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La questione meridionale. Cronache di una vacanza al Sud e una lettera mai recapitata a Roberto Saviano

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di Filippo Nicosia (foto di Chiara Baffa)

Primo Sud

Me ne sto sotto il portico cercando di allentare la morsa dello scirocco che toglie il respiro. La gente di qua dice che il vento di sud-est soffia uno, tre, o sette giorni consecutivi, e non c’è da sbagliarsi a credere a quello che dice la gente sul vento.

Dopo il temporale che ha annunciato ferragosto è un grande ballo di zanzare, pruriti, lamentazioni degli altri inquilini, tra l’odore della terra che si rassoda al sole e delle vigne che circondano la casa.

Il mare è piatto e dalla riva partono dei semicerchi di colore che appartengono più alle superfici materiche di alcuni quadri di Kiefer che alla distesa d’acqua che dovrebbe rispecchiare il cielo.

Marrone, ocra, verde limo e in fondo, quasi troppo lontano perché si possa vedere, un celeste annacquato prima dell’orizzonte: il torrente ha riversato la sua tavolozza fatta di rivestimenti in ceramica, cotto, cementi, polveri, ferro, detriti di cantieri edili e rifiuti ordinari che, come consuetudine, chi torna dal mare lancia dal finestrino in mezzo alla discarica, sempre che non li abbia già abbandonati sulla spiaggia, che adesso ha una crosta sottile ma sotto è zuppa d’acqua.

 

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Bevo un caffè dopo una sveglia lenta e prima di una passeggiata leggo la Repubblica.

C’è un articolo di Roberto Saviano, anzi è una lettera che lo scrittore campano ha indirizzato a Renzi, sottoponendogli dei quesiti, avanzando delle richieste frutto di un’analisi della situazione del Sud Italia. La riflessione prende spunto da una ricerca che dimostra come l’economia del mezzogiorno, tra calo dei consumi e disoccupazione, sia peggiore di quella greca.

Il titolo recita: “Caro premier il Sud sta morendo: se ne vanno tutti, perfino le mafie.” Fa sempre più caldo e il vociare sulla spiaggia è sempre più forte.

C’è un punto sul quale inciampo: “Ci sono tante persone che resistono: le ringrazi ad una ad una” dice Saviano.

Mi viene da pensare a quelli che partono dal Sud, alle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni da quando nel 2001 sono diventato uno studente “fuorisede”.

Dagli anni novanta in poi, per un ragazzo del Sud la più importante variabile biografica è se ha lasciato una delle cinque regioni che lo compongono o se è rimasto, poco importa quello che ha concluso nella vita.

Sei andato, hai tradito, o sei rimasto e resisti. Non è così semplice, non è così che è andata e possono raccontarlo i camerieri di Londra e gli architetti di New York, i ristoratori di Ragusa e gli innovatori sociali di Favara.

 

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Una cosa però l’ho capita rimestando e crogiolandomi fra le migliaia di scusanti dal 1861 a oggi: il Sud nel bene e nel male è il risultato di chi lo abita. Così scrivo una lettera a Saviano e la indirizzo a Repubblica, che ne pubblica un piccolo estratto.

Adesso che la rileggo mi accorgo che è incompleta e scritta sull’onda del sentimento, del caldo e dell’inaggirabile fattore biografico.

Sento che questa lettera la potrei riscrivere meglio e più approfonditamente senza il sudore che scende dalle tempie e la camicia bagnata che si appiccica alla schiena.

Però non lo faccio perché qui da Firenze, dove mi sono da poco trasferito, non mi viene, ma posso raccontare, ricordare e avere nostalgia di qualcosa che adesso è lontano.

 

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Secondo Sud

Poco prima di arrivare in uno dei piccoli paesi barocchi del Sud la strada è impervia e accidentata. Procediamo sballottati dentro l’auto anche se cerco di andare piano perché aspettiamo una bambina e Chiara è molto sensibile alle buche. Ci superano strombazzando macchine e furgoni; ci maledicono agitando i pugni fuori dal finestrino.

Proprio nel punto in cui incrociamo il cartello con il nome del paese c’è una transenna che recinta un grosso cratere proprio in mezzo la nostra corsia.

Ci sembra un buon biglietto da visita. Aggiriamo il vistoso ostacolo e continuiamo alla ricerca del barocco.

Sappiamo che è qui, da qualche parte, in un punto della nostra cartina (a Chiara non piacciono i navigatori satellitari e vuole sempre orientarsi con le carte stradali), in un angolo di questo paesaggio che lo recinta e lo comprime.

Fermi a un passaggio a livello, aspettando un segmento di treno che passa lento insieme al suo fischio, siamo a poche centinaia di metri dalla nostra meta. Quattrocento metri e quattocento anni e ci siamo.

Quando arriviamo nella strada in cui il tempo si è fermato non riusciamo a scrollarci di dosso il percorso, il cratere, le palazzine nuove, il ponte malandato della ferrovia.

Le chiese le boutique, i bar e i ristoranti, ci aggiriamo storditi per la via pedonale affollata.

