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La proprietà eversiva delle storie brevi in Georgi Gospodinov

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Ognuno di noi porta segretamente con sé una casa abbandonata, rivela il protagonista di una delle storie superbrevi di Tutti i nostri corpi (traduzione di Giuseppe Dell’Agata, Voland). In quella dimora deserta sono custoditi i pesi di cui l’essere umano è incapace di sbarazzarsi, dominato da una inguaribile nostalgia. Georgi Gospodinov si insinua tra le pieghe del ricordo per ridefinirlo nella consapevolezza che l’esperienza che lo produce sia da rintracciare in egual misura in ciò che è stato vissuto e letto. Prende forma così un insieme composito che usa la brevità per tracciare l’effimero nel solco di storie surreali, fantastiche, dalle atmosfere oniriche o grottesche.

Poeta e prosatore di spicco della letteratura bulgara, Gospodinov è noto anche come autore per il teatro e come storico della letteratura. Il successo internazionale ottenuto con Fisica della malinconia è l’esito di un percorso di sperimentazione e esplorazione della scrittura frammentaria avviato già in Romanzo naturale. Con la sua ultima opera rivendica la “proprietà eversiva delle storie brevi” che, come dichiarato nel contributo che chiude la raccolta, si inserisce in una tradizione eterogenea in cui trovano spazio riferimenti all’antichità accanto a rimandi a Jorge Luis Borges, Augusto Monterroso, Daniil Charms, István Örkény, ma anche a bulgari come Jordan Radičkov, Ivan Metodiev.

L’attenzione al frammento conferisce ai componimenti un tenore caustico e malinconico nel relazionarsi col passato e nel dare forma alle angosce del presente, anche attraverso la costante trasposizione di motivi dominanti nell’osservazione della natura e dei suoi fenomeni. “Innumerevoli greggi di nebbia incombono stamane sulla vetta. Solo il campanile del monastero si drizza in alto, come il collo teso di un pulcino appena nato. Dal basso si percepisce appena il suono dei campanacci. Quando il sole disperde la nebbia, i campanacci trovano le gole e i corpi delle mucche”.

Le trame sottili che caratterizzano ogni racconto permettono di evidenziarne il sentimento dominante, la malinconia, “parola pomeridiana” che ha bisogno di intervalli vuoti per dispiegarsi. “Non ti aggredisce all’improvviso, non ti travolge come un’ondata, le sue acque sono pigre, il suo veleno lento, ti fiacca pian piano. Il suo stato di aggregazione è la liquidità”. Ritiene la tăgà una malinconia diversa dalla hüzün turca o dalla saudade portoghese. Una differenza insita nella relazione con la perdita, che nella realtà bulgara ha a che fare con la percezione di aver perso qualcosa senza la certezza di averlo mai posseduto. “La tăgà di mia madre per Parigi, che non ha mai visto e non vedrà mai. Quella di mio padre per il 1968, che non si è mai verificato in Bulgaria e che ormai non si verificherà più. Una tăgà al quadrato, per tutto un mondo che non ha mai visto la luce. Ma le cose che non si verificano spesso durano più a lungo. In questo senso la tăgà bulgara è perenne”. Un sentimento associato alla sospensione intravista nel pomeriggio, “un tempo radicalmente altro, un tempo nel tempo, un marciapiede nascosto, una nicchia, un corridoio”. Concepisce una geografia emotiva nei luoghi che rispondono a personali inquietudini, come i monasteri, i cimiteri, o i laghi “impiegati per lo più a produrre silenzio”.

L’idea di brevità, che in alcuni casi arriva a risolversi in componimenti minimi – Agosto “Il pomeriggio del mondo” – , favorisce l’indagine sulla finitezza dell’essere umano e dei suoi limiti fisici. Il racconto che dà il titolo all’opera rivela lo sconcerto vissuto da un uomo che nel risvegliarsi dall’anestesia si trova davanti tre rappresentazioni di sé che hanno marcato la sua storia nell’infanzia, nella maturità e nella vecchiaia. Storie che nell’imprevisto rivelano l’elemento capace di stravolgere l’ordinaria concezione delle cose.

Una visione provocatoria del mondo resa attraverso il rovesciamento del tragico nel comico. La tendenza parodistica e caricaturale caratterizza figure innocenti, disincantate, ciniche, preda di ossessioni come la correttrice di bozze tormentata dai refusi, o inadatte al presente come il barbone che colleziona chiavi che non aprono più alcuna porta. La sua prosa cataloga attraverso uno sguardo allucinato i piccoli accadimenti del quotidiano per trasfigurarli attraverso l’invenzione attribuendo a essi un nuovo senso o per raffigurarne la condizione dominante, come la solitudine resa nella descrizione minuziosa di gesti minimi di un uomo a tavola che attua premure per un mondo a cui non appartiene (Rituali).

