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La promessa focaia: conversazione con Giorgiomaria Cornelio

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La Promessa Focaia di Giorgiomaria Cornelio ha vinto il Premio Speciale di Bologna in lettere.

Il giusto riconoscimento a un esordio poetico degno di profonda attenzione. Ciò che colpisce nella poesia di Cornelio non sono solo il pregio stilistico o la già matura consapevolezza autoriale, più in profondità si intuisce una radicale aderenza esistenziale alla propria vocazione.

Cornelio è di per sé una creatura poetica: la sua eleganza androgina, la sua sprezzatura giocosa, il suo garbo d’altri tempi, il suo eloquio spontaneamente elevato, scevro da ricercatezze artificiose, la sua tensione mistica lo rendono un autore meravigliosamente inattuale, una voce giovanissima eppure antica, un pensatore con “i piedi fermamente poggiati sulle nuvole”, come scrisse Flaiano di Carmelo Bene.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con il poeta, affrontando anche le sue Favole del secondo diluvio, illustrate da Giuditta Chiaraluce. La sua ricerca poetica, ispirata da un messianismo apocalittico, è il perfetto viatico per questi tempi irreali di pandemia e ignoranza.

So che è un crimine chiedere a un poeta di esplicare le proprie immagini, ma il titolo allude alla scintilla di una ricerca interiore, di un’agnizione irresistibile del proprio daimon?

La Promessa Focaia è poco più di un’incrinatura che però non si finisce mai di interrare nel testo, qualcosa che io dico avvitato in ogni parola: «un’unghia di pece», oppure una carie, come poi sto scrivendo nella seconda parte dell’opera (Il detto e la carie, ancora inedita).

C’è nella compiutezza un che di ricattatorio, mentre la promessa è un’attesa che non sa ancora decifrare il proprio avvenire. Che protesta contro l’immediatamente certo, contro il “finito”e il suo dispotismo. In questo senso, La Promessa Focaia vorrebbe essere soprattutto un titolo-mantice, un congegno dell’ignizione, come in quel frammento di Rabbi Hayyim di Volozhin citato da Emmanuel Lévinas ne L’aldilà del versetto: «I nostri maestri insegnano che tutte le loro parole somigliano a braci (Avot 2, 10). [Per quale ragione? Perché?] se soffi sulla brace – in apparenza spenta e in cui rimane una sola scintilla – la rianimerai smuovendola e l’attizzerai soffiando su di essa.» Ma forse bisognerebbe rinunciare anche a questo immaginario. “Spurgarlo”. Fare della fiamma qualcosa prima della scoperta del fuoco…

Le citazioni in calce accostano classici della mistica come le storie chassidiche e il Libro della Scala di Maometto a riflessioni di Deleuze e Derrida. Quale relazione trovi tra il dissolvimento dell’io nell’esperienza della letteratura mistica e la decostruzione dell’identità nella filosofia postmoderna?

Per Caterina da Genova il pronome di prima persona sarebbe dovuto sparire dal discorso. Se “Io”non compare in questo libro non è perché ho l’illusione di averlo scampato, ma perché a suo posto ho voluto marcare quella ferita da dove s’incomincia a slargare il biancore della pagina. Ci sono teorie che non possono esaurirsi nell’orizzonte dell’’attuabilità, e per questo vengono ignorate, oppure frequentate in maniera fraudolenta. Ciò non avviene soltanto per la mistica: un’identica sorte riguarda anche elaborazioni più recenti, come la schizoanalisi o la «messianicità senza messianismo» di Derrida. Eppure, tale inattuabilità dovrebbe essere intesa come una forma ancora possibile di sommossa per scavalcare l’Io quando si firma con lo stesso nome della reclusione, del sistema o della rassomiglianza. In poesia, l’inattuabilità è lo strappo innalzato a verità del libro. Nient’altro. Rispetto a questo discorso l’editoria odierna sembra una galera; i poeti ripiegano sul web, senza però pensare nella modalità della rete: tutto nasce già “fissato”. «Chi ha dichiarato la bibbia completata? Non potrebbe forse la bibbia continuare ancora?» si chiedeva invece Novalis, con ben altra stupefazione. Ne discutevo insieme a Marco Giovenale durante l’ultima edizione di RicercaBo

