare Pavese, di cui ho letto e riletto in modo ossessivo il poemetto La terra e la morte».

«Ho letto tantissimo durante la lavorazione dei testi e su quelle letture ho preso appunti quotidianamente, trascrivendoli decine di volte, asciugandoli, sintetizzandoli. Di Pavese ho approfondito in maniera particolare il ciclo di poesie La terra e la morte».

«Ho lavorato quotidianamente e per circa tre anni intorno a queste parole, raccogliendo una marea di appunti, riscrivendo ossessivamente le immagini di cui disponevo, studiando alcuni autori (Pavese, Camus […])».

(Pavese viene citato in altre interviste che riproporrò più avanti.)

Non intendo quindi nemmeno minimamente, lontanamente, vagamente alludere a un plagio o a qualche idiozia del genere: chiunque si sia cimentato nel leggere molto e scrivere qualcosa sa come certe parole e certi giri di frase iniziano, inconsciamente, a imprimersi nelle pieghe tenui del cervello.

Il lavoro svolto sui testi di Incani non è da vedere quindi come una vivisezione ma come un omaggio, o un riconoscimento non richiesto nei confronti di chi si è dedicato alla creazione di un lavoro onesto, coeso, originale.

Di cosa parla Die, in poche parole? Più che raccontare, Die dipinge paesaggio — molto mare, lunghe rive, sole alto, terra morta — in cui un LUI e una LEI sono sospesi; sembrano lontani, LUI lontano nel mare, LEI immobile al sole. A unirli una disperata paura di non vedersi più. Se c’è qualcosa che il disco racconta è la sagoma dei pensieri che i due si trovano a condividere nello stesso istante. Qualche secondo dilatato in una “suite di 38 minuti circa divisa in sei parti o brani, due corali ad aprire e chiudere il disco, e quattro centrali scritti in prima persona, due per ogni protagonista.” Sempre Incani. C’è dell’ambizione. Come si chiama un’ambizione proiettata in qualcosa di effettivo?

With a little help from my friends

Prima di passare al confronto tra Pavese e Iosonouncane, una premessa biforcuta per mettere a fuoco l’operazione.

Primo. C’è una legge che si chiama legge di Zipf: considerato un corpus di testi in qualsiasi lingua, la frequenza di qualsiasi parola è inversamente proporzionale al suo rango nell’insieme delle parole più frequenti. Un esempio concreto: la parola più frequente dell’articolo che state leggendo è “di” e compare 137 volte; la seconda, “la”, compare (quasi…) la metà delle volte: 85. Eccetera.

Tutte le poesie della Plath, Viaggio al termine della notte, gli ultimi dieci numeri di Ratman: ognuno di questi testi è composto, almeno per il 60%, delle stesse cento parole.

Il linguaggio dovrebbe essere una cosa creativa, giusto? Nessuno può decidere cosa sto per dire, giusto? Tipo cacca cacca popò. Ma per quanto possa ribellarmi a tutto ciò, la gravità vincerà sempre, avvicinando la curva alle ascisse sempre nello stesso, identico modo (a meno che tu non sia l’autore del Finnegans Wake e il tuo vocabolario allunghi mostruosamente la coda di vocaboli utilizzati. Ulisse invece segue Zipf quanto Pinocchio). Come succede con la curiosa legge di Pareto (“il 20% di chi ha iniziato questo pezzo arriverà a leggerne l’80%”) o la curiosa distribuzione gaussiana (pochi leggeranno solo due righe, pochi lo leggeranno tutto, la maggioranza si fermerà tra un po’), non sono regole che si applicano in tutti i luoghi e in tutti in laghi. Rimangono molto curiose, però. Si possono applicare a un raggio considerevole di ambiti: dall’urbanistica alla musica, dall’economia alla botanica, e via così. (Un’osservazione prima di salutare Zipf. Sì, a metà settembre vSauce ha fatto un video a riguardo che è girato molto: su Reddit c’è un tizio che ha analizzato la distribuzione zipfiana del video stesso: follia).

Secondo. Franco Moretti (fratello di Giovanni, forse più noto come Nanni) insegna a Stanford dal 2000 e ha fondato qualche anno fa The Stanford Literary Lab, un collettivo di ricerca che applica la critica computazionale, in tutte le sue forme, allo studio della letteratura (la definizione è presa da qui).

