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La pratica viene prima della teoria

Pubblichiamo un’intervista di Nicola Ruganti e Nicola Villa, uscita sul numero 11 della rivista Gli Asini, a Sandro Bonvissuto. (Immagine: Paul Klee.)

di Sandro Bonvissuto

incontro con Nicola Ruganti e Nicola Villa

 Il sintagma perfetto

La mia regola, una regola che vale, del resto, per tutte le cose della vita, è questa: togliere invece che aggiungere. Da un punto di vista stilistico perseguo proprio la sottrazione e non mi stancherò mai di ripeterlo, perché il sintagma perfetto è il massimo del senso e il minimo delle parole necessarie a esprimerlo. Non credo serva accumulare nella scrittura, poiché la forza dell’autore è quella di cogliere un pensiero in modo dritto, giusto e asciutto, il resto è un’arcadia. La sfida di questo mio Dentro è stata riuscire a consegnare un’opera che rispettasse questa regola del “togliere”.

Alcuni mi hanno contestato nei racconti l’utilizzo di una forma gnomica, cioè il ricorrere a sentenze brevi. Un giorno la scrittrice Evelina Santangelo, la mia editor alla sintassi, mi ha detto: “Attenzione, stai scrivendo un libro paratattico!”. Proprio per questo pericolo, sebbene il libro sia deprivato del mio io, ho cercato di concentrarmi sull’intimità autentica per poi giungere all’universale. Lo scrittore deve arrivare al punto più piccolo, più intimo possibile, a quel passaggio angusto, effimero in cui le impressioni e i fenomeni toccano l’io: solo a partire da quel punto, le impressioni si allargano, si espandono, esplodono nella loro dimensione universale. L’onestà della percezione e della sensazione è fondamentale perché lo scrittore possa recuperare il momento, l’istante che vuole narrare. È proprio questa onestà, questa pulizia dello sguardo, che può avvicinare uno scrittore al lettore, che gli fa guadagnare credibilità ai suoi occhi, che permette, infine, una sovrapposizione dell’esperienza dell’uno e dell’altro. L’onestà della percezione fa sì che il rapporto con il lettore possa diventare silenzioso: perché entrambi, d’un tratto, già sappiamo di cosa si parla.

I racconti di Dentro

Per il racconto sul carcere, Il giardino delle arance amare, la ricerca è stata necessaria per scrivere quello che avevo voglia di dire. Credo che questa inchiesta abbia reso la narrazione un po’ artificiosa, benché, nonostante tutto, più della metà di quel racconto sia proprio come lo volevo. L’effetto che desideravo produrre era quello dell’ineluttabilità, simile a quello del vortice in una vasca: l’effetto della realtà che buca la finzione narrativa. Volevo raggiungere la realtà senza badare né all’interazione, né al trasporto emotivo del lettore. È stato un processo molto faticoso. Ma la verità è che lo sforzo più grande l’ho compiuto proprio per il secondo lavoro, Il mio compagno di banco, il racconto sulla scuola, che è stato scritto per ultimo: sentivo la responsabilità di scrivere un libro per Einaudi, le pressioni per la chiusura, un lavoro faticoso e talvolta eterodiretto.

In generale, Dentro è stato una scommessa che sento di aver vinto malgrado le difficoltà della vita e la mia impreparazione, la mancanza di una “solidità letteraria” sulla quale contare. Quando ho affrontato il racconto sulla scuola, avevo già brevemente maturato la mia unica esperienza “letteraria”, quella degli altri due racconti, già scritti, corretti ed editati. Per questo credo che sia il racconto più riuscito, per forma, sostanza, equilibrio e misura. Rispetto agli altri due, questo è un racconto in cui sento di aver fatto un passo avanti. Il primo racconto, quello sul carcere, ho voluto scriverlo per motivi personali, volevo finalmente dire la mia su quell’argomento. Il terzo, Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, è un lavoro a cui riconosco dei pregi, tra questi soprattutto l’integrità: è stato consegnato in un’unica forma, in un’unica soluzione, nella quale parla una voce sola, un solo stile. Mi piace perché è come una “palla”: da qualunque parte lo si prenda, sembra funzionare. Per quanto riguarda il secondo racconto, invece, mi sembra di aver colto gli argomenti con una aumentata maturità nella narrativa e nella prosa. Sono convinto che sia stato il racconto che ha reso possibile il salto di qualità del libro verso la collana Supercoralli.

