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La potenza dei poveri

Questo articolo è uscito su Alias.

La potenza dei poveri (Jaca Book, trad. di Marinella Correggia, pp. 300, 29 euro), secondo Majid Rahnema, non ha nulla a che fare con il potere, la potentia nulla a che spartire con la potestas. Credo di averne avuto una bella dimostrazione circa un mese fa, a Bamako, capitale del Mali. Il fotografo ottuagenario Malick Sidibé mi ha accolto nel cortile della sua casa dimessa, elementare, e però accogliente, animata da un numero imprecisato di nipotini, donne indaffarate, dal brusio conviviale della grand famille. Sidibé appartiene a quella generazione di fotografi, come Gabriel Fasunon in Nigeria, Doudou Diop in Senegal, Philippe Koudjina in Niger, Cornelius August Azaglo in Costa d’Avorio, che ha dato vita, a partire dagli anni cinquanta, a un vasto corpus fotografico autenticamente africano, affrancato dalla memoria della immaginario coloniale e ancora profondamente vincolato al valore materiale del mestiere, della fotografia come pratica sociale e artigianale, prima ancora che artistica e creativa. L’opera di Sidibé, come quella dei suoi coetanei, costituisce una testimonianza straordinaria della vitalità e della ricchezza umana dell’Africa occidentale. Quel pomeriggio ho avuto fra le mani la memoria visiva di quasi mezzo secolo di storia del Mali, centinaia di ritratti, singoli e di gruppo, in studio e in strada, uno spaccato antropologico degno dell’ambizione catalogatoria di August Sanders, un’infinta teoria di figure umane raccolte dentro scatole di cartone disordinatamente accumulate a coprire un’intera parete.