Nel primo pamphlet pubblicato dal Lab, lettura consigliata, viene raccontato come tutto sia iniziato quando Docuscope, un software, è riuscito — attraverso la ricerca di certe, precise categorie linguistiche (parole o combinazioni di parole) — a dividere per genere il corpus letterario di Shakespeare. Ovviamente non paghi, i nostri amici hanno provato a fargli riconoscere i generi di un set di romanzi dell’Ottocento. Riassumendo: inizialmente si sono giustamente gasati, perché il pc riusciva a riconoscere che determinati titoli facessero parte di determinati gruppi (!). Partendo esclusivamente da caratteristiche formali (!). La frequenza di verbi al passato, o di which, o l’uso dei pronomi (!). La cosa interessante è che una pagina squisitamente gotica per Docuscope, tratta da A Sicilian Romance, sottolineava particolari formali (un certo uso del passato, per esempio) non coincidenti con “Humanscope”, la nostra idea di gotico. Quella pagina non è piena di castelli in rovina, per capirci: questo coincidere di risultati aldilà dell’unità analizzata ha portato i ricercatori a capire che i “generi, come gli edifici, possiedono caratteristiche distintive in ogni possibile scala di analisi: malta, mattoni e architettura. […] Questi tre strati non vanno a coincidere.” La logica del genere raggiunge così una profondità prima inimmaginabile.

Quando però si è sfidato Docuscope a riconoscere i generi da solo, i risultati non hanno corrisposto alle aspettative. Non ce l’ha fatta. Forse è colpa della trama. Docuscope — e MFW, un altro software con cui hanno incrociato i risultati di DS — non vede la catena semantica e cronologica che avviluppa qualsiasi trama. Ecco perché Shakespeare è più decifrabile dei romanzieri dell’Ottocento: la tragedia rinascimentale è più vincolata dal punto di vista formale, e come abbiamo visto, la forma lascia un’impronta sul medium.

La mia analisi quindi guadagna qualche grado di legittimità visto che, come riconosciuto dagli stessi studiosi, la trama è un elemento — ehm — non trascurabile nel riconoscimento di un genere: Die e i poemetti di Pavese invece, come vedremo dopo, incarnano programmaticamente che immagine > trama.

Tutta questa roba del Formalismo Quantitativo mi affascina molto, anche se è dura ignorarne gli aspetti allarmanti. Una sistematizzazione simile può fare paura: non è vagamenteriduttivo vivisezionare testi letterari al computer analizzandone i pattern emergenti? In qualità di autore, per quanto potenziale, l’idea che qualcuno possa razionalizzare così facilmente l’impulso creativo genera un certo grado di inquietudine.

Da qualche parte ho letto una citazione di Vladimir Šinkarëv che non riesco a dimenticare: “Quando penso che la birra è fatta di atomi, mi passa la voglia di bere”.

Forse però c’è qualcosa nel nostro cervello che ci salva. Immagino che un neurologo riesca a fare del sesso senza pensare ossessivamente a quali aree cerebrali gli si stiano surriscaldando. Oppure, si riesce a guardare una partita for the sake of it anche dopo la lettura di un articolo pazzesco su Van Gaal — anche se, nel mio caso, ci è voluta qualche settimana.

Quindi, rispondendo alla domanda qui sopra (non è riduttivo vivisezionare testi letterari eccetera?): se si tratta dell’unico approccio da considerare nei confronti di un testo, sì. Ma non sembra il caso dello Stanford Literary Lab. E tanto meno di questo articolo: viene presa quest’opportunità per quella che è, l’aggiunta di una nuova dimensione in una realtà che non collassa nell’impatto. Una realtà in cui la maggior parte delle persone possono tranquillamente continuare a farne a meno (per ora?).

Questi due stimoli insomma, Zipf e Docuscope combinati, mi hanno convinto che quella cosa lì che volevo fare da qualche mese andava fatta. “Quella cosa lì” è un giochino balzano, cioè un approccio quantitativo nell’analisi di affinità e divergenze tra Die e La terra e la morte di Pavese.

Cesare Pavese / Jacopo Incani

 A differenza dei bad boys di Stanford, per l’esattezza a differenza del primo dei loro pamphlet, mi sono focalizzato esclusivamente sui dati semantici.

In pratica ho contato i termini più ricorrenti di Die, de La terra e la morte (da qui in avanti: TM) e in seguito, mosso da un certo dubbio, ho incluso nel confronto Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (da qui in avanti: VM). Perché questi testi escludono Lavorare Stanca? Per ragioni filologiche (spiegate in precedenza e successivamente) e pratiche (essendo questi tre testi circa delle stesse dimensioni).