Dall’uno al due

Inizialmente i racconti dovevano essere in ordine cronologico, dall’infanzia alla maturità fino alla vecchiaia, ma non sono stato capace di scrivere il racconto che avrebbe dovuto riguardare la vecchiaia. In seguito, per scelte editoriali indipendenti da me, i racconti sono stati montati al contrario, dall’episodio più recente a quello più antico. Ma torniamo al racconto sulla scuola. Il nucleo filosofico del racconto è il passaggio dall’uno al due: in esso ho voluto raccontare il momento in cui il soggetto dell’universo percettivo compie il passaggio dall’uno al tutto passando per il due. Il “due” è il viso del compagno, ovvero di colui che si presta a rappresentare tutto il resto del mondo. Lui, il tuo compagno di banco a scuola, è in effetti il resto del mondo, e nell’angustia architettonica della scuola ogni volta che ti giri vedi sempre lui: è un vincolo.

Il compagno di banco è il passaggio che immediatamente precede la molteplicità, che in un certo momento dell’adolescenza è rappresentata da una sola faccia, ma in potenza è chiunque. Il passaggio dall’uno al molteplice, dall’io agli altri, assomiglia a un pallone che continua a gonfiarsi e che a un certo punto si romperà, perché è il percorso compiuto dall’innocenza alla coscienza adolescenziale. Una condizione che è priva di sovrastrutture, protetta dall’ingenuità verso il mondo, verso gli altri che la possiedono. Nel racconto a un certo punto si dice che “il mondo è degli altri”, ed è precisamente così. La categoria dell’alterità è una categoria sovradominante: gli altri c’erano prima di te, durante, e anche dopo. L’altro è più di te. Il protagonista del racconto vive questo passaggio, e per incoscienza, per innocenza e semplicità, lo vive come un passaggio dall’uno al due, non ancora come passaggio alla molteplicità, ovvero tutti quegli altri trentacinque ragazzini che sono dietro al compagno di banco, che sono l’universale. La verità, che in pochi hanno capito, è che proprio quel racconto è il più eticamente importante.

La scuola e crescere oggi

Credo che la scuola sia il campo su cui si debba insistere. La scuola è un passaggio fondamentale nell’educazione sociale degli individui. Le circostanze formano le coscienze, molto più del contrario, e soprattutto nella fase dell’adolescenza. La scuola deve essere una chiesa. La delicatezza e la crucialità del periodo scolastico è dovuta al fatto che in esso si strutturano le coscienze in modo indelebile. Sono convinto che la società sia frutto del disastro della scuola, e quindi non bisognerebbe curare il male ma intraprendere un discorso preventivo sull’educazione, come si fa per il cancro. Ma se è vero, come dicono in molti, che la scuola è morta, allora non mi aspetto niente di buono per il futuro della società. Sono nato nel 1970 e ho vissuto una scuola, da adolescente, che all’epoca era in crisi, e forse già fallita, ma nella quale c’era ancora movimento: abbiamo fatto molte manifestazioni e occupazioni, tanto che credo di aver dormito più a scuola che a casa. Eppure oggi entrando in un liceo mi viene da rimpiangere i “morti” anni ottanta quando, in paragone, c’era un’attività politica, si viveva una dimensione culturale, anche in rapporto ai docenti e alla qualità dei programmi. L’adeguamento alle norme europee contemporanee è stato per la scuola italiana, per le scuole superiori e, soprattutto, per l’università, un adeguamento al ribasso. Mi sono laureato con un piano di studi personale – potevo studiare tutto quello che volevo – ho seguito tre anni di estetica e alla fine mi sono laureato in estetica. Oggi all’università si prendono i crediti come fossero bollini del benzinaio o del supermercato! Oggi in una corso di filosofia si può dare la seconda annualità su Kant senza aver studiato Aristotele. La filosofia è una struttura piramidale e non puoi dare un esame su chi viene dopo se non hai studiato chi viene prima. Io stesso che sono un anarchico tendo a rispettare questa struttura. La scoperta dell’amore per lo studio della filosofia è stata per me un barlume, o meglio un vuoto. Ho incontrato un professore di filosofia che mi ha dato un vuoto. Lo ricordo dolorosamente, perché è stata una persona che mi ha segnato per sempre. Questo professore aveva un metodo particolare che era una sfida: quando uno studente non aveva studiato poteva giustificarsi e non essere interrogato tutte le volte che voleva, anche tutti i giorni. Ricordo che fino a dicembre di quell’anno non ho aperto libro, mi sono sempre giustificato, poi una mattina ho detto basta e ho deciso che avrei iniziato a studiare. Questo professore è stata l’unica persona che abbia avuto una reale incidenza culturale e pedagogica su di me: nel momento in cui io sono stato propositivo ho trovato il professore che mi aspettavo, il vero educatore.

