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La poltrona

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Pubblichiamo un racconto uscito originariamente sulla rivista letteraria Effe Periodico di Altre Narratività.

di Luca Ricci

“Il libero mercato prima che sul capitale si basa su un concetto infinitamente più sottile: l’anaffettività”.
Anonimo

“I can’t get no satisfaction
I can’t get no satisfaction
‘Cause I try and I try and I try and I try
I can’t get no, I can’t get no”.
The Rolling Stones

Dopo che la mia famiglia si fu dissolta in un’acquerugiola d’odio, oltrepassai la soglia di un negozio di articoli per ufficio e dissi soltanto: – Vorrei cambiare la sedia del mio studio.

Subito mi comparve d’innanzi il venditore, un uomo di mezza età con dei grandi occhi azzurri e dei ricciolini biondo cenere. Dico di questi due particolari perché sono gli elementi del venditore che, se sommati, riescono a restituirne l’idea più precisa: senza sembrare un bambino, tuttavia aveva un’aria infantile.

– Su che cifra vogliamo andare?– mi chiese il venditore, come se quell’informazione non solo avesse dovuto orientare le sue proposte circa le sedie in esposizione, ma proprio l’intera mia esperienza all’interno del negozio.
– Mah, non saprei,– risposi istintivamente, in realtà avendo ben chiara la cifra che avrei voluto spendere. – Diciamo sui trecento euro, una somma del genere.

Il venditore non batté ciglio e subito affermò: – Ho un cosa eccezionale a quattrocento euro, è l’ultimo pezzo in offerta.
Lì per lì non pensai al fatto che probabilmente alzare il prezzo di cento euro rispetto alla prima intenzione dichiarata dall’acquirente era un preciso quanto collaudato meccanismo di vendita, un tranello psicologico che giocava sui concetti labili di aspettativa e soddisfazione. Era come se il venditore mi avesse appena detto che con trecento euro le mie aspettative non potevano essere soddisfatte, ma se avessi messo soltanto cento euro in più, grazie a una piccola aggiunta non così assurda o distante dalla mia disponibilità, allora sì, sarei stato accontentato e pienamente soddisfatto.

– Ha detto quattrocento?– chiesi conferma.
Il venditore annuì e come se avessi già accettato mi condusse molto cortesemente verso l’affare, cioè la sedia di cui mi aveva appena parlato. Era una bella sedia, una di quelle che ormai si definiscono di design, con una base a rotelle gommate anti sgraffio di serie, e leve in quantità per regolare profondità della seduta, altezza, schienale.

– Io le chiamo poltrone,– ammise il venditore, dopo avermi decantato la qualità del prodotto. – Sedia è una parola un po’ triste, non trova?
La nuova poltrona mi venne recapitata a casa qualche giorno più tardi. Apposi una firma sul foglio di consegna, salutai i trasportatori e ci affondai dentro, lì per lì completamente soddisfatto. Dopo un paio di giorni però la tela di cui la sedia era rivestita ebbe un cedimento, e subito mi precipitai nel negozio a fronteggiare il venditore.

– È venuta giù proprio dove mi siedo,– spiegai.
Il venditore non fece una piega, mi puntò addosso i grandi occhi bambineschi e dette una scrollata ai ricciolini biondo cenere. Poi sorrise.
– Ma è ovvio, quella poltrona non è giusta per lei,– disse, come se non fosse stato lui stesso a vendermela. – A lei occorre una seduta imbottita, mica una sdraio da spiaggia!

Rimasi stupefatto dalla capacità del venditore di fare apparire quel prodotto così sbagliato e perfino brutto, una povera cosa che non era degna di stare a casa mia, sotto il mio sedere. Subito cominciò a guardarsi intorno, senza lasciarmi il tempo di fiatare: stava cercando la nuova poltrona, l’eletta, l’indiscutibile e definitiva.

Dopo una manciata di secondi me ne indicò una con la seduta imbottita: –  Struttura e braccioli in alluminio cromati. Alzata a gas e leva basculante.
Le sue parole – pronunciate di filato, come uno scioglilingua – mi sembrarono la formula perfetta della felicità o chissà che altro ancora: un abracadabra.
– Sì, prendo questa,– risposi d’impeto, senza neanche avere l’accorgimento di chiedere il prezzo.

