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La politica degli autori

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Fonte immagine: Keith Jones.)

Cos’è oggi uno scrittore impegnato? Se ne parla in questi giorni sulla stampa italiana. Due gruppi di scrittori americani, grossomodo uno di trentenni l’altro di quarantenni, propongono da diversi anni due soluzioni opposte. I quarantenni sono il gruppo che ruota intorno a Dave Eggers e alla casa editrice McSweeney’s dedicandosi a una serie di riviste, pubblicazioni e attività di servizio sociale. Per loro, l’impegno dello scrittore è diviso in due: la condivisione della bellezza da un lato, l’aiuto al prossimo dall’altro. Per i trentenni della rivista n+1, nata tra gli altri da Keith Gessen e Benjamin Kunkel, lo scrittore impegnato è invece quello che riflette sulla società, accetta il ruolo di intellettuale, riflette sul presente e immagina il futuro.

Sono due approcci agli antipodi. Quando Eggers venne in Italia nel 2006, disse a Giulia Ziino sul Corriere della sera a proposito delle schermaglie fra critici e scrittori: “[San Francisco] è un posto senza pretese, dove non c’è malanimo tra scrittori, editori, critici. Io insegno inglese ai giovani immigrati, ed è sempre una vittoria quando riusciamo a far leggere loro un libro. Questo forse mi dà una visione più ampia”. Ossia: a livello intellettuale c’è poco da litigare, e a livello pratico c’è molto da fare. Secondo n+1, al contrario, lo specifico dello scrittore e dell’intellettuale dev’essere discutere le idee. In un’intervista per la rivista Studio, Ben Kunkel mi ha detto: “Parte della cultura che criticavamo era quella in cui c’era troppa poca disputa letteraria. E si diceva solo: io amo questo autore, io amo quest’altro autore. E non c’era nulla per cui valesse la pena litigare”. Al gruppo di McSweeney’s imputano un “atteggiamento anti-intellettuale”, di “naiveté deliberata”.

Che genere di riviste derivano da questi due principi? Eggers e i suoi collaboratori hanno dato vita a quattro pubblicazioni esteticamente molto appaganti. McSweeney’s, che si chiama come la casa editrice, pubblica narrativa dal 1998, e ogni mese esce con un formato diverso: nel corso di più di un decennio ha sperimentato ogni genere di artwork e aiutato la letteratura a capire il ruolo fondamentale del buon lavoro redazionale, del font e della materia – la carta, la stoffa – nell’esperienza della lettura, pubblicando nel frattempo la migliore nuova letteratura americana. Copertine rigide sofisticate, l’aiuto dei fumettisti e grafici più noti, una sorpresa continua, una battaglia per offrire una controcultura che fosse più allettante della cultura di massa.

A McSweeney’s si affiancano Wolphin, rivista in dvd che divulga videoarte; la nuovissima Lucky Peach, sulla cucina; e soprattutto The Believer, rivista di non fiction dove si possono trovare pezzi di Rick Moody sulle drum machine, rubriche di Javier Marìas, interviste fiume a Houellebecq. Nasce nel 2003 per trovare un nuovo modo di parlare di cultura: “Investirla d’importanza, trattandola come esperienza emotiva”, nelle parole di una fondatrice, Heidi Julavits, riportate da A.O. Scott sul NY Times nel 2005. Aprendo il sito del Believer, al momento, ci si imbatte in un’intervista e una citazione rivelatori: l’intervistato è Trey Anastasio, leader del gruppo hippie dei Phish, la citazione in cima al pezzo recita: “Cerco di ricordarmi che la mia esperienza è insignificante, perché della musica ognuno fa un’esperienza personale”.

A fronte di una vita intellettuale intesa come entusiastica giustapposizione di soggettività diverse, la lista di attività filantropiche di McSweeney’s è stupefacente. La Valentino Achak Deng Foundation, che prende spunto dalla biografia (scritta da Eggers) di un giovane sudanese fuggito a piedi dal suo paese e dalle milizie governative, ha costruito una scuola nel sud del Sudan per contribuire alla ricostruzione postbellica. La Zeitoun Foundation, nata da un altro libro-reportage dell’autore, partecipa alla ricostruzione di New Orleans. Valencia 826 è una rete di scuole di scrittura e tutoring per giovani svantaggiati: segue più di ventimila studenti in tutto il paese. Scholar Match ha la missione di trovare donatori per giovani che sognano l’università.