Nel momento in cui mi sono interessato ed entusiasmato alla filosofia, ho incontrato una persona. Non pretendo che sia stato così per tutti, però, questa esperienza mi ha persuaso che chi mi voleva far studiare per forza non era interessato a me, al contrario quel professore, non chiedendomi nulla, mi stava venendo incontro. Del resto è difficile predicare da una cattedra, è rischioso. Lui ha fatto il contrario: è stato zitto e mi ha lasciato parlare. Un giorno gli ho detto: “mi hai rotto i coglioni, voglio studiare, interrogami!”. La dimensione dell’importanza, della responsabilità del professore è decisiva perché parlare a una classe è un problema, è senz’altro un momento critico. Il blocco si supera quando si ottiene quel risultato per il quale è la classe che parla con il professore.

L’uomo: una macchina potente

Sono convinto che una società abbia un margine di miglioramento se investe sull’inchiesta. La galera è un compendio incredibile della società perché chiunque intervisti là dentro ti racconta un mondo, le crepe che possono aprirsi anche nella cosiddetta convivenza civile. Per assurdo a tutti può capitare di fermarsi a un semaforo con la macchina in mezzo al traffico e dare una crickettata a un automobilista. Sono completamente d’accordo con il comandamento “non uccidere” e non voglio giustificare i delitti, ma sono anche convinto che chi ha sbagliato dovrebbe essere ringraziato perché è come se avesse sbagliato al posto tuo. Chi sconta una pena è come se la pagasse anche per chi non ha commesso la colpa. Ho incontrato in carcere persone che si sono trovate senza soldi e senza lavoro, e si sono messe a vendere droga. La mia domanda, quando ascoltavo queste vicende, era semplice: perché una società che si fonda sul lavoro permette questi esiti umani? Oppure: può essere un reato non avere lavoro? e rubare quando si ha fame? Quando si parla con un detenuto che ha commesso un reato si ha la sensazione che molti di noi, posti nelle stesse circostanze ambientali, reagirebbero allo stesso modo. Le circostanze fanno l’uomo molto più che il contrario: l’uomo in difficoltà è un essere capace di reagire con grande violenza. L’uomo è una macchina potente, è una bomba, non è un cane, è il risultato di millenni di evoluzione e quando dialoga con il male lo fa a grandi livelli. Tuttavia ci sono dei reati su cui non ci si può interrogare, chi sbaglia deve pagare – non voglio fare “tana libera tutti” – ma da un altro punto di vista è la violenza di una società la causa della maggior parte dei reati. Una mattina un tizio si alza e spara dalla finestra, e non lo voglio giustificare, ma mi devo sempre interrogare su un gesto così. La vita è diventata una cosa difficile che si passa nel tentativo di viverla come non si dovrebbe: oggi si creano aspettative e frustrazioni che portano i soggetti alla totale esasperazione dei desideri e quindi alla violenza.

