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La prima volta che la camorra ha sparato e non ho sentito

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Giusi Marchetta ringraziando l’autrice e la rivista. (Immagine: Banksy)

di Giusi Marchetta

Ero a Napoli quando un gruppo di scissionisti del clan Di Lauro ha deciso di fargli la guerra. Io andavo e tornavo dal corso di specializzazione e loro si aggiravano per la città seminando agguati che riportassero gli uni o gli altri in vantaggio di un morto. Succedeva nelle periferie dove tutto era cominciato, ma succedeva anche nei quartieri del centro in pieno giorno. Si uccideva per vincere la guerra e si rubava per finanziarla.

L’enormità della tragedia in atto non ci sfuggiva (le immagini dei cadaveri rilanciate dal tg nazionale, il conteggio dei morti e la loro attribuzione necessaria a tenere il punteggio, l’indagine sociologica cui pareva doversi sottoporre una regione geografica dai confini incerti), però ci sembrava naturale andare avanti, vivere come se girasse una singolare forma di influenza che ci rompeva le ossa e ci toglieva il respiro, ma che, tutto sommato non ci impediva di fare quello che dovevamo.

Qualcuno cedeva ogni tanto, com’è normale; allora, ovunque servisse, a cena, per strada, davanti al caffè, si concorreva a sanare quel cedimento, a renderlo meno fragile, con una constatazione pronunciata a mezza bocca: tanto si ammazzano tra loro. Allora dovevi scegliere se questa cosa detta con leggerezza ti facesse schifo o se ti spaventasse. O ancora, se ti facesse pena. In fondo tutta la città si stava ammazzando e a dirsi così pareva che uno cercasse un riparo, una scusa per dire: vedrai che a me e a te non succede.

Andavo e venivo dai corsi obbligatori. Un giorno tornavo a piedi, percorrendo in un quarto d’ora un tratto che l’autobus avrebbe fatto nel doppio del tempo, ostaggio di un traffico che pareva una maledizione. Camminavo e pensavo a un esame, ma soprattutto alla sensazione che i miei giorni fossero ormai tutti uguali, una catena di doveri e puntualità che mi stavo trascinando dietro dall’università e forse perfino da prima.

Percorrevo via Foria a testa bassa, gli occhi sulla punta delle scarpe e la tracolla che ogni tanto ci ondeggiava davanti. Non ho visto l’uomo che usciva dal bar ma l’ho avvertito: ho rallentato leggermente e lui mi ha preceduto sul marciapiede, un omone con le spalle ondeggianti e la camminata veloce.

Il secondo uomo invece mi ha tagliato la strada: un solo passo dalla soglia del bar alla strada, con lo sguardo fisso sulla nuca del primo. È partito un fischio lungo, un richiamo. L’omone si è girato e ha visto l’altro tirare fuori la mano dalla tasca, tendere il braccio, mirare. Allora s’è buttato a terra, in ginocchio, si è fasciato la testa con le braccia e ha aspettato come tutti noi intorno abbiamo aspettato, immobili, di sentire lo sparo che gli arrivava addosso.

Non so come, stamattina, mi viene in mente Nicola. È una sensazione strana, quando ti rendi conto che la memoria non riesce a tenere insieme tutto il tempo ma ci fa dei riassunti, taglia e cuce male insieme persone e giornate in cui abbiamo convissuto.

Per anni di questo bambino biondo non è rimasta traccia nei miei ricordi che sono cresciuti, andati alle medie, al liceo, all’università, che nel tempo si sono moltiplicati e confusi con fantasie poi abbandonate o a cui mi sono affezionata troppo per non trovarci nulla di vero.

E poi, oggi, mentre faccio una cosa banale come lavarmi i denti davanti a uno specchio chiedendomi quanti giorni della mia vita sono cominciati esattamente così, la sua faccia tonda e il neo sulla guancia si affacciano nella mia mente chiarissimi, vivi, come se per anni Nicola fosse stato nascosto da qualche parte e avesse avuto finalmente il permesso di uscire.

