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Sopra e sotto la polvere, a dieci anni dal terremoto all’Aquila

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, la prefazione di Carola Susani al libro di Alessandro Chiappanuvoli Sopra e sotto la polvere – Tutte le tracce del terremoto, uscito per Effequ.

di Carola Susani

A dieci anni dal terremoto all’Aquila c’è polvere, molta di più che in qualsiasi posto io sia stata, tranne forse nel Belice quando ci misi piede nel 1969. Non è solo la polvere del terremoto, anche se per le strade probabilmente ce n’è ancora, è anche la polvere della ricostruzione, della messa in sicurezza, dei restauri, delle nuove costruzioni; le polveri si mischiano. L’Aquila è oggi una città in cui i crolli, i vuoti il silenzio convivono con una vitalità nuova e con la polvere. Così, parlando della polvere, parliamo del terremoto e di tutto quello che è successo poi. La polvere ci guida attraverso il trauma, oltre i crolli.

Ho incontrato Alessandro Chiappanuvoli a causa del nostro comune legame con il terremoto. Da piccola mi trovai in una baraccopoli nella Valle del Belice per via dell’impegno dei miei genitori architetti per la ricostruzione e lo sviluppo della valle: lavoravano nel Centro studi iniziative Valle Belice con Lorenzo Barbera che era stato collaboratore di Danilo Dolci. Così anch’io feci esperienza della condizione postraumatica, benché non avessi vissuto il trauma. Di terremoti ognuno ha il suo, ma ogni terremoto nell’enorme differenza somiglia all’altro, o almeno ogni terremoto italiano.

Lo so che non è vero, il contesto diverso, l’epoca, la struttura produttiva rendono ogni terremoto inconfondibile, ma il fatto che al cuore di tutto ci sia la terra che trema e manca sotto i piedi, rende anche la gestione dell’emergenza e della ricostruzione confrontabili: com’è stato il mio terremoto? Com’è il tuo? Alessandro e io ci siamo incontrati raccontandoci ognuno il suo terremoto e continuiamo a raccontarceli.

Chiappanuvoli è un sociologo e uno scrittore, questa sua doppia postura è evidente in ogni cosa scriva. È uno sociologo nel campo d’indagine che sceglie, nell’ampiezza delle ricerche, nelle domande che si fa, nell’attenzione speciale alle dinamiche comunitarie. Nella letteratura, declinata in un modo particolare, ha trovato la via per far emergere le reazioni interiori all’evento traumatico e le relazioni sciolte e create dall’evento.

Il terremoto o meglio il post-terremoto è anche un’incubatrice. Sei anni fa, quando ci conoscemmo, Alessandro lavorava già a questo libro. Un libro che raccoglieva una certa quantità di racconti più numerosi frammenti a legarli fra loro. Il libro cresceva, si espandeva, e non sembrava avere nessuna intenzione di finire, nessuna possibilità di trovare un punto fermo. Come la Mappa dell’Impero di Borges aveva come orizzonte la scala 1:1, l’ambizione di raccontare tutto e ciascuno, non addensando le storie per esempi, ma raccontando tutte le storie, una dopo l’altra fino a un punto di fuga al di là del visibile, là dove tutte le storie saranno state finalmente raccontate, tutte le esperienze infine restituite. Credo che sia questa la ragione per cui è difficile leggendo questo libro decidere se sia letteratura oppure no.

La letteratura, e l’autofiction non meno che la fiction pura, attribuisce alle storie narrate un potere emblematico, si racconta la storia di uno con l’ambizione di rivelare o anche solo di indicare la condizione comune. Qui al contrario ogni storia è quella storia che si compie solo accanto alle altre. Tutte insieme hanno il potere di dire.

L’esperienza del crollo della propria casa sotto le scosse sussultorie e ondulatorie, l’esperienza della sete d’aria, del trovare l’uscita, dell’essere salvati o del salvare, l’esperienza dello spaesamento nel ritrovarsi in una casa nuova, l’esperienza della comunità che l’emergenza produce e della crisi della comunità, della resistenza contro le forme istituzionali di controllo, della speranza della costruzione a partire dalla reazione alla condizione nuova di forme nuove e migliori di relazione, la storia della riconquista di un senso di comunità attraverso la domesticazione della città distrutta.

L’Aquila è una città distrutta tenuta a balia e riaccesa fuoco dopo fuoco dalla cura dei suoi non più abitanti, ma potremmo dire amanti, innamorati. Una quantità di storie e di voci si accumulano nel libro, ma nell’occhio del ciclone, al centro stesso dell’esperienza del terremoto, c’è un’esperienza, una spinta di vitalità vissuta proprio nel cuore dell’incertezza, del trauma, della precarietà dello stare al mondo. È un libro che cresce, si moltiplica, getta spore, giunge a noi, a partire da quella spinta. La letteratura è stata per Chiappanuvoli lo strumento per restituire quell’esperienza altrimenti silenziosa.

Ai racconti si aggiunge un apparato di saggi che con un altro linguaggio e con la stessa ambizione impossibile di dire tutto, di essere esaustivo, racconta le questioni che si affollano attorno a un terremoto: i numeri dei morti, degli sfollati, il calcolo del rischio, la prevenzione, la Protezione Civile e così via. I saggi, ricchi, documentati, precisi, fanno di questo libro un oggetto nuovo, quasi un manuale, che con ogni mezzo circonda e cerca di afferrare l’imprendibile e mentre lo fa ci fornisce una quantità di informazioni utili, di prospettive, di risposte e di domande. È un libro-spinta: per quanto ricco sia, riempie e non satura, fa l’effetto di una spinta a indagare ancora.

Commenti
Un commento a “Sopra e sotto la polvere, a dieci anni dal terremoto all’Aquila”
  1. sergio falcone scrive:

    Diventeremo un paese di accampati. A furia di terremoti e di promesse. Le promesse vane dei bassi politicanti.

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