Una cosa condannata a vivere

Le opportunità che ti dà la letteratura sono incredibili, perché è l’unica forma minimamente paragonabile alla vita vera. Per esempio la ricostruzione delle circostanze dell’infanzia è una cosa meravigliosa. Il mondo dell’infanzia è quel momento unico in cui si vive senza sovrastrutture, ma che ti struttura pienamente. Di quell’età mi incuriosisce la resistenza umana alle cose: che sia resistenza alla scuola e al carcere è la stessa cosa. Quella dimensione nella quale la vita riesce a essere più vitale, ad avere più possibilità, più margine di azione. Quindi si mette un individuo con le spalle al muro, si sa già che andrà nell’unica direzione consentita. Una cosa che vive è una cosa condannata a vivere. Con Dentro ho voluto cogliere la vita in quel momento, in tutta la sua statura, di una cosa condannata a essere. Ci sono dei passaggi senz’altro amari in questo libro, ma c’è anche una consapevolezza onesta: l’uomo è questa cosa qui, cioè la cosa più grande che ho conosciuto. Me ne stupisco tutt’ora anche nella dimensione più semplice, nella convivilità, nella bellezza dei rapporti, degli slanci, delle cose più ridicole. Io vedo un’umanità immensa, solidale, grande, mortificata da una società che è la trasfigurazione in brutto di se stessa. Non credo nel mito del progresso, non sono d’accordo col mio prossimo e non credo nemmeno ai paesi che fanno propaganda di civiltà. In generale, non mi piace la deriva di questa società. Dentro è un libro di speranza che vuole parlare con la parte più semplice dell’uomo, senza velleità sociologiche: la cultura nella quale viviamo ci influenza a pensare che ogni pratica abbia una teoria prima, ma la teoria spesso soffoca la pratica.

Commenti
8 Commenti a “La pratica viene prima della teoria”
  1. Cesco scrive:

    Mamma mia che pippone ai tira questo… Ma è mai possibile che gli intellettuali in Italia debbano essere sempre cosí! Ma che 2 palle….

  2. marco m scrive:

    a me pare molto onesto, e “quotidiano”.
    sulla scuola, e sull’università, sono decisivi proprio gli incontri: con quel tipo molto raro di umanità, appunto, che è l’educatore, prima ancora che il professore.
    buoni maestri, insomma, che sappiano cedere una parte di sé per comprendere davvero chi hanno davanti – a maggior ragione in tempi in cui le istituzioni in cui lavorano stanno cadendo a pezzi.
    sono pochi, questi uomini, ma sono uomini davvero.

  3. carmine vitale scrive:

    a me sembra un grande grandissimo scrittore
    c.

  4. Bisognerebbe leggerenil libro prima di parlare. Credo di capire quello che dice, anche se so che riuscire a tradurre delle intuizioni in letteratura, l’è dura. Leggeremo.

  5. Francesca scrive:

    ho fatto il classico, ma il professore che più mi ha formata è stato quello di matematica e fisica. un professore che ti insegnava un certo tipo di sguardo sul mondo, e non semplicemente integrali e geometria analitica. ci insegnava l’importanza di uno sguardo sfaccettato, ironico e aperto alle possibilità, sulle cose. eravamo davvero motivati an andar bene ai compiti in classe,e non perchè lui facesse del terrorismo psicologico, ma perchè al contrario con la sua professionalità e umanità ti sentivi responsabilizzata a fare del tuo meglio

  6. rita asirelli scrive:

    Sandro Bonvissuto, la dimostrazione che è meglio una testa ben fatta piuttosto che piena. Il libro è bellissimo, non è nemmeno letteratura da tanto che è nuova la sua scrittura, una scrittura che pensa e ti fa pensare e per me non è male pensare adesso.

  7. carmine vitale scrive:

    si rita asirelli proprio cosi! quuoto parola per parola

  8. Fabiomax scrive:

    grandissime intuizioni e visioni di questo scrittore. Mi colpiscono la sua lucidità e la sua precisione nel descrivere le cose, le situazioni e soprattutto le intenzioni. Utilizza ogni suo sapere (e si intuisce che questo non è scarso ed è autentico) per discernere, indagare, aprire strade e nuovi modi di pensare la realtà. Leggere le sue parole accende desideri positivi. Mi sembra moltissimo.

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