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La quarta parete, ritornare umani

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di Giacomo Giossi (fonte immagine)

Non tutti i muri servono a dividere o a tenere lontani, alcuni sono utili ad unire specie per la loro invalicabilità. Il più famoso è quello definito anche quarta parete, ossia quel muro immaginario che dal lato del palcoscenico separa gli attori dal pubblico, ma allo stesso tempo li unisce in un patto in cui la finzione è accettata e il dubbio sospeso.

La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato) è anche il titolo di un intenso e tragico romanzo di Sorj Chalandon in cui il protagonista, un giovane ricercatore parigino è chiamato a portare a termine dall’amico regista una rappresentazione a Beirut dell’Antigone. Siamo all’alba degli anni Ottanta, il Maggio francese è passato da poco lasciando sul terreno disillusione e un generale senso di sconfitta, in Libano invece infuria una guerra civile ed è su quel terreno che Sam un regista greco di origini ebraiche vuole rappresentare l’Antigone quale elemento sia di inclusione delle varie fazioni religiose (ad ogni religione spetterà un ruolo) sia di liberazione del conflitto.

La messa in scena deve diventare agli occhi di Sam il luogo reale del dibattito, di un confronto anche aspro, ma pienamente umano. La cultura dunque non come forma di salvezza e ancor meno di svago, ma di relazione profonda tra anime, luoghi e traiettorie esistenziali. Un coagulo necessario per attivare nuova comprensione. Una missione che non ha nulla di profetico, ma molto di pragmatico perché è sul campo della vita che si gioca il senso e non su quello della morte che come nel caso della guerra libanese pretende di imporre la propria ombra fasulla e inumana.

Sam non può tuttavia proseguire nella regia, malato gravemente chiede così aiuto all’amico di sempre, Georges un giovane ricercatore in storia con cui da sempre condivide la lotta politica. Sarà per Georges una scelta obbligata e toccherà a lui proseguire nella regia dell’Antigone. Una tragedia che diverrà totale e assoluta in cui a crollare sarà proprio quel muro immaginario togliendo fiato e forma a personaggi e attori, al pubblico come al regista. Tutto chiuso in un’unico totale dramma, saranno i giorni infatti di Sabra e Shatila ad azzerare ogni spazio vitale possibile.

La cultura diventa corpo e diventa tempo, prende le forme dell’esistenza dando forma al presente e generando una memoria possibile; un campo dentro al quale smentire ancora una volta la realtà, non con l’illusione di un gioco di prestigio, ma con la densità di una nuova consapevolezza, di un significato profondo che possa non ricordare, ma dire e pretendere con forza.

Intervenire culturalmente in un conflitto può significare andare incontro alla morte, gli strumenti a disposizione sono quasi sempre impari e spesso abili ad un gioco diverso. Tuttavia il senso è nella qualità dell’opera che va intesa sia come manufatto culturale sia come giorni spesi, sia come relazioni costruite. La cultura non appartiene alla morte, ma alla vita e come tale si trasmette ben  oltre le caduche esistenze di ognuno ed è questo il segno più evidente ed utile di una lotta che oggi obbliga (o almeno dovrebbe) chiunque ad appropriarsi della propria umanità per meglio percepire il proprio tempo e i luoghi che si tende ad abitare.

Restiamo umani (Manifestolibri) è il titolo del volume che raccoglie i reportage di Vittorio Arrigoni che ha dato la vita proprio nel tentativo di umanizzare un luogo da molto tempo disumanizzato. Il libro racconta dei giorni terribili e infausti dell’operazione Piombo fuso che vide il drammatico intervento militare israeliano sui territori della Striscia di Gaza. La scrittura di Arrigoni è empatica, un vivido racconto in presa diretta capace di trasmettere sia l’azione del momento come il senso di un legame umano, di una necessità umana alla relazione e al confronto.

È infatti necessario per chi non vive direttamente l’emergenza e la deflagrazione di un conflitto provare a diventare umani costruendo alternative di pensiero atte a generare nuovi percorsi esistenziali come naturali in un recupero e contemporaneo rilancio di quello che è il senso dell’abitare, dello stare al mondo. Si parte da territori inesplorati o da luoghi urbani abbandonati, ma il senso è il medesimo, riportare in vita. Diventare umani non per umanizzare il mondo, ma per imparare a raccontarlo e nel racconto finalmente capirlo un po’ di più. Un passo alla volta in un continuo e precario equilibrio. Proprio come quando si cammina.

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  1. […] (di Giacomo Giossi; di Riccardo […]



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