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La prospettiva degli altri

di Graziano Gala

Ci salutano – diceva il capitano dalla barca – ci salutano, e scappellava e sirenava a beneficio dei bagnanti. L’agitarsi delle braccia sulla costa contentava il resto dei presenti, così lontani da giorni da una terra che a vederla non era più così lontana. Una terra diversa, sconosciuta, eppure amica; uno stuolo di braccia ad agitarsi e ad annunciare che il mondo in quei giorni era rimasto lì fermo ad aspettare, a salutare non appena capitasse di incrociarne lo sguardo sulla costa. Ci salutano – contraccambiavano le mani sull’imbarco – ci salutano, affermavano sicure.

Dalla costa era tutto un agitarsi, di braccia e pure di parole, viste le prime non sentite le seconde, ca ste mmerde ne ‘nquinane lu mare cu ste ‘bbarche ca pisciane petroju, con i santi accompagnanti la madonna, inauditi i primi, puttana la seconda con un figlio del quale si sa poco che ingombra le aule crocefisso. Erano molte, le maledizioni, che la costa offesa esercitava, che la barca sorda non capiva e che il mare confondeva nelle onde. Più di tutto lamentava la Consiglia, che nel mare non ci entrava poi da anni, che sti stronzi tenessero la carne sopra al mare per farsi il barbechiù, mentre noi che il mare lo abitiamo non teniamo né il pesce né la carne, che quello che peschiamo è nelle casse con un prezzo che a noi non ci riguarda, e di sicuro lo vendono agli stronzi che si fanno le grigliate dentro all’acqua. Questo si pensava dalla costa del fumo che usciva dalla barca, questo il giudizio della costa sui saluti e gli scappellamenti.

Dalla barca nessuno lo sapeva, del fumo e del terribile giudizio. La barca continuava a salutare mentre il fuoco la scaldava disattenta, un fuoco che veniva dal motore e non da un presupposto barbechiù: i presenti erano di spalle, troppo impegnati con la costa, a toccare con le urla e con le braccia quelle mani che credevano saluti. Avaria, motore in avaria, annunciava sorpreso il capitano, e le mani puntavano la costa ma stavolta non erano saluti. Sulla barca si urlava a precipizio, e la paura schiumava dalla bocca, e solo ora, mentre il mezzo si inchinava, si percepiva quanto grande fosse il mare.

La costa, che guardava disattenta, sazia delle sue maledizioni, vedeva che quel fumo esagerava, e tanta, troppa era la carne, ma non di quelle a pescheria e neppure comperata al macellaio. La Consiglia prima infastidita, annunciava adesso riluttante che bisognava calarsi dentro all’onde per salvare i dispersi dal naufragio. Non serve, rispondeva freddo Manlio, non sono poi così lontani, se hanno forza verranno qui a bracciate, se non sanno nuotare impareranno. La Consiglia, che nuotare non sapeva, e che occupava solo l’anti-scoglio nella speranza che un giorno le venisse un motivo per vincere l’affanno, era già col muso dentro l’acqua, e le zampe a nuotare a cagnolino, ma di acqua la Consiglia ne imbarcava, forse quanto e più la barca, che nel frattempo si era messa bella dritta, per mostrare quanto fosse alta, prima di cercare d’emergenza di spegnersi l’incendio sotto all’onde.

Sulla barca, che non era più una barca, ma una cosa che lenta scivolava, trascinando chi prima salutasse quella costa ora in cerca di Consiglia, che lenta, pareggiava con la barca, a vedere chi toccasse prima il fondo.

Sul mare, una macchia piena d’olio, fuori, le urla dei passanti, e Manlio che chiamava la Consiglia, e adesso però non la trovava, mentre lenti imperversavano i soccorsi ad unire gli imbarcati coi costieri.

La Consiglia, che lenta scivolava, pensava che il fondale è proprio bello, e che i pesci, lontano dalle casse, avessero tutt’altro che un colore. Peccato per il fiato che mancava, per la vista sempre più sbiadita, per la barca colata sotto a picco e per essere morta nel peccato, a meno che Dio non perdonasse le bestemmie dette in leggerezza.

 

Sulla strada una macchina al parcheggio, incosciente di Consiglia e della barca, scaricava le valigie sull’asfalto, osservando le braccia in agitarsi.

Ci salutano, diceva il padre guardando l’agitarsi,

Ci salutano, rassicurava la famiglia.

 

 

(Foto)

Commenti
2 Commenti a “La prospettiva degli altri”
  1. Maria Letizia scrive:

    Straordinariamente bello, così traboccante d’emozioni da sentire la fame d’aria di Consiglia, il fumo e il trascolorare lento della morte.

  2. Mario U scrive:

    Nel racconto brilla la bravura dell’autore nel saper carpire gli umori dell’animo umano e presentarli a noi, nella loro cruda realtà. Siamo noi gli altri, quelle persone incapaci di saper leggere sotto la semplice superficie dell’apparenza, cosi da poter cogliere, da altra prospettiva l’essenza delle cose. Forse recuperare l’empatia verso chi soffre, verso chi agita la mano in cerca di soccorso, potrebbe ridonarci quell’umanità sopita, che scopriamo di avere soltanto in punta di morte.

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