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La Questione Meridionale 2.0

Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi giorni, segnaliamo il contributo di Oscar Iarussi (che da qualche anno sotto la sigla #tunonconosciilsud sta portando avanti un gruppo di ragionamento sul Meridione dopo che molti precedenti gruppi di ragionamento hanno fatto perdere le proprie tracce), quello di Alessandro Leogrande su Internazionale, la lettera di Roberto Saviano a Matteo Renzi, il racconto degli scrittori “emigrati” (Arnaldo Greco, Nadia Terranova, Cristiano De Majo, Alcide Pierantozzi) così raggruppati in un pezzo per Rivista Studio, un lungo pezzo di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa uscito su Euro Nomade.
Io, qualche mese fa, avevo provato a spiegare le ragioni del tramonto della Primavera Pugliese in questo lungo articolo per Internazionale. E poi ho scritto questo pezzo uscito ieri su “Repubblica”.

di Nicola Lagioia

È nelle ultime pagine de Il giorno della civetta che un profetico Leonardo Sciascia introduce il tema della “linea della palma”. Il capitano Bellodi e il suo amico Brescianelli chiacchierano per le strade di Parma, in apparenza lontani dalla Sicilia mafiosa che è stata al centro del romanzo. “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, risponde il narratore a una battuta di Bellodi. E Brescianelli: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma”.

Nell’estate del 2015, mentre vampe di caldo africano esplodono inclementi a Milano come a Palermo, si è riaccesa la questione meridionale. Sbaglia chi la reputa altro da sé, e non il cuore della questione nazionale. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia. Se volete una stele di Rosetta per risolvere il mistero del geroglifico che siamo, venite a Taranto, ad Agrigento, a Napoli, a Crotone. In nessun luogo come nel Mezzogiorno ci sono gli strumenti per assemblare la bussola necessaria a non smarrirsi tra i labirinti anche del Mose o di Mafia Capitale (per non tacere dei già dimenticati scandali dell’Expo), e magari per uscirne.

Non sembri dunque strano che – a fronte di una situazione economica sempre sconcertante – il Sud rimane formidabile per produzione di immaginario. Basti pensare al cinema e alla letteratura. Anime nere di Francesco Munzi (parabola elisabettiana conficcata nella Calabria della ‘ndangheta) ha trionfato agli ultimi David di Donatello e viene esaltato da «New York Times» e «Village Voice». È il napoletano Paolo Sorrentino l’ultimo vincitore italiano di un Oscar, ed è ispirato al libro di un altro campano (Gianbattista Basile rivisitato da Matteo Garrone) uno dei nostri film che più gira il mondo in questo periodo. Gomorra è tra le poche serie televisive italiane a non sfigurare oltreconfine. Continuano a girare il mondo anche le storie di Andrea Camilleri e Elena Ferrante. Fatte le eccezioni come nel caso di Sellerio, resta però grande la distanza tra idee e loro messa a frutto: vinca il premio Strega uno scrittore di Bari o di Caserta, non lo fa con una casa editrice pugliese o campana. Se l’immaginario del Sud risulta tanto fecondo, è allora proprio perché nel Meridione esplodono con più chiarezza le contraddizioni di un intero paese.

All’Italia manca un piano industriale? Ecco che Taranto (ossia la scelta assurda tra sviluppo e salute) diventa il simbolo di un dramma che investe oggi il capitalismo globale. I diritti dei lavoratori vengono minacciati ovunque? Ecco che nelle campagne del sud si muore per trenta euro al giorno stremati dal caldo (e dal caporalato) come ai tempi di Di Vittorio. Non mancano testacoda tra disastro e progresso. Mentre in un’Italia retrograda redarguita da Strasburgo (derisa da Barcellona a Amsterdam) l’omosessualità resta un tabù, per il popolo di Puglia e Sicilia non è stato un ostacolo quando si è trattato di eleggere il Presidente di regione.

Insomma, così come la Grecia ha rappresentato quest’estate l’osservatorio da cui capire a che punto è la notte in tutta Europa (se volete indagare lo spirito di Wolfgang Schäuble, cercatelo tra le strade di Atene), la stessa cosa si può dire del Mezzogiorno per l’Italia. Il che vale anche rispetto agli umori del Palazzo. Negli ultimi anni sono arrivate più lamentazioni da nord che da sud. Mi è anzi sembrato incredibile il modo in cui il tessuto sociale ha retto in Meridione nonostante i numeri devastanti su economia e lavoro. Ecco perché non capisco le accuse di piagnisteo del Presidente del Consiglio. O meglio, riesco a decifrarle avendo come cartina di tornasole un operaio dell’Ilva tarantina o un bracciante di Rosarno. Renzi non solo vorrebbe che non si lamentassero, ma che stessero sereni. A ulteriore conferma che l’Italia si rispecchia da opposte sponde, potremmo dirla con le strofe di un Gran Lombardo: “e sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re”.
Se ne esce insieme, o non se ne uscirà per niente.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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