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“La politica non si fa con la cenere.” Intervista a Franco Arminio

Nel libro Terracarne (2011), Franco Arminio dichiarava di voler abbandonare ogni feticcio di stile personale. Una parziale deposizione delle armi letterarie che si inseriva a margine, pure, di una precisa collocazione geografica ed esistenziale. Abbiamo poi visto la sua scrittura lasciare le pagine e i post per sollecitare e mobilitare lettori da tutta Italia, persone con cui si è dato vita a festival, incontri, iniziative pubbliche di vario genere. In particolare la paesologia, nata da esigenze anzitutto intime, si è rivelata una pratica tanto politica quanto artistica: nel senso che ha finito col ridisegnare un immaginario personale per renderlo frequentabile e persino declinabile da altri, a partire da un lessico condiviso (due espressioni su tutte sono diventate di dominio pressoché pubblico: “autismo corale” e “scoraggiatore militante”).

Di recente, Franco Arminio si è candidato a sindaco della sua Bisaccia, perdendo per circa trecento voti contro il sindaco uscente e quasi omonimo Marcello Arminio; mentre a marzo 2019 è tornato in libreria con L’Italia profonda, dialogo con Giovanni Lindo Ferretti sugli Appennini e sulla cultura montana nell’Italia più interna e più antica.

Al netto delle evidenti differenze, Arminio e Ferretti condividono uno sguardo comune sul sacro, oltre che una precisa visione su abbandono e desolazione dei luoghi natii. E poi proprio Ferretti, nel libretto edito da Gog Edizioni, dà una definizione di poesia che sembra coincidere perfettamente col lavoro di Arminio: “La poesia è un’attitudine contemplativa dello sguardo, è stata un codice letterario e il rifugio di amorosi sensi, è propria dell’intimo ma non disdegna il civico. Una connotazione dell’umano. Non so bene cosa sia nel regno dello spettacolo, della connessione, degli algoritmi”.

“Nel regno dello spettacolo, della connessione e degli algoritmi” la pratica poetica di Arminio si è fatta appunto civica e si intreccia concretamente con la realtà. A tal proposito c’è da segnalare il prossimo festival della paesologia, quest’anno a Camerino dal 7 al 9 giugno. Del borgo medievale marchigiano si parla anche tra le pagine de L’Italia profonda. Scrive Arminio che “Camerino non è un paese abbandonato, è un paese a cui dopo il terremoto hanno messo i sigilli. Posso capire la volontà di preservare un centro storico bellissimo da atti di vandalismo, ma poi bisogna far partire presto la ricostruzione. Ecco, Camerino dovrebbe essere il centro propulsore di quello che io chiamo Nuovo umanesimo delle montagne. Lì c’è un’antichissima università. Non solo non deve morire, ma occorre assolutamente farla crescere. Nel futuro il simbolo dell’Italia interna potrebbero essere le sue scuole”.

La candidatura a sindaco di Arminio e il prossimo festival paesologico (in cui verrà riproposto dal vivo il dialogo con Ferretti) sono stati gli spunti, quantomeno iniziali, per l’intervista che segue.

La campagna elettorale si è conclusa da poco. Che esperienza è stata?

Molto più impegnativa dal punto di vista emotivo, rispetto alle europee del 2014 (Quando Arminio si candidò con L’altra Europa con Tsipras, ndr). Allora ho viaggiato molto. Stavolta invece è stato un viaggio verso il centro, nelle viscere del mio paese.

Ho trovato molto poetico il fatto che l’altro candidato sindaco portasse il tuo stesso cognome. Una sorta di doppio.

Ma non siamo parenti. E a Bisaccia siamo semplicemente Franco e Marcello. Qui il cognome conta assai meno.

Adesso sei in consiglio comunale, e il tuo diario elettorale su Facebook prosegue.

Il diario in parte confluirà nel prossimo libro di versi, che dovrebbe uscire a ottobre. La politica continuerò a farla, ma non sarà centrata solo sul consiglio comunale di Bisaccia.

Tra qualche giorno c’è il festival della paesologia.

Quest’anno ci saranno poca musica e molti dialoghi. Vorrei un festival intimamente clamoroso, un festival piccolo. E poi c’è il piacere della prima volta, c’è l’idea di andare in un paese come Camerino, che è in gran parte ancora chiuso.

Negli anni la tua poesia è diventata una pratica comunitaria, sganciata in parte da un fine artistico. Hai trovato uno stile più incisivo, anche in termini politici.

La letteratura come esercizio di stile mi interessa sempre meno. Non ho certo calcolato la mia lingua, più che altro le vado dietro. Sento che da quando ha preso una certa intonazione sono arrivati più lettori. Il tempo dirà se la mia poesia era necessaria. Più che di scrittura politica, comunque, parlerei di scrittura religiosa. Mi sono spinto a formulare dei precetti, anche correndo il rischio di sembrare retorico. La risposta mi sembra interessante. Le persone vogliono una lingua che orienta, che indica una strada, più che una lingua chiusa nell’ambito letterario.

Una lingua, la tua, che abbraccia temi prepolitici: la vita psichica delle comunità, ad esempio, o il rapporto con la morte. La politica non li affronta, e sconta questa rimozione in termini programmatici.

La vita psichica della comunità mi interessa molto. E l’amore e la morte sono questioni cruciali. Il desiderio dell’amore e la paura della morte, in fondo tutti viviamo tra questi due poli. La politica che non sente queste cose è destinata a non sentire niente.

Forse per un amministratore in buona fede (e mediamente preparato) una città, un paese o un quartiere possono rappresentare l’opera d’arte più importante da realizzare.

La vita letteraria ci consegna a una certa solitudine. Far parte di un fervore politico è certamente per me più importante. E comunque è difficile trovare una dimensione collettiva, soprattutto è difficile starci dentro stabilmente. Si procede per bagliori, e questi bagliori prima o poi finiscono. Si fa fatica a dare continuità alla dimensione comunitaria. Io per questo anni fa ho sviluppato il concetto di comunità provvisoria.

Comunità provvisorie, migrazioni. Si può immaginare una politica capace di visione e trasformazione, se le energie più fresche e anche “violente” di un territorio sono assenti o sradicate altrove, dove pure difficilmente riescono a fare comunità, a risultare incisive?

Questa è una domanda molto complessa. In molti luoghi in effetti sono assenti quelli che potrebbero essere i nostri interlocutori. Io invoco spesso un ritorno al sud dei nostri ragazzi, ma mi rendo conto che può sembrare una richiesta velleitaria. In parte si può sopperire con la rete, ma è davvero un problema cambiare certi territori senza che ci siano persone che abbiamo la reale volontà di cambiarlo. Spesso l’esigenza del cambiamento è più una declamazione generica. Le persone sono infiammate dalla residenza. Spesso sono anime bruciate. La politica non si può fare con la cenere.

(Fonte foto)

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle), il suo blog è Malesangue.com.
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