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La profondità delle superfici di Francesco Longo

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Photo by Joshua Earle on Unsplash

Chi di noi, leggendo Il giardino dei Finzi-Contini, non si è un po’ innamorato di Micol? Chi non si è perso a immaginare di trascorrere insieme a lei un pomeriggio, attraversare con lei il giardino,gustando il suo modo di fare e la sua ironia? Chi non ha sognato di entrare nel suo mondo privilegiato, pur destinato a una così tragica caduta?

Francesco Longo, nel suo primo romanzo Molto mossi gli altri mari, non soltanto mostra la propria predilezione per Micol, ma si appropria di questo personaggio, le regala una nuova esistenza, una capigliatura riccia e regale, degli occhi azzurri con al loro interno dei riflessi lunari, e la pone al centro dell’immaginazione di Michele, il giovane narratore protagonista del romanzo.

Longo racconta una storia d’amore mancata, che delle storie d’amore mantiene la fastosità pur conservando un carattere eminentemente platonico. Michele e Micol si frequentano solo d’estate, a Santa Virginia, una località marina nei pressi di Roma, che ricorda il Circeo, ma che è in tutto e per tutto un luogo immaginario: il luogo delle promesse dell’adolescenza, dello spreco e della bellezza, dei falò sulla spiaggia, dei cavalloni selvaggi, degli amori brevi, delle comitive di ragazzi, il luogo di una sola stagione, degli epiloghi e delle rinascite.

Micol si reca quasi ogni anno a Santa Virginia con la sua famiglia per trascorrere una parte dell’estate. Michele invece a Santa Virginia ci abita per tutto l’anno, e trascorre l’inverno nell’attesa spasmodica della bella stagione. Michele è un ragazzo che soffre di un’asma capace di condizionargli l’esistenza, ma che – nonostante trascorra gran parte dell’anno in solitudine a osservare gli astri con un telescopio e a registrare gli eventi atmosferici di Santa Virginia in un giornalino locale scritto interamente da lui – d’estate è legato da sentimenti d’amicizia a un gruppo di ragazzi che frequentano la località di villeggiatura: Guido, il Cicogna, Silvia, Margherita. Micol la conosce qualche anno dopo, ma se ne innamora subito.Forse viene anche corrisposto, ma su questo fatto l’autore non pronuncia mai una parola definitiva, lasciando questa passione come sbozzata, asimmetrica, obliqua nel modo più fecondo.

Il romanzo inizia alla fine di un mese di agosto, quando i ragazzi sono cresciuti, e una tempesta mai vista sta per abbattersi su Santa Virginia. Le estati passate vengono rievocate dal narratore tramite una serie di flashback, che zoomano con sapienza sulle vicende dei personaggi: le passeggiate in bicicletta, i tornei di ping-pong, i bagni in piscina, la passione per il surf, gli amori estivi, le grigliate di pesce. Sono avvenimenti minuscoli, quotidiani, incorniciati dall’indolenza estiva dei ragazzi, che costituiscono la trama più godibile del romanzo. Un tessuto di eventi che danno forma all’esistenza pur rimanendo marginali, come se la vita si componesse di fatti irrilevanti, capaci di incistarsi e dare spessore alla realtà lasciando tracce luminose ma non permanenti, come la scia della risacca sulla spiaggia, che viene cancellata e rinnovata a ogni frangente.

Ora i ragazzi sono grandi, molti di loro mancano da Santa Virginiada molti anni: si sono fidanzati, hanno fatto nuove esperienze, hanno preferito andare in vacanza altrove. Ma in occasione della tempesta che sta per arrivare, sono accorsi immediatamente, come di fronte a un richiamo ineludibile. La giornata trascorre tra i ricordi, con l’orecchio attento al meteo, in un clima di attesa che non riguarda solamente gli eventi atmosferici, ma che preconizza qualcosa sulla vita di ciascuno di loro. La tempesta costituisce un discrimine che rimette in discussione tutto il passato e apre uno scenario nuovo sul futuro. L’uragano che sta per abbattersi sul promontorio di Santa Virginia si manifesta come una resa dei conti, con la medesima spaventosa autorevolezza, con la stessa cupa minacciosità. Ma è anche un’occasione luminosa, che apre panorami di altissima libertà, una libertà che si preannuncia sotto la specie delle onde perfette che la tempesta promette con larghezza, e che il gruppo di personaggi – tutti giovani surfisti appassionati – interpreta come una lusinga di appagamento e di pienezza.

Il passato si configura come una serie di attimi irrelati cui è difficile conferire un significato unitario. Le vite dei ragazzi si distendono indietro nel tempo in flashback che nella narrazione si alternano al presente, intervallando attimi di allegra spensieratezza ad altri di pensosità inquieta.

Molto mossi gli altri mari è un romanzo la cui maggior forza si manifesta nelle superfici, pur nascendo nella profondità, come avviene per le onde del mare. Gli amori svagati, le pigre abitudini estive, le vite marine dei giovani protagonisti, lungi dal riguardare solamente il loro aspetto esteriore, la loro apparenza superficiale, ci dicono qualcosa sul loro modo di stare al mondo, sulla loro vita profonda. Longo racconta bene le emozioni, i sentimenti, le sensazioni dell’adolescenza e della giovinezza, rimanendo attento allo spreco fatale dei giorni in questa età così complessa dell’esistenza. È un principe delle superfici, ma che non dimentica che quanto si avverte a livello epidermico ha in realtà delle radici negli abissi più remoti dell’animo umano, e che la storia, anche quando si rivela come una mera successione di eventi, porta sempre in sé il germe acuminato della tragedia.

Francesco Longo ha scritto un romanzo con uno stile sapido, piacevole, profondamente radicato nella tradizione della letteratura italiana più alta. Un esordio che ha il suo punto di forza nella scrittura misurata, elegante, frutto di una gestazione lenta e coraggiosa. Un libro importante e destinato a durare.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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