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La potenza del libro di Francesca Mannocchi, Porti ciascuno la sua colpa

di Saverio Mariani

Inizio a leggere il libro di Francesca Mannocchi, Porti ciascuno la sua colpa. Cronache dalle guerre dei nostri tempi, in libreria per Laterza dal 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il presidente americano Donald Trump annuncia il ritiro delle truppe USA da alcune zone del nord della Siria, ovvero il 6 ottobre 2019. Con questo disimpegno militare — per i più considerato un tradimento nei confronti dei curdi siriani —, Trump apre definitivamente la strada ai turchi che, nel giro di qualche ora, attaccheranno i curdi presenti al confine proprio fra Turchia e Siria al fine di stabilire una “zona cuscinetto” di difesa. Le cronache dalle guerre dei nostri tempi dovrebbero tornare ad essere aggiornate, eppure questo libro può trasportare nello svolgersi della storia alcuni semi di racconto, di narrazione, pur non affrontando direttamente i problemi di quella zona di mondo.

L’attenzione della Mannocchi è infatti su Mosul e più in generale sull’Iraq (con alcune incursioni libiche) liberato da Isis e invischiato in un dopoguerra che è presagio di nuovi conflitti, preparazione latente — ma non troppo — di una nuova guerra. Attraverso le testimonianze dirette riportate all’inizio di ogni capitolo, e con il racconto sul campo di alcune storie paradigmatiche, la Mannocchi tenta di portare all’evidenza questo: la dichiarata fine della guerra e la liberazione dell’Iraq, in particolare della roccaforte Isis di Mosul, non è altro che la sospensione di un conflitto endemico che si riaccenderà sotto altri nomi, identificandosi con altri volti, indossando altre maschere, ma inevitabilmente cruento perché mosso — oltre che da una qualche ideologia o convinzione accecante — da un potente senso di vendetta.

Il ricordo della guerra, dell’imposizione della forza e della violenza indiscriminata, sono concime per il risentimento che nasce sia in quelle che sono considerate le vittime, sia in quelle persone che, comunemente, dal caldo delle nostre case, consideriamo appartenenti al mondo dei carnefici. Leggere questo libro, in realtà, ci fa riflettere su una cosa che dovrebbe apparirci immediatamente scontata, banale, ma che molto spesso dimentichiamo: chiunque, in una guerra, è vittima. Foss’anche vittima di se stesso, di un convincimento che lo ha portato ad agire assecondando un’ideologia folle. Vittima del dolore che si manifesta alla fine della guerra, nella distruzione di ogni realtà ferma; distruzione per cui si cerca sempre un colpevole.

«I bambini non riescono a dimenticare, e sai perché? Perché la gente non vuole dimenticare, non ci farà dimenticare. Non è vero che dopo le guerre la gente vuole dimenticare. Dopo le guerre la gente è più cattiva di prima» (p. 185), dice Asma, 40 anni, vedova di un miliziano Isis, nel campo al Jaddah.

Francesca Mannocchi (Roma, 1981), insieme al suo compagno, il fotografo Alessio Romenzi, in questi ultimi anni ci ha abituato a vedere le storie dai campi di guerra, non limitandosi a raccontare gli sviluppi “tattici” di un conflitto, bensì a portare in superficie le testimonianze di chi la guerra la subisce, la fa, la deve combattere per resistere, o ne è drammaticamente figlio. I suoi reportage sono sempre molto asciutti, lasciano parlare le persone incontrate e gli sfondi entro i quali quelle vite sono costrette a lottare. Anche in Porti ciascuno la sua colpa non si dà mai un’interpretazione dominante della vicenda, non si prova mai a fornire una ricetta, una soluzione. Nel libro sono le persone, piuttosto, a parlare, le case bombardate e quelle rimaste miracolosamente in piedi ci raccontano la frammentazione del quotidiano, lo scenario post-Isis di Mosul è già di per sé esplicativo.

Il particolare focus su donne e bambini risponde a una chiara esigenza: mostrare la capacità delle guerre — perfino delle guerre che riteniamo giuste, in questo aberrante cortocircuito entro il quale siamo costretti a sopravvivere — di creare odio, voglia di vendetta, di rivendicazione. Le parole e le vite dei bambini e delle donne di cui si parla nel libro ci conducono davanti a una verità fattuale sulla quale dovremmo ragionare: Isis è nato ed è stato abbracciato da moltissime persone, tante hanno visto in questo una prospettiva di “liberazione” da costrizioni più o meno esterne. La nascita di Isis e il radicamento della sua ideologia si comprendono – come ogni espressione trova un senso all’interno del proprio “gioco linguistico” – solo ricostruendo a ritroso gli eventi (la ricerca delle cause) e guardando in filigrana fra le vite di chi dentro quegli eventi ha dovuto vivere. Non si tratta di giustificare Isis, ma di capire su quale terreno si sono addentrate le radici di Isis.