Di fronte a questo mondo felice e operoso, i trentenni di n+1 si trovano in un certo senso a dover fare gli antipatici. E a poter contrapporre solamente una vivace vita intellettuale, intesa come assunzione di rischi prevalentemente di pensiero. Sulla rivista si indaga il presente e si fanno ipotesi di lettura del mondo, usando come cifra estetica un duro e sgraziato ibrido di narrativa e saggistica. “E’ ora di parlare seriamente” scrisse Keith Gessen nel 2004, sul primo numero. “L’idea di progresso non ci disturba. Chi guiderà il progresso? Con ogni tradizione, arte, aspetto della cultura, con ogni pensiero si fa un passo in più. Questo sogno di progresso in ogni impresa umana (…) è necessario ogni volta che le autorità dichiarano la fine della storia. La situazione è disperata se il futuro che ci viene offerto è solo un prodotto della tecnologia”. Su n+1 si parla esplicitamente di politica; Ben Kunkel negli ultimi anni si è messo a leggere di economia per poterne scrivere sulla rivista, e Keith Gessen ha pubblicato un pamphlet con una lunga intervista a un hedge fund manager sui meccanismi della finanza. Sul loro sito, nell’indice dei contenuti si trovano frasi poco attraenti come: “Al di là della CIA o degli hedge funds, sono pochi i luoghi in cui la conoscenza è potere. Molto spesso, intellettualmente e politicamente, la conoscenza è mancanza di potere”. Si parla di classi sociali senza fare ironia.

Due eventi separano la nascita di McSweeney’s e n+1: la contestata elezione di Bush nel 2000, con la disputa sui voti della Florida; e l’undici settembre. Forse sono bastati a far sì che a una generazione di filantropi facesse seguito una di polemisti che vogliono influire sulla scena culturale e politica.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
5 Commenti a “La politica degli autori”
  1. Armando Minuz scrive:

    Questo pezzo è puro ossigeno. Grazie e complimenti.

  2. Luciano Pagano scrive:

    Inutile dire che in Italia, la maggior parte, sono ‘figli’ di n+1 che non hanno nemmeno bisogno di studiare l’economia per scriverne, anche se vorrebbero disperatamente somigliare a Eggers :-)

  3. Quello che mi chiedo è perchè non viene presa in considerazione una terza via dove la fastasia, il lavoro estetico e la condivisione della bellezza CORRSIPONDANO in maniera organica a un’idea di impegno sociale.
    La posizione di Eggers/McSweeney’s (che è una posizione dickensiana) sottindende che l’arte di per sè non basta a cambiare le cose. Alla fiction si deve unire l’impegno sociale.
    Dall’altra parte n+1 sostiene che la letteratura si debba sviluppare in seno a un dibattito sul “presente delle idee”.
    Da un lato c’è il volontariato, e dall’altro la speculazione intellettuale. Sono due rive opposte. E in mezzo c’è il mare (e cioè l’arte).
    «Se non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte» diceva Ionesco. Un dibattito sul ruolo dell’artista nel cambiamento sociale porta sempre a conclusioni insoddisfacenti perchè nasce da un presupposto sbagliato.

  4. Simone Nebbia scrive:

    Grazie Pacifico per questo articolo. Scopro molte cose che ignoravo e che invece sono molto gradite. Non ho voglia di scegliere da che parte stare, non c’è a mio vedere una parte in cui stare. C’è una lucida coscienza che bisogna far coesistere questi apparentemente opposti modi di fare cultura, tendenza che mi auguro anche da noi prenda corpo, così da foraggiare un dibattito che mi sembra sempre più, consentimi un’immagine grottesca, come quando si sta sulle barche nel mare mosso e si scivola tutti da una parte o tutti dall’altra. Ecco magari uno seduto sul versante opposto dello scafo non farebbe male.

    Grazie a Michelangelo per la citazione di Ionesco che rubo e diffondo.

    Saluti
    Simone

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  1. […] Continua su M & M Share this:TwitterFacebookMi piace:Mi piace Caricamento… 28 marzo 2013 | Moralia in lob Diapason arteintellettualiLetteraturasocietà […]



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