1ww

La quercia elettrica

1ww

di Simone di Biasio

Nella seconda metà degli Anni Settanta Tinker Hatfield era uno studente di architettura, un atleta di salto con l’asta e un disegnatore americano: queste tre disposizioni, mixate insieme, diedero forma a dei prototipi di scarpa sportiva e, per Hatfield in particolare, anche al suo futuro lavoro; di lì a poco sarebbe infatti diventato uno dei più noti designer di scarpe a marchio Nike. Sarà ricordato per diverse innovazioni, ma tra queste spicca il progetto E.A.R.L. (electro adaptive reactive lacing), l’allacciamento elettrico autoadattante.

Osservando i piedi dei cestisti, Hatfield notò che questi indossavano scarpe con lacci sempre molto stretti, spesso troppo, e nel giro di dieci anni i piedi di questi sportivi risultavano notevolmente compromessi. Hatfield si chiese: perché non progettare una scarpa con un piccolo circuito elettrico in grado di stringere o allargare i lacci a seconda dei movimenti in campo o del gioco fermo nei tiri liberi e in panchina? Il designer americano inventò così, osservando e venerando i piedi di chi con tali organi e muscoli lavora più di altri uomini, una nuova estensione del corpo.

Lacci come prolungamento delle dita: «Se io venero una cosa più che un’altra sarà l’estensione / del mio corpo, o ciascuna parte di esso», scrive il poeta Walt Whitman nella sezione “Il canto di me stesso” di “Foglie d’erba”, il libro che nella seconda metà dell’Ottocento lo consacrò nell’Olimpo della letteratura mondiale. Proprio come le scarpe di Hatfield consacrarono Michael Jordan nell’Olimpo dello sport e lo stesso progettista in quello dei designer. «Distesi muscolari campi, rami di quercia vivente, / amoroso fannullone sui miei sinuosi sentieri», aggiunge Whitman nell’opera che si racchiude tutta in questo verso: «Canto il corpo elettrico».

Il poeta americano è il primo – nacque nel 1819 a Long Island e morì nel 1892 nel New Jersey – a intuire la rivoluzione elettrica mondiale, una rivoluzione irreversibile che coinvolge in larga misura il corpo dell’uomo, perché lo estende: e questo è esattamente il concetto che svilupperà un secolo dopo Marshall McLuhan in Understanding Media. The extensions of man (sebbene il poeta preferisca usare il termine spread). Potremmo dire le scarpe una estensione dei nostri piedi: amplificano la nostra capacità di correre, camminare. Allo stesso modo la poesia, la lettura una estensione del reale – una specie di sublime doping.

Di Whitman vengono oggi pubblicate dodici poesie sostanzialmente inedite. “Sostanzialmente” perché il Dante della letteratura statunitense le scrisse in un taccuino alla metà degli Anni Cinquanta dell’Ottocento, salvo poi smembrarle per farle confluire (irriconoscibili) nella sezione “Calamus” dell’edizione di Foglie d’erba del 1860. Oggi per la prima volta questo corpus di poesie rivede la luce proprio come Whitman le aveva pensate, scritte, ordinate: probabile le abbia “diluite”, sparse in altri testi per via di un certo pudore relativo alla tematica omoerotica tangibile, o comunque per una idea di amore elevatissima, passione corporale, viscerale.

Dire che questi testi rivedono la luce è l’espressione giusta in questo caso, perché al centro di La Quercia (Tunué, 2020; tit. or. Live Oak with moss), sta qualcosa di infuocato, una fiamma, o forse dovremmo dire una illuminazione, una energia, energia elettrica. Il libro è difficile da definire: non si può dire che siano stati illustrati i versi di Whitman, com’è sempre arduo dire di voler illustrare una poesia, laddove gli stessi versi dipingono. Di certo Brian Selznick illumina i testi: l’artista, noto in particolare per Hugo Cabret, peraltro dedica il suo lavoro a Maurice Sendak, gigante dell’illustrazione scomparso prima di potere, forse, illuminare lui stesso le poesie di Live Oak. Le tavole di Selznick viene voglia di sfogliarle ogni mattina, prima di alzarsi dal letto, per dare uno sguardo a quello che sarà fuori: quello che è stato, da sempre. Lotta quotidiana con il fuoco.