Per tornare al tuo interrogativo, direi che sia nella decostruzione sia nella letteratura mistica l’identità viene differita: restano le parole, ma come altrettanti tradimenti dell’immobilità. La lingua diventala gestazione di questa fuoriuscita dalla lingua, il punto in cui la notte viene dirottata nell’inchiostro. Dal momento che ciò non mi è stato possibile, ne La Promessa Focaia ho tentato di concepire una poesia che, trattenendo in ogni “colonna” di testo l’ipotesi della cedevolezza, facesse di questa stessa cedevolezza il suo carattere fondativo: «fosse l’incrinatura talento o / germoglio, baderesti a piantare / erosioni per inginocchiarle alla / specie degli inizi.»

L’interno di nove nocciole cadute nel pozzo (Leit fossil) è una lista poetica di illuminazioni gnostiche, di frammenti di luce sapienziale che diventano riferimenti esistenziali. Puoi rivelarci il filo invisibile che le lega?

L’interno di nove nocciole cadute nel pozzo fa parte di una sezione del libro chiamata La sapienza della nebbia, ovvero di una serie di quaderni scritti in Irlanda tra il 2017 e il 2018. Il riferimento primario è quello del Salmone della saggezza e delle nocciole sapienziali – che provengono dalla mitologia irlandese – ma di fatto si tratta di una lista di possibili vagazioni, tentativi di riapertura di un film girato con Lucamatteo Rossi (Nell’insonnia di avere in sorte), di cui questi quaderni costituiscono anche un diario di lavorazione che ha oltrepassato la “fine” del film stesso. Del cinema c’interessava molto la possibilità di una sua contro-narrazione, magari già graffiata nelle cortecce degli alberi: «Un altro racconto potrebbe essere questo: non la storia degli specchi usurati ma la storia, cangiante e pluviale, del cinema prima della sua invenzione.»

Durante la composizione abbiamo guardato all’Atlante Mnemosyne di Aby Warbug (in particolare alla sua concezione sintomatica della storia dell’arte). L’interno di nove nocciole potrebbe essere considerato come un pannello scartato, un’altra rete di connessioni che – proprio perché rimasta inesplorata – è stata inserita all’interno de La Promessa Focaia in qualità di scheggia di film ancora congestionata nella pagina. Del resto io non faccio altro che sbordare, e temo che questa conversazione soffra già della stessa cattiva postura: qualcosa annotato qui comparirà nei nuovi quaderni, e note segnate altrove finiranno per legarsi con queste righe. Si scrive, credo, mutando continuamente la linea dei bordi, che perciò deve rimanere randagia. Il mio primo ricordo di “scuola” è precisamente questa incapacità di “valutarecorrettamente”lo spazio. Mi mancava il rigore: durante i primi due anni delle elementari riuscivo a malapena a sillabare…

Per quanto riguarda il sottotitolo dell’atlante, Leit fossil (ovvero Fossile Guida), ne fornisce un chiarimento Georges Didi-Huberman nel suo libro su Waburg: «In ogni immagine sopravvivente, quindi, i fossili danzano. Un’energia ha preso corpo per sedimentazione del tempo, […] di modo che guardare un’immagine – compresa come Leit fossil – equivarrebbe a veder danzare tutti i tempi insieme.»

Una citazione cruciale di questo atlante è quella del Vangelo di Tommaso: “quando farai il fuori come il dentro”. La tua silloge chiaramente allude al processo alchemico della trasformazione interiore. Sbaglio se sottolineo come tu abbia voluto sancire come l’unico via sia attraversare la nigredo, “passare attraverso la catastrofe” come dice la postilla finale di Deleuze?

Ci si deve piantare in questa catastrofe: fare una lotta alle vertebre, alle impalcature, ai sostegni sicuri, ed evitare con tutte le forze l’idea di una transizione intesa come completamento. La condizione è quella dell’esiliato che non ha niente da far maturare, «neanche il vuoto per la futura endurà».

Io ho sempre cercato l’indisciplina “degenerata”, e trovo perciò sconfortante l’idea che un percorso possa conoscere soltanto uno sviluppo lineare. Nel 2016 avviai una petizione per ristampare Elementi di critica omosessuale,manuale della“gaia scienza” – scritto nel 1977 – in cui la pluralità delle tendenze rovesciava il principio d’individuazione e la transessualità diventava «telos collettivo», continua “sprogettazione”. In quest’opera (ora finalmente disponibile) avevo trovato una misura altrimenti esclusa dai cupi centri arcobaleno, che non hanno più niente di radicale.