Dall’indagine sotterranea legata all’identità emergono brandelli di esistenze che l’autore percepisce come cucite alla propria (“Ci sono toccate varie vite. E non ne abbiamo portata a termine nemmeno una”). Lo sguardo del poeta è percepibile in particolare nel dialogo tra l’individuo e il resto del mondo, attraverso immagini suggestive legate all’osservazione del cielo. Quadri animati da attese e desideri destinati a una inesorabile disgregazione. “E tutto quello che in terra si sussurrava e si sognava, in alto si realizzava in piena chiarezza”.
Gospodinov esplora le barriere tra esistente e inesistente, passato e futuro, per ridefinirle rivendicando, per voce del suo alter ego Gaustìn, l’anarchia che impronta la sua intera produzione letteraria: “I generi puri non mi interessano. Il romanzo non è ariano”.

Disinteressato alla mera mimesi della realtà, si affida al paradosso per immortalare la sofferenza nel logoramento fisico e interiore e calarsi nelle tenebre della psiche. La generale percezione è di un tempo sospeso: la presenza di riferimenti storici e politici – in particolare agli esiti del socialismo nel fornire un ritratto della società bulgara del presente – si fonde col mito.

La realtà polimorfa che prende forma sulla pagina è frutto di visioni alterate, illusioni, sospensioni e dissonanze. “Colleziono storie impossibili come la storia delle nuvole del XII secolo, la storia del desiderio di essere altrove, la storia delle mosche nate nel 1968 (e morte nello stesso anno), la storia della malinconia alle sei di sera, la storia delle storie impossibili. Ovvio che la collezione è vuota. E solo per questo possibile”.

L’assurdo in Gospodinov diventa lo strumento per dare forma a interrogativi esistenziali. Dominano nella sua ricerca inesausta aspetti quali l’origine del mondo e l’altrove; lo smarrimento dell’individuo e la relazione col passato (“Non sono io, è la mano che ricorda”); il legame travagliato con una patria che rivela la sua natura ostile (“l’odio ci aspetta sempre in un posto vicino, nativo”). A innervare la narrazione il legame primordiale tra l’infanzia e la morte – “ogni nascita è un omicidio con la data differita nel tempo” – reso per contrapposizioni dal sotteso ironico e dal carattere aneddotico.

Le storture del reale sono il ritratto della miseria umana, il ridicolo che accompagna l’agire dell’uomo, le sue ossessioni, la precarietà insita in ogni relazione. Nel vasto inventario umano trova posto anche una sottile derisione della figura dello scrittore, rappresentato a più riprese nella vanità e distrazione che gli valgono la commiserazione altrui, nell’irrequietezza con cui vaga per il cimitero Père Lachaise (“Mancava solo lo scrittore bulgaro in questa antologia marmorea, nella letteratura mondiale, come nel suo cimitero”) e nelle inquietudini dei suoi dilemmi notturni (“C’è un tale silenzio, pensa lo scrittore ogni notte. Non telefona nessuno, non viene nessuno. O sono morto o sono diventato un classico”).

La rappresentazione della tragicità del destino, l’ironia della sua imprevedibilità, la fragilità e la relazione incerta col passato non si riducono alla sfera dell’umano. Così può accadere di calarsi nella memoria di un ginkgo biloba, in cui anche se di rado e solo in sogno vagano ancora i dinosauri, e scoprire la sua capacità di disinnescare i ricordi dolorosi. Seguire il vagare di un gallo nell’ospedale Pirogov, visibile solo a un vecchio degente del reparto delle malattie interne, o ripercorrere le vite dei “cavalli falliti” come il Cholstomér di Tolstoj (“La storia più pietosa e disperata sulla vecchiaia e sulla morte”), il cavallo difeso dal filosofo nella piazza di Torino (“Ecco l’empatia nella sua forma più sublime, il cavallo e Nietzsche abbracciati, frustati e piangenti”), e quello che suona la fisarmonica davanti alle ex scuderie imperiali di Vienna, un “centauro alla rovescia, corpo di uomo e testa di cavallo”.

Tra gli interrogativi sulla percezione del tempo vissuto da un moscerino del vino come di una tartaruga delle Galapagos, o i miraggi del desiderio di tramutarsi in oggetti, Gospodinov allestisce sulla pagina una raffigurazione sensibile che si allarga all’intera sfera dell’esistente.

Il vero poema dell’umanità, sosteneva Henri Barbusse ne L’inferno (ed. Atlantide) per voce di uno dei suoi protagonisti, “è costruito dal segreto spaventosamente monotono ed eternamente straziante degli esseri, attorno ai quali l’ombra e la solitudine cancellano il luogo e l’epoca in cui gli accade di essere”. Un discorso che Gospodinov pare tradurre in chiave contemporanea nel rivendicare la componente irrazionale con cui ricercare un orientamento nel disordine del reale. Rivela l’abbaglio e l’afflizione dei ricordi la cui origine, associata a vissuto, letture o visioni, genera l’impulso di una scrittura che sa trattenere la tragedia e salvare solo la parola. “Tu mi hai fatto di terra, e io ti ho fatto di parole. – ribatte Gaustìn nella disputa con Dio – Vediamo adesso chi è il migliore artefice”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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