In una certa misura — quella in cui si considerano diverse la forma poesia e la forma canzone — questo giochino è scemo e inconcludente; in un’altra, quella in cui assecondiamo le vocine nella testa, risulta in una pratica interessante e rivelatrice. Via con gli esempi.

Parto dal “sole”. Incani sostiene che: “anche se dicevo trenta volte sole, il significante era sempre differente”. Curioso come questa osservazione rispetti la legge di Zipf per quanto riguarda la relazione tra la frequenza e il significato di una unità linguistica: alle parole più frequenti si attribuisce un maggiore numero di significati.

“Sole”, con 37 (!) presenze, è la parola utilizzata più frequentemente in Die e nella TM non compare mai (però compare 3 volte in VM).

Cosa porta il sole? Il “giorno”, il “mattino”. “Giorno” compare 25 volte in Die; 1 volta in TM, 4 in VM. Il “mattino” compare 15 volte in Die e nella TM non compare mai (però compare 8 volte in VM). Il mattino è un luogo fondamentale del disco. Il mattino in Die risveglia la sete”, illumina gli stormi, è la sala d’aspetto di LEI, è tutt’uno con il sole, rigenerazione ciclica. Per Pavese invece l’alba è “per lo più il momento dell’angoscia, mostra il chiarore lattescente della morte, il livore della solitudine” (Gigliucci). Almeno, ne La terra e la morte. In Verrà la Morte l’alba torna a essere rinascita finché è vissuta accanto a Constance Dowling, l’attrice americana considerata nella storia della letteratura italiana come una sottospecie di Medusa, un paio d’occhi capaci di pietrificare lo spirito vitale di Pavese — mai stato in ottima salute, da quel punto di vista.

Gli “occhi” invece compaiono 10 volte in Die e nella TM non compaiono mai (però compaiono 12 volte in VM).

Prima conclusione pretestuosa: l’influenza de La terra e la morte è innegabile, ma non è da sottovalutare l’eco dell’atmosfera di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Probabilmente è del tutto casuale e non causale, anche se vale la pena ricordare che questi due poemetti vengono pubblicati insieme dal 1951 — con il titolo di VM, decisione di Italo Calvino e Massimo Mila — primo anno dopoPavese.

(Ecco una prova fotografica che può illuminare il perché Pavese si soffermi dodici volte sugli occhi di Constance Dowling.

https://rebstein.files.wordpress.com/2009/02/constance-dowling1.jpg

Qui invece ha un che di Emilia Clarke).

Andiamo avanti. Ci sono vocaboli cardine di Die — bene impressi in chiunque lo ascolti — che lo distinguono nettamente dalle rime analizzate: “sete” (12 v), “fame” (14 v), “sale” (15 v), “riva/e” (30 v). Questo quartetto non compare mai in nessuno dei due poemetti pavesiani. Sono quattro parole che uniscono il destino di LUI e LEI, la fame e la sete del naufrago, le rive dove gli occhi di LEI si “asciugano al sale”.

Seconda conclusione pretestuosa: per quanto possa essere stato scritto nel solco di una certa idea di poesia, Die custodisce diversi elementi indipendenti dalle fonti principali — in parte riconducibili a fonti secondarie: i sardi Ledda, Massole, Dessì, i due Satta, e gli americani Hemingway e Steinbeck. E Camus. E Levi.

Ultimo paio di osservazioni su questa macellazione non autorizzata.

Il “mare” unisce Die e TM (9 v; 10 v), e con lui le “mani” (9 v; 6 v). Entrambi i vocaboli non compaiono i VM (c’è un solo “mare”). Curiosamente, nonostante Die sia un concept album su un naufrago (ecc.) e i testi siano pieni di “sete”, non compare mai la parola “acqua” (e in questo, tra parentesi, si distingue dai due poemetti). Ma è nella sua assenza che si fa sentire, nella sete, nel sale, nel sole, negli scogli che la reclamano.