Per questo motivo continuo a rifiutare ogni accomodamento, ogni tragitto netto, soprattutto quando sento parlare di transessualità come scivolamento da un sistema di rappresentazione ad un altro. Non c’è bisogno di leggere Paul B. Preciado per capire che dietro a questa concezione c’è una miniaturizzazione dei sistemi di controllo, un regime medico e poliziesco che continua ad agire sul corpo, guidandolo verso categorie già cementate. «Come la depressione o la schizofrenia, mascolinità e femminilità sono finzioni farmaco-pornografiche definitive retroattivamente in relazione alla molecola con cui sono trattate» scrive appunto Preciado in Testo Junkie.

Questo non significa che non possiamo impiegare le tinte archetipiche del maschile e del femminile, ma tutto deve essere inteso nell’ottica di una pura “trascolorazione”, di un superamento “dell’umano”: guarda la Pandroginia di Genesis Breyer P-Orridge, oppure certi passaggi della letteratura devozionale che ancora oggi sono capaci di sconcertare i metodi di classificazione.

In età barocca alcuni mariologi erano arrivati ad affermare che Dio avrebbe sospeso la gravità per la Madonna durante la gravidanza…

I riferimenti a mistici come Jacob Bohme e Gertrude di Helfta si ritrovano non solo nelle esplicite citazioni, ma proprio nel tuo corteggiare poeticamente l’ineffabile. Oltre agli auctores evidenti (Cristina Campo, Simone Weil, Carmelo Bene, Dylan Thomas, Pavel Florenskij, Edmond Jabes) quali voci poetiche senti affini?

La Promessa Focaia è anche un’eredità che viene da quella seconda metà del Novecento che per me è stata segnata, più che dall’apoesia o dalle conseguenze della celebre affermazione di Adorno («Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico»), dall’abiura di Emilio Villa, che non posso ancora zittire in alcun modo…

Per il resto, eviterò qui di ripetere nomi già comparsi durante questa conversazione. Una lista ha senso soltanto se con essaci s’impegna a dissequestrare titoli dall’oblio, oppure a sfrondare gli elenchi troppo fitti, con devozione giardiniera: «chi si preoccupa e pota piante e piantine», come in quelle righe di Remo Pagnanelli che aprono La Promessa Focaia. Lui era nato Macerata, luogo della mia adolescenza e città che pare sempre sul punto di bollire in un sonno definitivo, ma che allo stesso tempo favorisce la circolazione sotterranea, l’incontro,“l’ars combinatoria”.  Faccio due esempi di voci poetiche l’hanno attraversata, per me ugualmente fondamentali: Stefano Scodanibbio, che a Macerata trasferì la Rassegna di Nuova Musica da lui fondata, e Magdalo Mussio, che fu docente all’Accademia delle Belle Arti e che proprio nelle Marche curò quello che rimane il mio progetto editoriale di riferimento, ovvero La Nuova Foglio.

Un lavoro poetico degli ultimi anni che ho molto amato è Una luce propria di Stefano Salvi. Un altro è Tecniche di liberazione di Mariangela Guatteri oppure il Faldone zero-venti di Vincenzo Ostuni. Come ossessione recente potrei invece portare Luis de León, tra i massimi autori del rinascimento spagnolo ma poco letto in Italia, che in apertura a I Nomi di Cristo dedica delle righe vertiginose alla “macchina dell’universo”: «[…] si abbracci e si concateni tutta questa macchina dell’universo, e si riduca a unità la molteplicità delle sue differenze, e restando non mescolate si mescolino, e rimanendo molte, non lo siano.»

Bisogna scrostare pazientemente, muoversi là dove fa buio…

Laura Caccia nella postfazione parla splendidamente di “una scrittura che si alimenta di tensioni e sommosse, di scosse e violazioni, non tanto dirompenti, quanto insistentemente perturbanti” e conclude rievocando una tua citazione dantesca, sull’offuscamento illuminante (obumbrazióne) compiuto da Amore nei confronti del linguaggio. Del resto, è l’etimologia stessa di rivelazione. Ciò è per te l’essenza dell’atto poetico, questo (come scrive Caccia) “oscurare il visibile per dare voce all’essenza”?