Era arrivato a metà della quinta elementare, in una classe in cui le voci degli altri erano un’abitudine acquisita. Non aveva il grembiule, solo un giubbino blu che metteva sempre cercando di mimetizzarsi con la tinta delle nostre uniformi bambine. Il risultato era una stonatura peggiore. Essere simile a noi, era peggio che non essere uguale. Guardavi il giubbino e i suoi jeans e non vedevi le stesse poesie, l’esercizio costante di una sillabazione feroce, i cartelloni appesi alle pareti della classe con la firma di tutti. Era un estraneo e per giunta lo sembrava.

Ed era indietro col programma: su tutto. Per tamponare la situazione, la maestra me l’affidò senza indicazioni precise e lui stesso mi si affidò con una docilità difficile da gestire. Non dipendi da me, avrei voluto dirgli. Ma non lo facevo e, anzi, prendevo ogni assenza e ogni compito non fatto come un affronto diretto a me. Mi avevano messo in mano il capo di una corda e detto: – Tira. E io tiravo, ma non ero abbastanza forte per trascinarmi dietro tutto quel peso.

E poi, una mattina, Nicola non era a scuola. Quella sera al telefono la sua voce pareva più sottile: non poteva venire, non sarebbe venuto per un po’.
– Ma perché?
Non pareva malato. E io avevo tirato forte ed ero stanca.
Sua zia prese il telefono. La sua voce era secca e piena di accenti.
– Devi dire alla maestra che Nicky non viene a scuola perché gli è morto il padre.
Da qualche parte accanto a lei, Nicola stava zitto.
– Hai capito come devi dire?

Sul giornale la notizia occupava un paio di colonne. L’avevano fermato a un incrocio con un semaforo, qualcuno che conosceva. Avevano aperto la portiera dal lato del passeggero: allora si era accorto della pistola. Ci aveva provato a dare un colpo all’acceleratore, a partire in quarta, ma non era servito: il colpo gli era arrivato in faccia. Dove doveva.

Dell’articolo di giornale ci aveva detto Domenico in classe. Io non ci avevo creduto: c’era quel dettaglio, quello sparato in faccia. Se davvero lo avessero scritto sul giornale, pensavo, Nicola lo avrebbe potuto leggere. Mi pareva una cosa illegale. Per questo litigai a morte con Domenico finché lui non andò a piagnucolare dalla maestra e lei non fu costretta a confermare che era vero, che l’articolo c’era ed era tutto così.

La mattina mio padre mi accompagnava a scuola in macchina. Lo guardavo al posto di guida e pensavo alla sua faccia così tirata e indifesa.

Non ho mai pensato al padre di Nicola come a un camorrista anche se quasi sicuramente lo è stato: la ferocia dell’agguato, il colpo al volto mirato a punire un affronto, non erano che il contorno pittoresco di una perdita troppo vicina per essere compresa dalla bimba che ero. Più che un regolamento di conti (espressione che costellava i tg dell’epoca) la sua morte rientrava per me nell’ambito di una possibile, tragica fatalità che accomunava tutti gli adulti che guidavano nella provincia di Caserta. Insomma, la camorra aveva sparato, ma io non avevo sentito.

Quel giorno, in via Foria, quando l’omone si è inginocchiato e si è coperto la testa sono rimasta immobile sul marciapiede. Un attimo dopo, l’altro ha abbassato il braccio e ha cominciato a ridere dello scherzo, mostrando, pistola innocua, la mano vuota ancora in posa.
L’omone ha elaborato velocemente l’umiliazione o la minaccia, poi si è rimesso in piedi con un sorriso tirato. Solo io e lui abbiamo sentito lo sparo: il mio era partito anni prima, il suo era da qualche parte, già in canna, in attesa di arrivargli addosso.

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