In anni abbastanza recenti, gli oscuri cantori della vita africana hanno ottenuto il plauso del primo mondo. Improvvisamente, come si fosse dimenticato di un dettaglio importante, Sidibé ha trasportato in cortile una scatola rossa, più grande di quelle destinate a provini e negativi. Al suo interno, stipati disordinatamente come vecchi giocattoli: un Leone d’oro, l’Infinity award, il premio Hasselblad, la croce della Legione d’onore e varie altre onorificenza, una sola delle quali basterebbe a consacrare la carriera di un artista. Dopo averli approssimativamente spolverati e disposti a terra, i preziosi cimeli sono finiti preda dei bambini, come fossero davvero dei giocattoli, sotto lo sguardo divertito del patriarca. Ecco una possibile illustrazione, ho pensato leggendo l’ultimo libro di Rahnema, di come la potenza dei poveri si comporta davanti alla “potestas” dei ricchi. Un uomo che potrebbe godere gli onori dell’occidente preferisce accantonarli dietro uno scassato cortile africano brulicante di ragazzini. Non diversamente Ali Farka Touré preferiva, ricevuti i tributi del Nord, tornare allo scorrere lento del fiume Niger, alla vecchiaia venerabile di un semplice contadino africano. Il contenuto di quella scatola, né osannato né dimenticato, l’austera formalità di quegli autorevoli emblemi mostrati con umiltà e rispetto a chi proprio grazie a loro, in fondo, è venuto a rendere omaggio, il loro posto apparentemente così misurato nell’economia simbolica della vita di Sidibé: sono forse un termine di paragone utile a illuminare quello che Rahnema a raccolto in trecento pagine di acute analisi sociologiche, economiche e filosofiche. Se Sidibé avesse esposto a mo’ di trofeo le sue glorie occidentali in quel contesto così frugale e tradizionale sarebbe fatalmente diventato, nel linguaggio di Rahnema, un “misero”. Lasciandole a margine della sua vita “altra”, ha conservato intatta la propria povertà come un bene naturale, fonte di quel conatus che Rahnema, con termine spinoziano, pone all’origine della ricchezza vernacolare dei popoli cosiddetti “sottosviluppati” e che certamente è all’origine anche della bellezza e del candore delle immagini di Sidibé. La miseria, secondo lo studioso iraniano, è il risultato di una “eterodefinizione” (e di una implicita condanna) pronunciata dall’ideologia dello sviluppo di fronte ai modi e ai mondi della cultura dei “poveri”, termine che questo libro cerca di liberare di ogni accezione negativa e privativa.
La miseria sarebbe insomma un prodotto culturale, prima ancora che materiale, del totalitarismo economico occidentale e del suo cieco bisogno di espandersi, ciò che resta della povertà una volta svuotata dei suoi attributi sociali, informali, della mutualità e della gratuità e dell’ingegnosità (“l’arte di vivere e di arrangiarsi”) intese come risorse fondanti di una condizione umana ancestrale e ancora largamente diffusa, sebbene a rischio. In una parola: la sussistenza. «Capire come questa condizione chiamata povertà – che è stata quella della maggior parte degli uomini – ha finito per essere percepita, come una condizione del tutto debilitante, un “flagello” da sradicare» e ridotta a definizioni meramente quantitative (“un dollaro al giorno”), è lo scopo principale de La potenza dei poveri. Majid Rahnema, accompagnato da Jean Robert (nelle lunghe interviste che intercalano le parti propriamente saggistiche) ha qui raccolto e sintetizzato il lavoro di due decenni. E ben oltre, volendo calcolare il sapere derivatogli dalla sua “conversione” e dall’aver partecipato, in qualità di membro del consiglio esecutivo dell’UNESCO, al Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite e all’entusiasmo dei paesi “emergenti” per un progresso economico interpretato, allora, in chiave anti-coloniale. Ma già negli anni settanta, scrive Rahnema, «la mia fede nello sviluppo cominciava a rintoccare a morto», rivelando l’entità dei pericoli compresi in ciò che è progressivamente diventato, ai suoi occhi, l’imposizione di un’ideologia “esogena”, l’esercizio di “loschi” interessi e la proliferazione incontrollata di quello che Wolfgang Sachs ha chiamato “mimetismo socio-industriale”, pulsione sociale a cui Rahnema dedica diverse pagine che suonano quasi come un’interpretazione in chiave geopolitica della filosofia di René Girard. Dove e come comincia la percezione della povertà? Su cosa si basa? Quali fantasie sottintende?
Sono le questioni più importanti da cui muovono gli argomenti di questo saggio, argomenti che sulla scia del principale maestro dell’autore, Ivan Illich, accompagnano l’analisi interdisciplinare al basso continuo dell’indagine storica. La genesi della dicotomia povertà/miseria è studiata, ad esempio, alla luce della nascita del lavoro salariato industriale, dell’irrigidimento della scissione di pubblico e privato, del diffondersi di una percezione sempre più disincarnata del corpo, della progressiva dipendenza degli umani da saperi, affetti e pratiche di vita incontrollabili e controproduttivi. E così via. Soffia su ogni pagina il vento dell’etica spinoziana e il vigore morale delle rivendicazioni di Rahnema: definire un nuovo equilibrio tra necessità e desiderio, nella ricerca (deleuziana) di un “divenire molteplice” (“la maggioranza non è nessuno, la minoranza è tutti”) da opporre alla monocultura economicistica. Comunque si vogliano giudicare le analisi empiriche qui presentate, La potenza dei poveri è un contributo straordinario alla possibilità di allargare la nostra immaginazione sociologica al di là di barriere mentali e cognitive apparentemente insormontabili, completamente naturalizzate. Una boccata d’aria filosofica in un dominio troppo spesso abbandonato a discorsi tecnici e depoliticizzati. Penso a quella scatola rossa di Sidibé e immagino la sua potenzialità: cosa metterci dentro, cosa mettere a margine e quando, è una questione che dovranno affrontare tutti coloro che intendano “pulirsi gli occhiali”, come dice Rahnema, per osservare “il lato nascosto della luna”.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
Un commento a “La potenza dei poveri”
  1. paola carbone scrive:

    Proprio ieri Teresa, l’amica ostetrica che ha fatto nascere i miei figli, mentre parlavamo dell’oggi e del futuro dei nostri figli ormai grandi mi diceva :
    molte cose augurerei ai miei figli, ma quello che non gli augurerei mai è di diventare ricchi……..

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