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La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

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Photo by Evan Kirby on Unsplash

Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

La Puglia l’ho visitata varie volte, da turista si capisce, ma né Gallipoli, né Otranto, né Leuca, né Ostuni, né Lecce mi hanno mai dato l’idea di capirci qualcosa come è accaduto invece le volte in cui ho lasciato la costa in auto e ho cominciato ad attraversarla a caso in mezzo alla campagna. Quelle volte ho sentito il mistero, ho riconosciuto qualcosa del sud campano, da dove provengo, ho goduto e ho avuto anche paura. Una paura quasi bella, che viaggia insieme alla sensazione che lì, in mezzo al niente, avrei potuto sparire da un momento all’altro. La stessa paura è tornata come se fosse sempre stata lì quando ho letto i romanzi di Omar Di Monopoli.

Pianse quando si rese conto di dove si trovasse e, senza più un briciolo di volontà, si ritrovò a desiderare il potere di annientarsi all’istante: morire, per non dover affrontare la verità spaventosa.

Ho riletto dopo anni la nuova versione di Uomini e cani (Adelphi 2018) e subito dopo Nella perfida terra di Dio (Adelphi 2017) ed è stato come finire in piena notte in fondo alla palude di cui scriveva Lansdale, qui la palude erano una certa Puglia e i suoi abitanti, erano cani ed erano uomini, erano donne ammazzate o da salvare, erano bambini destinati a crescere male, erano temporali violenti e fucili da caccia, erano politici corrotti e famiglie di malviventi, erano piccoli boss e case tenute su con lo sputo, erano un litorale sparito, risucchiato, non capito, rovinato e i fumi di Taranto sullo sfondo, erano suore avide e mistici da strapazzo, erano altri uomini che avrebbero potuto mettersi in salvo e donne che lo avevano fatto.

Erano le frasi di Omar Di Monopoli che pezzo per pezzo andavano raccontandoti storie cattive e nere, agghiaccianti e miracolose allo stesso tempo. Era lo scrittore pugliese che ti teneva per i piedi dentro la sua palude creata tra il niente e il mare, e tu potevi solo continuare.

Ma qui non basta un pezzo di carta per stabilire chi spara e chi no. Da ste parti, la gente si divide in due categorie: quelli che ciànno una pistola in casa… e quelli che ciànno un fucile!

In Uomini e Cani sopravvivere è l’unica possibilità, perché non è vera vita quella che fanno i personaggi perduti e splendidi di Di Monopoli. Sopravvive il sindaco che cerca di fare qualcosa per la sua terra, ma viene risucchiato dagli imprenditori corrotti e dall’ingombrante presenza del padre che è stato l’uomo che più di tutti ha saputo parlare al popolo. Sopravvive Nico che è una sorta di guardia forestale, sempre accompagnato dal suo cane Lupone, e da ricordi devastanti; un uomo che ha del buono ma è macerato dai sensi di colpa. Dominano don Titta e i Minghella, loschi figuri che controllano quello che avviene in questo Salento perduto. Don Titta con i soldi e la corruzione; i Minghella con la violenza e una furia omicida che pare provenire da un passato fatto di tenebre. Resiste Sputazza a difesa della sua terra e dell’ultimo briciolo di dignità. Resiste sua figlia Milena, che prima torna da Bologna e poi prova ad andarsene. Con loro altri personaggi indimenticabili, come il cattivissimo Pietro, il più solitario e perduto di tutti che innesca il vortice di violenza da cui tutti vengono risucchiati.

Il Salento di Di Monopoli è la capitale di tutte le frontiere, il confine tra bene e male non esiste, esiste solo il tentativo – spesso vano – di rimanere vivi. Gli uomini e i cani sono uguali e lottano allo stesso modo. Entrambi sono tenuti stretti alla catena, affamati e vessati, liberati dallo strattone un attimo prima del combattimento.

Di Monopoli ci mostra le macerie dell’umano e ci fa innamorare di personaggi ai quali, fuori dai romanzi,  spareremmo volentieri. Siamo tutti sconfitti e dobbiamo ricordarci che basta molto poco a farci dimenticare la persona buona che credevamo di essere.