[Breve parentesi: questa cosa dell’assenza mi ricorda un’amica di Pavese, Natalia Ginzburg, il suo Lessico Famigliare. In quel libro lei va a togliere, a togliere, a togliere. A un certo punto il lettore intuisce che qualcosa non va, riguardo a suo marito e il suo arresto. Leone Ginzburg (un’altra lunga storia) viene arrestato, incarcerato e torturato a morte e lei non sente il bisogno di scriverlo. L’assenza di ogni commento, la mancanza di ogni ritorno alla vicenda cola tra le righe: concedendo meno di quello che potrebbe, il libro parla di più. Perché la morte toglie le persone e le parole. Se il sole è sete e la sete è morte, l’acqua è vita, e questo disco preferisce evitare l’ombra (“Io credo che il tema – il mio tema – sia sempre lo stesso, e cioè quello della morte”, dice Incani. Il verbo “muore” compare 13 volte in Die; il sostantivo “morte” compare, identico, 13 volte in TM + VM). Tra l’altro, quando Leone Ginzburg fu arrestato, chi venne incaricato a prendere il suo posto nella redazione de La Cultura? Cesare Pavese].

Il fatto che Die contenga dei vocaboli cardinali non viene sorvolata da Iosonouncane:

«#1 Con le melodie sono venute fuori subito le parole: continuavo a cantare in maniera ossessiva e all’inizio ho dovuto assecondarle. Volevo un disco prosaico, verboso, volevo rivendicare con forza il sole e le rive. Con la parola sono venute le frasi compiute, come l’incipit di Tanca».

«#2 Con le melodie sono venute fuori immediatamente una manciata di parole ricorrenti: sole, rive, sale, fame, morte, alghe ecc. Le cantavo da subito e le ho assecondate, ho capito dal principio che non avrei potuto ignorarle ma avrebbero costituito la nervatura portante».

«#3 Per DIE […] sono arrivate subito le melodie e con le melodie alcune parole ricorrenti. Le ho assecondate e indagate. Ho raccolto appunti per circa due anni e quotidianamente, lavorando su testi in prosa e testi poetici. Arrivato in cima a questo lavoro di accumulo, ho iniziato a scavare lasciando che riemergessero le parole originarie e con esse la trama portante del disco».

«#4 Rive, sale, sole, campi, terra, pietra».

«#5 I testi li ho scritti alla fine. Quando ho composto le melodie ho cominciato a cantare in modo ossessivo alcune parole: sole, sale, fame, sete, pietra».

«#6 Volevo utilizzare questo lessico, questa materia viva, per trasformarla in delle figure archetipiche. Volevo astrarle completamente per arrivare ad immagini che non avessero un riferimento preciso».

“Immagini che non avessero un riferimento preciso”.

Pavese sostiene di avere scoperto l’immagine scrivendo le rime di un Paesaggio (da Lavorare Stanca), ispirandosi alle suggestioni di certi quadri di un “amico pittore”. Un’immagine che non è da intendere come “traslato, come decorazione più o meno arbitraria sovrapposta all’oggettività narrativa. Quest’immagine [è], oscuramente, il racconto stesso.” Incani cita Il mestiere di poeta, lo scritto (1934) di Pavese da cui è tratta l’ultima citazione, raccontando come quelle righe l’hanno portato, settant’anni dopo, a una sua epifania. In Die Incani dipinge il “rapporto fantastico” tra i due protagonisti, LUI e LEI, e il mare e il sole e la terra, rapporto “che [è] esso argomento del racconto” (il corsivo è di Pavese). Incani non cita però A proposito di certe poesie non ancora scritte (del 1940), commento — e in parte, confutazione — del Mestiere di poeta. Infatti in A proposito Pavese precisa che “l’ambiziosa definizione del 1934, che l’immagine fosse essa stessa argomento del racconto, si è chiarita falsa o per lo meno prematura”. Qual è il problema? Per Pavese il paragone non è mai stato innalzato ad argomento del racconto: nel 1940, nel mezzo di una crisi espressiva, quest’argomentazione si mostra in tutta la sua solidità. Nel 2015, parlando di una suite pop-sardo-house il problema non si pone: come ricorda Borges citando Walter Pater, “tutte le arti tendono alla musica, arte nella quale la forma è il contenuto”. Il corsivo è mio.

Donna = terra = cerchio della vita

Come nei Dialoghi con Leucò, la “tu” di TMe Die viene identificata nella “terra”. E come dice Wiki, “nell’antica Grecia i giuramenti fatti in nome di Gea erano considerati quelli maggiormente vincolanti.” Al di là dell’autorevolezza della fonte, è oggettivo che tanto Die quanto l’ultimo Pavese, siano impregnati di una certa fragranza mitica.

Calvino parla di “due motivi sempre presenti nella concezione mitologico-agricola che Pavese ha di quasi tutti gli aspetti della vita: il senso della donna-terra che trasmette la vita; e il senso di sterilità dell’uomo solo, escluso dal ciclo naturale della procreazione.” Le ultime due frasi, non suonano familiari?