La prima sensazione è afrore di carta scrocchiante, apertura come di una donna che trascorre accanto alla mia figura, magari per caso, magari con una punta di volontà, nella sua sciarpa di odore. E aprendo il volume si svela lo squarcio, la ferita dentro la quercia, in una serie di disegni che spronerebbe a sfogliare il libro come a voler comporre scene in movimento. È un ingrandimento, una zoomata nel fuoco, nel sole, nel sangue. Com’è che questa quercia sempreverde ha uno squarcio nel petto? Come di lava, di bagliore, o di circuito elettrico: tiene delle immagini nel suo interno. Quando entriamo nel corpo di un altro, passiamo attraverso una ferita. Come la cavità d’un albero è una ferita e un riparo, un distacco e una unione. Quando entriamo nel corpo di un altro facciamo questa zoomata su una nudità prima lontana, su una inermità, anche, un abbandono. E ciascuno porta addosso un pezzo della nudità dell’altro – nuda proprietà – e addosso risalta come una collana, un gingillo, un tatoo.

Whitman è entrato nel corpo di un altro, nel corpo elettrico di un altro. Whitman è entrato dentro il corpo della quercia, il suo tronco: «O Terra! Mi somigli così tanto! Anche se sembri / imperturbabile, vasta e rotonda, – ora / sospetto che tu non sia soltanto questo, / ora sospetto che in te ci sia qualcosa di temibile, / sul punto di esplodere, / c’è un atleta che mi ama, – e io amo lui – ma provo / per lui qualcosa di temibile e feroce dentro / di me, / non ho il coraggio di dirtelo a parole – neppure qui». Neppure qui, duro e fermo come una quercia. Sono versi in cui il poeta si appropria della terra su cui tiene i suoi piedi radice, da cui sente un ribollire che la componente verbo-visuale restituisce magnificamente. Non altrettanto perfetta, a mio avviso, la traduzione italiana a cura di Diego Bertelli, che in alcuni punti salta l’obiettivo. Specie a partire dall’aggettivo chiave della poetica whitmaniana, electric, qui tradotto con «elettrizzante»: «Little you know the subtle electric fire that for your / sake is playing within me. -», in italiano «Quasi nulla comprendi del lieve, elettrizzante fervore che grazie a te dentro di me si muove». Ma electric, come si diceva anche prima, è proprio «il corpo elettrico» della traduzione meglio riuscita di “Foglie d’erba” ad opera di Giuseppe Conte (Mondadori, 1991) ed è proprio l’elettrico che ha consacrato il circuito poetico di Whitman. In questi stessi due versi anche fire è più – semplicemente? – «fuoco», più del fervore, perché scoppietta lo stesso fuoco che peraltro ha visto bruciare l’illustratore Selznick.

Sono in gioco due metafore, quella vegetale e quella umana, due piani, la natura e la tecnica. Whitman intuisce prima di tutti che si combatte una partita vitale tra il corpo umano e il corpo elettrico, ma che sono l’uno l’estensione dell’altro, come dimostra il fatto che l’attrazione è elettricità, lo sfregamento attrae due corpi: non è forse metafora chiarissima dell’attrazione corporea? Il sesso è elettrico. La quercia di Whitman è elettrica perché lo attrae, e perché attrae la natura attorno a sé. Il muschio, anche, specie nelle sue cavità più umide, muschio che Whitman scrive di essersi portato a casa. E il maestro è questa specie di grande quercia, tanto che la metafora vegetale continua: «Al giovane che ha molto da imparare [to absorb], apprendere [to engraft], capire [to develop], farò da insegnante, che possa essere mio allievo, / ma se non sente nelle vene scorrere l’ardore di / un sentimento divino d’amicizia, caldo, / fervido [red] – Se non è scelto in silenzio dai / suoi amanti, e in silenzio non sceglie i suoi amanti – a che mai può servirgli tentare di / essere mio allievo?» (XII). Anche in questo caso la traduzione italiana non rende appieno la potenza delle immagini whitmaniane. Vediamo perché.