Là fuori carcasse d’auto sfasciate giacevano capovolte come testuggini riverse sul dorso, ed erbacce di ogni genere infoltivano le asperità della piana formando giganteschi grovigli di rosticcio nei quali divani sventrati e vecchi frigoriferi proliferavano. Sembrava di passare in mezzo a un oceano dilavato in cui natura brada e mondezza si fondevano alla perfezione, un immane cronicario di scarti della contemporaneità tormentato dal caldo e dal garrito costante di un milione d’insetti che comunicavano tra loro.

Queste frasi le troviamo nelle prime pagine di Nella perfida terra di Dio, e sono il vero panorama che dobbiamo ammirare, ancora una volta Di Monopoli ci invita a dimenticarci del paesaggio, come in un passaggio bellissimo di Saramago«Che il paesaggio si dimentichi e si ritiri.», e ci mostra una nuova veduta, che non è solo un cumulo di rottami, è un ammasso di storia. Ci sono i segni della rovina e dell’abbandono, doni e scarti allo stesso tempo di un presente e un passato perduti. Una scultura senza futuro. L’architettura di questo romanzo è costruita sull’alternanza di due parti della storia Prima e Dopocosì si alternano i capitoli, mostrandoci cos’è accaduto e cosa sta accadendo, e come il presente si colleghi al passato, e ne sia condizionato.

L’oggi non dà scampo a nessuno perché nasce sotto un cielo nero, che si è formato sopra morti nascoste, loschi traffici, accumuli di denaro, mistificazioni religiose. La fede usata come minaccia e falsa promessa da suore che hanno la freddezza dei boss, e da un finto messia, uno che promette miracoli e salvezza, perché una volta pescando di frodo ha visto la luce. Due ragazzini vedono il ritorno del padre che odiano, lo ritengono l’assassino della loro madre. Il padre torna senza scelta, torna per vendetta, per dire qualcosa ai figli, qualcosa che non sa dire. Tore Della Cucchiara questo è il suo nome e Carmine, che è il boss della zona, suo ex socio. Carmine che teme Tore, Tore che non ha perdonato.

Ma qua non si pente mai nessuno, sentite a me, ve ne accorgerete pure voi stesse: questa, terra di farabutti e capatoste è destinata a rimanere, nei secoli dei secoli!

Una terra di nessuno, non c’è una bella giornata di sole, ma temporali che portano fango, una pioggia senza Dio, che non riesce a spegnere gli incendi. Il Dio di queste terre non riesce a salvare, accumula rottami e donne che non dovevano morire e che poi sono morte. Qualcosa c’è da salvare e forse sono due ragazzini, che hanno imparato presto la miseria e l’odio, da chi guardarsi le spalle e da che parte scappare.

Smantellata ormai da un pezzo l’attività dello sfascio, il cortile esterno della proprietà dei Della Cucchiara era ancora costruito di cataste di autovetture semidemolite. Reliquie profane provenienti da Detroit e Pomigiliano d’Arco, vecchie Ford e Alfa Romeo spogliate dei pezzi di ricambio e lasciate a marcire sotto il pungolo delle perturbazioni atmosferiche, il continuo, inevitabile avvicendarsi degli elementi che le accartocciava lento plasmandone le forme, smerigliando ogni durezza metallica per infliggere nelle concavità della lamiera i semi di quelle graminacee selvatiche che non cessavano di germogliare in un disadorno sproposito floreale.

Il disumano di questi romanzi ci avvolge e ci piace perché è inventato da un grande scrittore, che va oltre la letteratura di genere. Di Monopoli racconta storie nere ma la lingua è luminosa, è creativa. Il dialetto salentino si fonde perfettamente con l’italiano, che è ricercato, mai banale e mai noioso. Omar Di Monopoli è uno dei pochi scrittori italiani che non vi farò provare nostalgia per i vostri americani preferiti. È uno dei pochi da leggere in qualsiasi stagione.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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