«Le donne, sotto Isis, le donne di Mosul, si sentivano sicure. Non c’erano sciiti a controllarle e molestarle. Non c’era libertà, è vero. Ma non c’era paura. Dovevamo obbedire e stare in casa? Dovevamo farlo anche prima. Dovevamo indossare il niqab? Meglio il niqab delle molestie quotidiane. L’Isis ci ha protetto, questo non te lo dirà nessuno, ma credi a questo. L’Isis ci ha protetto, per questo ci manca», dice Isra, 50 anni, vedova di un miliziano Isis.

Nell’analisi del terreno si scorge la ripetizione di un elemento: il controllo forzato di una parte sull’altra è il punto di contatto di una serie di con-cause che si sommano, si stratificano e mescolano. Ciò determina una situazione per certi versi aporetica: una parte vive un odio profondo nei confronti non solo dell’altra parte, ma anche verso tutti coloro che – direttamente o indirettamente – hanno contribuito alla stabilizzazione di questo stato di cose. Non sanno bene il perché ma si sentono legittimati a rivendicarlo, a trasformarlo in qualcosa di concreto. Quelli che nel libro vengono chiamati i semi dell’Isis sono la traccia da seguire per scorgere un preavviso di futuro, ma sono anche l’oggetto che ci distorce lo sguardo, che deve far crollare le certezze nelle quali siamo abbarbicati.
«Non è la sconfitta dell’Isis, saranno i semi dell’Isis, piantati nel terreno fertile di Mosul, a determinare la tenuta e il futuro del paese. Sono le fognature, la partecipazione attiva alla vita politica, la sicurezza, i ponti, il suq di Bab al Saraj, la riconciliazione tra parenti e vittime e parenti dei carnefici che garantiranno che la vittoria dichiarata sia una vittoria reale. Altrimenti è chiaro che nell’Iraq distrutto dalle bombe per procura crescerà una nuova generazione in rivolta. Sotto altre bandiere, con altri loghi, e altri nomi, ma ugualmente pronta a morire» (pp. 119-120)

Allora Porti ciascuno la sua colpa, è un libro che ci conduce a fare i conti con le nostre domande e le nostre sicurezze. Sarebbe tutto più facile se i sopravvissuti, i bambini di Mosul, abbracciassero la differenza fra giustizia e vendetta, perché la prima non si identifica mai con la seconda («Non c’è nessuno a dire a questi bambini che la violenza non si cura con più violenza, che la solitudine del colpevole è già una punizione», p. 199). Ma la guerra rovescia ogni certezza, le ribalta, quantomeno in prima istanza. Oltre le storie, dunque, è qui che il libro colpisce più a fondo, nel momento in cui le sue domande sono la messa in dubbio del pensiero comune dell’occidentale bianco che guarda a questa fetta di mondo come a uno spazio di per sé alienante, pericoloso, imbevuto di fede e follia, fatto di istinti basici e di risposte irrazionali. Ma chi è davvero colpevole? Chi è veramente vittima? Qualcuno, noi compresi, può a ragione dirsi innocente?

La risposta che l’Occidente ha fornito al terrore dell’Isis è figlia della descrizione sommaria che l’Occidente stesso ha fatto di questo fenomeno: «un mostro monolitico […], il male senza appello. […] Con l’Isis non si può parlare. Con l’Isis non si deve parlare. Sipario. Fine» (p. 19). Da qui la violenza di una guerra combattuta coi droni, «bombardamenti indiscriminati», con l’imposizione di una giustizia quasi divina, «esecuzioni sommarie, punizioni collettive» (p. 20). Del racconto di queste due — esecuzioni sommarie e punizioni collettive — il libro è ricco, nella narrazione diretta della Mannocchi e dei suoi “testimoni”. Perché «questa è stata la guerra all’Isis, mi sono detta, di nuovo: di fronte a un nemico così feroce, ogni violenza era lecita. Di fronte a un nemico così efferato, ogni vendetta era tollerata. Di fronte a un nemico così. Ma così come?» (p. 73). Chi è veramente questo nemico che abbiamo combattuto in virtù di una superiorità morale, etica, politica?

Provare a rispondere a questa domanda – e a tutte quelle che necessariamente seguono la principale, come subordinate con la reggente — coincide con la necessità di allargare l’inquadratura, relazionarsi con il contesto, evitando in prima battuta di identificare la vittima e il carnefice, il Bene e il Male, e di interpretare tutto il resto secondo uno schema rigidamente manicheo così rassicurante.

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