«Curarsi di obumbrare le parole» è un altro modo di rivolgersi alle braci, soffiando affinché si sollevi un fumo che però è già tramezzo scintillante,sporgenza sullo screpolo del mondo. Di questo ottenebramento celeste chi oserebbe scrivere con la medesima limpidezza dello Pseudo-Dionigi l’Aeropagita?

«In obscurissimo, quod est supermanifestissimum […]»

Veramente manifesta è dunque solamente la cosa che sia passata per la cerimonia del rovesciamento, della foratura, della cecità, della seconda venuta al mondo: quanto più le immagini dissomigliano da se stesse, tanto più esse suggeriscono nuovi incastri, e reclamano il prodigio di una lettura fluttuante, infinitamente rinnovabile come l’intrico delle sue interpretazioni.

La questione della dissomiglianza è stata forse il punto di vicinanza più forte con la filosofa Rubina Giorgi. Lei mi parlava di “nescienza”, dell’iniziazione asinina al reale, del dare evidenza «a ciò che non me mostra», come in Böhme, il “mirifico artigiano”da lei tanto amato… Se bisogna credere nel mondo (e bisogna, ora più che mai), allora la caligine deve divenire la formula e l’impasto di questo credere.

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Illustrazione di Giuditta Chiaraluce

Nell’incantevole Favole del secondo diluvio, in cui le tue scritture sono accompagnate dalle partiture visive di Giuditta Chiaraluce, ritorni sulla “lenta fermentazione delle promesse”. Anche qui in calce c’è una citazione mistica legata al paradosso dell’incarnazione (“Ecco, ora va’, scendi ne tale luogo, entra nel tale corpo”, tratta dallo Zohar). L’accenno iniziale all’albero sottosopra mi ha fatto sovvenire come l’Albero della Vita cabalistico sia accostabile al nostro sistema sottile e le sue “profondità giranti”. L’estinzione evocata nel titolo allude a una resurrezione sul piano immaginale?

Le Favole dicono la disobbedienza di ogni diluvio rispetto al compito della lavatura totale. Dicono l’esodo dell’Albero nella ciminiera, il nostro inciampo contro la terra, ma anche da dove iniziare a guastare «il complemento di luogo», le distinzioni ontologiche, il dissidio tra specie e specie. Oltre allo Zohar, in calce a questo piccolo libro avrei potuto mettere quel dialogo della Cabala del cavallo pegaseo di Giordano Bruno dove, ad una domanda posta da Sebaste («Dunque costantemente vuoi che non sia altro in sustanza l’anima de l’uomo da quella de le bestie? E non differiscano se non in figurazione?»), Onorio risponde in questa maniera: «Quella de l’uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella de le mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima: come non è corpo che non abbia o più o meno vivace e perfetta comunicazion di spirito in si stesso».

Le Favole sono state concepite a Valle Cascia, un paesino marchigiano di 400 abitanti che nel 2019 ha ospitato un evento di teatro-poesia (I fumi della Fornace) nato sotto un duplice influsso: da una parte le feste della Madonna della Rosa,che a Vallecascia vengono ancora celebrate, e dall’altra l’esperienza di Parole sui Muri. Quello che accadde a Fiumalbo nel 1967 rimane una testimonianza decisiva sul contributo dell’arte nella riformulazione dello spazio urbano, soprattutto alla luce delle nuove questioni ecologiche…

Certo: le Favole dicono anche l’estinzione, ma come quanto non può essere pensato sino in fondo (pure nell’Antropocene). Ad un mondo che s’invera unicamente nell’immagine della catastrofe, vorrei qui proporre una promessa che sorpassi l’inveramento senza per questo tradire la realtà.

Due volte celibe è la mano che nel firmare la propria rinuncia inventa così la prima lettera di una fame da mantenere insaziata. Perché non la fine, ma ciò che non cessa di essere inadempiuto appartiene oggi alla poesia.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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  1. […] un’intervista uscita sul sito Minima e Moralia, a una domanda riguardante una sezione del tuo libro d’esordio “La Promessa focaia” […]



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