Dovetti pagare una differenza di duecentocinquanta euro rispetto all’altra, arrivando così a una somma complessiva di seicentocinquanta euro.
Qualche giorno dopo i trasportatori tolsero dall’imballaggio la nuova poltrona e ritirarono la vecchia, secondo le tempistiche stabilite con il venditore. Adesso era tutto perfetto, anche se nel libretto d’utilizzo la certificazione di carico stabiliva “fino a un massimo di centodieci chilogrammi”. Il libretto terminava con una frase di ammonimento: “In caso di peso maggiore sussiste il rischio d’incidente”. Mi precipitai sulla bilancia del bagno. Nonostante mi fossi premurato di restare in mutande l’ago si fermò a centoundici chili e ottantotto grammi. Ero palesemente al di fuori dei limiti strutturali pensati per quella poltrona, così dopo una nottata passata a rimuginarci sopra, decisi di tornare al negozio.

– Davvero lei supera il quintale?– sgranò gli occhi il venditore, come se non lo ritenesse possibile. – La sua è una stazza importante, ma non è corpulento.
Mi strinsi nelle spalle: – A ogni modo non posso tenere una poltrona che potrebbe rompersi.

– Si capisce, ma certo! Lei ha tutte le ragioni, a una poltrona mica si deve chiedere il permesso ogni volta che ci si siede, dico bene?
Appurato che ero ancora dalla sua parte, il venditore mi condusse nel reparto del negozio che lui stesso si affrettò a definire di lusso.

– Adesso abbiamo finito con le poltroncine,– affermò sprezzante e suadente allo stesso tempo, abbassando la voce. – Qui c’è solo il meglio, osservi, tocchi, si sieda.
Gli ubbidii, abbassandomi ripetutamente su un paio di poltrone.

– Queste sono tutte testate per centocinquanta chilogrammi di peso, può stare seduto qui sopra quanto vuole, ci può bivaccare se lo desidera, ci può passare l’intera vita.
Alla fine ne indicai una, attratto dallo schienale alto e dal colore testa di moro: – Questa qui?

Il venditore mandò gli occhi al cielo: – Io l’avevo subito capito che lei era un cliente particolare, lei non s’accontenta della prima cosa che capita, lei ambisce all’eccellenza.
Le sue parole erano intercalate unicamente dal ronzio dei neon. Fece una pausa sapiente e poi proseguì con la medesima ispirazione trasognata: – Questa poltrona la vendo solo ai direttori, non importa che cosa dirigono. Direttori d’azienda o di banche, per lo più. E’ in similpelle. La senta. E’ talmente morbida che sembra di toccare una donna appena uscita dalla doccia.

– Quanto costa?
Il venditore accennò solo alla differenza che avrei dovuto pagare, guardandosi bene dal ricordarmi il totale che nel frattempo avevo raggiunto: – Con trecento euro in più gliela faccio portare a casa.

Dissi di sì, arrivando a sborsare una cifra complessiva di novecentocinquanta euro. I trasportatori fecero come al solito la loro consegna nei tempi stabiliti e, scambiandosi qualche occhiata divertita, mi dissero: – Speriamo che sia la volta buona…

Passò un mese perfetto, mi sedevo sulla nuova poltrona ed ero preso subito da pensieri allegri. Il contatto dei gomiti sui braccioli (si poteva regolarne altezza, profondità e spazio), la curvatura che sosteneva alla perfezione la mia fascia lombare, tutto mi metteva il buonumore. All’inizio del secondo mese però si ruppe la leva per la regolazione della resistenza dello schienale. Non credevo ai miei occhi: la leva era saltata e adesso il mio schienale era settato su una resistenza bassa, se ne andava su e giù sfiorandolo con un dito.