Ecco un verso di Buio: “Anche tu sei la pietra | fuoco dei campi e dei frantoi.”

Ed ecco l’incipit della terza poesia di TM: “Anche tu sei collina | e sentiero di sassi | e gioco nei canneti”, dove la “tu”si inserisce nella stessa epica mediterranea, o “concezione mitologico-agricola”. Incani non ha pescato dal libro per ributtare in acqua quello che non gli serviva; il libro l’ha interiorizzato e declinato rispettando il suo percorso, tonificando la raccolta di Pavese e creando qualcosa di nuovo.

L’ultima poesia del ciclo (TM) apre con chiarezza: “Sei la terra e la morte”. E non riesco a togliermi il sospetto che la LEI di Die sia terra e morte, i due poli — opposti solo apparentemente — verso cui LUI è attratto.

Un tema direttamente vincolato alla donna-terra che trasmette vita è la ciclicità di questa generazione: la rigenerazione. Rileggendo la settima di TM, per l’ennesima volta, e soffermandomi su questi versi

Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d’acqua viva tra i rovi,
[…]
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.

Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
[…]

Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
[…]
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.

mi è sembrato di vedere qualcosa che avevo sotto agli occhi fin dall’inizio. Il legame più forte tra questi lavori, la ciclicità, emerge dai dati semantici, cristallino. Incani ha insistito nell’inserire l’idea di ciclicità nell’opera tanto che, andandone in cerca, il tema ritorna quasi ossessivamente. Si può prendere un esempio da ognuno dei sei brani.

Tanca: “il canto che muore | e ritornerà | per finire su un campo steso al sole.”

Stormi: “E con la morte nel cuore correrò per tornare | dove il giorno rivive sul profilo degli alberi.”

Buio: “Ero io, | Nel solco ancora scorrerà | sete che divora i sorsi.”

Carne: “Ogni giorno si sveglia e muore, | ogni giorno si sveglia e cade.”

Paesaggio: “sui campi stesi | e muore ancora il giorno senza te”

Mandria: “oggi bagnata dalle rive | fame ritornerà.”

In Die non c’è un’unica storia, un destino univoco da cogliere: lo specchio della trama esplode perché se ne può inseguire qualsiasi rifrazione. LUI torna a riva, o non torna, vivo,  o morto. LEI tornerà ogni giorno a riva, sospesa sotto al sole, qualunque sia l’esito.

(La ciclicità è amplificata dalla lingua stessa e dal ritmo, ripetizioni in cui il tema raccontato e la lingua che racconta si inseguono. Consideriamo Tanca: se nell’incipit le rive sono spoglie e il sole è separato da una cesura dal suo “schiassare” gli scogli, prima del ritornello, come in un cerchio, il sole si appropria delle rive che, passive, vengono scoperte. Se il sole nella prima strofa ha fame, nella seconda ha sete. Se prima il solco è aperto dalle mani per accogliere il seme, il solco è poi nel sale, e non è altro che fame; il seme però torna “nel cuore aperto tra le mani”. L’andamento è circolare.)

«Oggi farà giorno sui buoi | Monta burrasca e scaglia | canti di mietitura contro il sole»

Le ultime tre strofe del disco sembrano aprirsi a una rigenerazione — o una speranza disincantata di rigenerazione, come in un’altra opera ben più famosa, dove si parla di terre desolate e di una lei e di un lui. Nell’ultima traccia c’è il pianto che ora semina (non più sale nel sale eccetera), c’è la falce che splende (w la mietitura! occhio però al doppio senso mortifero).

Concludo tornando al paper dei ricercatori di Stanford:

«As the meeting was nearing its end, John Bender asked the hard question that was hanging in the air: striking as these results were, did we think they had produced new knowledge? […]  No new knowledge there. But that human judgment and unsupervised statistical analysis would agree on genre classification – this was a novelty that had emerged from the test. […] A computer could classify literary texts».

Quindi: in questo pezzo ho cercato di mostrare quanto di Pavese si possa intravedere in Die. Ho prodotto nuova conoscenza? Non lo so, forse è tutta roba che si sapeva già. Ma ogni scusa è buona per parlare di poesia.

Commenti
3 Commenti a “La poesia che s’intravede dentro Die, l’album di Iosonouncane”
  1. Vittorio Massa scrive:

    Bellissimo articolo. Trovarne di penne come la tua in ambito musicale.
    Grazie.

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