L’originale to absorb è molto più potente e per certi versi erotico di «imparare» (e ci insegna anche qualcosa in più proprio sull’imparare): è assimilare, ma più propriamente assorbire, esattamente come la quercia dal sole, dalla sua linfa. Il maestro, dunque, offre al suo allievo un succo da assorbire, una pozione da assimilare, ma al contempo è egli stesso a guadagnare dal rapporto: il senso è una essenza, una polpa da suggere.

È l’espressione nella sua etimologia latina: ex-pressionem, ovvero ciò che resta di una pressione, di una spremitura, perciò il succo, l’umore vegetale e umano e intellettuale. Allo stesso modo l’originale to engraft reso con «apprendere» recupera una potente analogia vegetale: significa primariamente innestare. La pianta, la quercia, impara dal sole: nutrirsi è il primo insegnamento, una educazione per certi versi inn(est)ata, ma che si sviluppa meglio col tempo, si fa ordinata. «Sviluppare» è anche il significato di to develop, qui tradotto con «capire»: il traduttore ha restituito a noi un significato corretto, ma in Whitman tutto il succo pedagogico, se ve n’è uno legato alla educazione di stampo greco classico, è una polpa vegetale. Alla persona che chiama accanto a sé Whitman chiede di essere distracted: il maestro chiede all’allievo di essere distratto?  «Pieno zeppo di pensieri», suggerisce il traduttore: essere distratti allude all’essere sbattuti, come una quercia, di qua e di là, in preda a un forte vento, vento delle idee, refolo delle passioni.

Veniamo all’ultimo verbo dei versi considerati: «sviluppare» ha una connotazione più piena, più “naturale”. Svilupparsi è crescere, crescere sia intellettualmente che fisicamente, alzarsi, elevarsi proprio come una pianta, una quercia, un albero, tanto che Whitman usa, dal francese “eleve” per allievo, ovvero pupillo, gemma che cresce.

In una delle più commoventi “Lettere dal carcere”, datata 20 maggio 1929, Antonio Gramsci scrive rivolgendosi direttamente a suo figlio: «E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola che voglio educare», specificando in un post scriptum che le lucertole sono «una specie di coccodrilli che rimangono sempre piccini». Vuole educare una lucertola, Gramsci, probabilmente “assimilando” a quella lucertola proprio suo figlio, consegnandogli già un insegnamento per cui è educandosi che si può crescere e non rimanere sempre piccolo, così come piantando si vedrà svilupparsi, “elevarsi” la rosa. Un concetto che richiama alla mente il pensiero di Comenio, autore dell’Orbis sensualium pictus, il primo libro illustrato per l’infanzia (sebbene quello di Whitman e Selznick non sia rivolto ad un pubblico esattamente infantile, “adolescenziale” semmai, come chiarisce in un’intervista lo stesso artista), secondo il quale – guarda caso – occorreva tornare ad apprendere le scienze della natura «dal cielo, dalla terra, dalle querce e dai faggi».

Seguendo lo sguardo rovente ed elettrico di Whitman, per il quale «il coito non è per me più indecente della morte», nelle splash pages che chiudono i versi de “La Quercia” è proprio il rosso a dominare, un rosso ardente, sanguigno, che infine disegna delle arterie: lo sguardo, in questo frangente, è al contrario rispetto all’iniziale, quasi da incipit manzoniano, ovvero dal particolare al generale, dal risveglio al sogno iniziale. Siamo di fronte a un ramo che poi svela la forma della quercia, del principio, la forma di quel rapporto insondabile tra esseri viventi che chiamiamo amore, che chiamiamo fuoco, che chiamiamo elettricità. Giunti a questo punto «trovatevi un altro che vi faccia da poeta, / perché non voglio più farvi da poeta – sono andato / ben oltre – non mi interessa più».

Aggiungi un commento