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La Puglia e le stragi di mafia

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Ogni volta che in una strage di mafia viene ucciso un bambino, si pensa e si scrive che una soglia primordiale, quella tra la barbarie e la civiltà, è stata oltrepassata. Purtroppo il bambino crivellato di colpi sulla statale 106 a pochi chilometri da Taranto, alle porte del paesone agricolo di Palagiano, non è il primo bambino o il primo adolescente innocente a essere ammazzato. Da molto tempo quella soglia è stata oltrepassata, tanto che viene da pensare – a ragione – che “le buone regole” nelle esecuzioni e nelle vendette di mafia, o in tutte quelle faide dai tratti inequivocabilmente mafiosi, non siano mai esistite.

Non solo in Sicilia o in Calabria, dove solo poche settimane fa è stato ucciso un altro bambino, Cocò Campolongo, in un agguato molto simile a quello tarantino. Ciò vale anche per Taranto, una città che, oltre a essere il simbolo del caso-Ilva e del disastro ambientale, è stata attraversata periodicamente da violente guerre di mafia. Tanto violente che ogni volta che del nuovo sangue viene versato in gran quantità, come in questo caso, si teme possano esplodere nuovamente.

Il buco nero è costituito dalla mattanza scatenatasi tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta. Una mattanza in cui si contarono una quarantina di morti all’anno per il controllo del traffico di droga, le piazze di spaccio, le estorsioni, gli appalti, le alleanze con i grandi gruppi mafiosi esterni alla regione, le contiguità con un sistema politico devastato. Anche allora si ammazzavano i bambini. Valentina Guarino, di appena 6 mesi, fu uccisa senza pietà insieme al padre. L’undicenne Raffaella Lupoli fu ammazzata al posto del padre che era andato a prenderla a scuola. L’adolescente Sandra Stranieri fu colpita al volto da una pallottola mentre tornava a casa. Senza accorgersene, era capitata per caso nel bel mezzo di una sparatoria che infuriava in pieno giorno. La sua morte fece capire a un’intera generazione, sia nei quartieri del centro che nelle periferie sfiancate da quella mattanza, quanto la mafia fosse una montagna di merda.

La strage della statale 106 – un bambino ucciso insieme alla madre e al suo compagno, il probabile obiettivo dell’agguato, mentre altri due bambini di 6 e 7 anni erano sul sedile posteriore – è solo l’ultimo anello di una lunga catena di violenze. Allo stesso tempo, però, ci dice qualcosa della criminalità dell’area occidentale della provincia di Taranto: quel triangolo tra Ginosa, Castellaneta, Palagiano alle spalle dei villaggi turistici di Castellaneta Marina e Metaponto. Un triangolo al confine tra Puglia, Basilicata e Calabria, fatto di paesi cresciuti male, vessati da un alto tasso di disoccupazione, e attraversati da una criminalità allo stesso tempo moderna e arcaica. La stessa strage della statale 106 sembra essere, a prima vista, il prodotto di una lunga faida legata al controllo del traffico di droga in una zona chiave  al confine tra l’influenza dei clan calabresi e quella dei clan pugliesi.

Cosimo Orlando, l’uomo che aveva in braccio il bambino di quattro anni, era in semilibertà. Stava terminando di scontare una lunga condanna per un duplice omicidio avvenuto alla fine degli anni novanta. La sua compagna che invece era alla guida, Carla Maria Fornari, la madre del bambino, era la vedova di Domenico Petruzzelli, a sua volta ucciso insieme a Domenico Attorre, nel 2010, sempre a Palagiano. Gli inquirenti poterono ascoltare l’audio dell’esecuzione – quasi fosse un radiodocumentario – perché avevano piazzato una cimice sulla macchina di Attorre. Tutte queste morti sono legate al controllo del traffico di droga.

Ci sono fili invisibili, dunque, che paiono legare questa strage al passato. Al passato recente e meno recente di questo spicchio di provincia pugliese situato alle spalle del grande stabilimento siderurgico dell’Ilva. Al passato recente e meno recente di una criminalità mai debellata, e sempre pronta a riorganizzarsi intorno ai traffici più proficui. E ci sono altri fili invisibili che invece legano sicuramente la stessa strage a tante altre stragi in cui la vita di un bambino è stata spezzata. O perché ritenuta un inutile “danno collaterale” o, ancora di più, per punire doppiamente coloro i quali si è decisi di eliminare.

In un caso o nell’altro, all’ombra dei traffici vecchi e nuovi, di alleanze vecchie e nuove, si dipanano faide che durano decenni. Faide in cui le ragioni del sangue si mescolano a quelle del denaro e del potere da esercitare su un dato territorio. Quel potere è spesso un sottopotere, i clan sono spesso aggregazioni instabili, pronte a mutare forme e composizione, all’ombra di cosche ancora più potenti. Proprio per questo, alle volte sprigionano una violenza brutale in paesi di provincia apparentemente sonnacchiosi. Stragi come questa scoperchiano sempre un vaso a lungo rimasto inosservato.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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