Mio malgrado dovetti tornare dal venditore:  – Si è rotta una leva.
– Cose che capitano, nessun problema, lei è in garanzia. Gliela faccio riparare,– rispose abbastanza stringatamente.
– Quanto ci vorrà?
– Mi faccia pensare, devo fargliela venire a prendere, poi devo mandargliela alla ditta produttrice… Direi che in un mese, forse qualcosa di più, lei riavrà la sua poltrona.
– Così tanto?
– Queste sono leve di ultima generazione, possono essere sostituite solo dalla casa madre, c’è una trafila un po’ complicata da seguire.
Il venditore vide che non ero felice, e i suoi grandi occhi azzurri s’illuminarono: – Oppure ne prende un’altra, e in una manciata di giorni gliela recapito a casa come al solito. Decida lei, il problema non esiste.

– Vuole dire che ha un’altra poltrona uguale alla mia qui in negozio?– domandai, anche se in cuor mio sapevo che la questione non era quella.
– No, io per lei parlavo di prendere una poltrona come Dio comanda, con un sistema di auto-bilanciamento totalmente ergonomico, basta giocattoli.
– Quanto dovrei aggiungere ai novecentocinquanta euro per l’auto-bilanciamento ergonomico?
– Duecentocinquanta euro appena, un’inezia.

Com’era ormai prevedibile, dopo qualche giorno i trasportatori mi consegnarono la nuova poltrona e ritirarono la vecchia. Mi accomodai, lasciando aderire totalmente il mio corpo alla nuova forma, e mi dissi che sì, questo acquisto sarebbe stato quello giusto. E in effetti la poltrona non dette mai problemi né si guastò qualcuna delle sue componenti, sedute o pedali che fossero. Eppure già verso la seconda settimana io la presi in antipatia, per così dire, e cominciai a riscontrare tutta una serie di sensazioni spiacevoli. Innanzitutto mi sembrava di avvertire l’intelaiatura sotto la seduta; lo schienale non s’inclinava del tutto, lasciandomi l’impressione di poter distendere la mia colonna vertebrale solo fino a un certo punto; le rotelle gommate erano come inceppate, non ruotavano bene, e spesso mi sentivo come uno che si è appena impantanato con la macchina. Certo non erano veri e propri guasti, o forse, data la loro particolare natura percettiva e psichica, lo erano ancora di più.

La gravità della situazione mi obbligò a tornare dal venditore.
– Ben trovato,– mi disse, senza mostrare particolare meraviglia nel rivedermi. – Non è ancora soddisfatto, vero?
– No, non ancora,– ammisi.

Allora, come un bizzarro psicopompo vestito alla maniera di uno yuppie, mi condusse in punta di piedi sul limitare del negozio, e mi mostrò la cosa. Ebbi quasi timore di avvicinarmi, di toccarla, ormai letteralmente avvinto da quella specie di ascesa vertiginosa verso la poltrona perfetta, il desiderio soddisfatto e incarnato.

– Quanto costa?– sussurrai.

– Prima di dirle il prezzo voglio farle notare un piccolo dettaglio: questa è vera pelle. Respiri, voglio che la respiri.
Inalai quel profumo di sella e ne fui inebriato, o se non altro mi parve di esserlo: ormai non faceva più differenza.

– Quanto?– gli ripetei.
– Costa duemiladuecento euro, iva inclusa, ma lei ne ha già spesi milleduecento, il che vuol dire che le costa solo la metà, basta un passo.

Adesso mi sorreggevo a stento sulle gambe, avrei voluto chiedere un bicchier d’acqua, ma sapevo che il venditore stava aspettando una risposta, e non potevo farlo arrabbiare.

– La prendo,– dissi infine. – Posso lasciare un acconto?
Il venditore mi dette una delicatissima pacca sulle spalle: – Scherza? L’acconto è la cifra considerevole che ha già speso. Le faccio portare la nuova poltrona in settimana.

– Davvero?
Il venditore a quel punto mi guardò con un misto di disprezzo e compassione.

– Le ho detto che è sua,– disse. – Ma questo non le impedirà di tornare.

Commenti
2 Commenti a “La poltrona”
  1. sergio falcone scrive:

    Dialogo

    – Il Salone del Libro più nel dettaglio…

    – Giulio Einaudi, quando era in stato di grazia, entrava circondato da un esercito di clientes e di postulanti. Quando finì in disgrazia, entrò da solo. E, con questo, ho detto tutto.

  2. Marcello Bruno scrive:

    Mi è piaciuto molto, suggerisco di leggerlo

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