Una coppia di sposi fa le foto su la gradinata di una chiesa bloccando la strada. Tra fotografo e assistenti sono in tre, uno di loro regge un ombrello.

La ragazza è imbarazzata, il viso le si contrare e ride nervosa, lo sposo è rigido e guarda dritto verso il fotografo come fosse un modello.

– Bene, così. Adesso solleva il vestito e scopri il ginocchio – , dice il fotografo.

La gente si assiepa intorno curiosa, qualche signora nostalgica si lascia scappare “che bella sposa”.

Passiamo oltre e ci lasciamo dietro il capannello di gente.

– Cos’è successo in questi anni attorno a queste chiese? – dice Chiara

– Che vuoi dire?

– È così difficile non rovinare quello che si ha?

Continuiamo a camminare nel pomeriggio che volge alla sera ma visitiamo con lo sguardo compromesso. L’antico e il nuovo non si parlano e creano dentro di noi un vuoto incolmabile.

Per cena mangiamo del buon pesce al tavolo di un ristorante apparecchiato nella piazza antistante una chiesa.

Il viso di Chiara è rabbuiato e con la mano tortura il tovagliolo, forse non le è piaciuta la cena.

– Tutto bene?

– Non voglio tornare alla macchina – dice.

– Perché?

– Sto bene qui. Non voglio rivedere il resto.

– Ma il resto c’è, non lo puoi eliminare.

– Lo so, ma è terribile vedere la convivenza di bellezza e schifo.

In macchina ce ne stiamo zitti. Al buio non si vede il paesaggio e forse è meglio. Lasciamo il paese barocco che in realtà sono due paesi nel quale uno racchiude l’altro a formare un frutto: la buccia è l’oggi, il nocciolo è il passato. In mezzo, il presente, la polpa che piano piano marcisce. Tra un poco il nocciolo sarà talmente solo che verrà sovrastato dall’intorno, le sue pietre saranno talmente mute da non essere più comprese.

– Sembra che qui non succeda nulla di buono da quattrocento anni – dico spezzando la quiete.

Chiara non risponde. Mi volto e la vedo addormentata sul sedile accanto.

 

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Il giorno della lettera, nonostante il mare marrone e limaccioso siamo andati in spiaggia a passeggiare, io e Chiara e abbiamo raccolto moltissimi pezzettini di ceramica di forme e colori differenti e li abbiamo conservati. Abbiamo deciso di rivestirci un tavolo in futuro.

Questa volontà non si sarebbe mai manifestata se non avessimo visto per tutta la vacanza così tanti brandelli di ceramica sulla spiaggia.

Chi ha gettato quella ceramica non l’ha fatto con la speranza che noi la trovassimo, ha smaltito del materiale inquinante in zone pubbliche infrangendo la legge e impedendoci di fare il bagno in acque pulite per tutta l’estate.

Eppure un giorno avremo il nostro tavolo frutto della prepotenza, della mediocrità e della bruttezza.

Questo è tutto quello che posso raccontare della mia vacanza e dell’ormai lontana Questione Meridionale.

 

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Caro Roberto, lascia che i giovani partano dal Sud.

Caro Roberto,

Ti scrivo come scriverei al fratello maggiore che non ho avuto.

Ho letto la tua lettera al presidente del consiglio su Repubblica di ieri e ho sentito che scrivessi la mia storia. È di questo che voglio parlare, della mia vita,  senza pretendere di farne un caso studio o di assumerla a esempio anche per altri miei coetanei.

Ho 32 anni e dopo aver vissuto 11 anni a Roma sono tornato in Sicilia, a Messina, due anni fa. L’ho fatto perché ero deluso dalle promesse del mondo del lavoro culturale – ho lavorato per qualche editore indipendente – e dalla mancanza di reddito, diritti e umanità.

Ho lasciato il lavoro e la mia casa di Roma e ho girato la Sicilia con una libreria itinerante che si chiamava “Pianissimo – libri sulla strada”.

È stato un momento esaltante, ho trovato lungo la strada persone straordinarie, associazioni, politici, imprenditori, cittadini, e una regione rigogliosa e vitale. L’anno successivo ho aperto una libreria a Messina che si chiama Colapesce che gestisco insieme ai miei fratelli.

A settembre partirò di nuovo verso Firenze insieme a mia moglie, con la quale mi preparo a diventare genitore.

Perché ti scrivo tutto questo? Perché nella tua lettera dici che tutti, soprattutto i giovani, vanno via e che bisognerebbe essere grati a quelli che restano e resistono.

Io credo invece che i ragazzi che sono partiti negli ultimi vent’anni siano coraggiosi, talentuosi, orgogliosi e non siano affatto dei codardi.

Per i nostri obbiettivi abbiamo sopportato un razzismo strisciante, abbiamo sentito il nostro accento deformato per scherno, abbiamo fatto sacrifici insieme alle nostre famiglie.

Siamo solo cresciuti lontano, sempre al telefono con le madri e i fratelli, ricordando perfettamente il colore del mare al tramonto e la puzza d’immondizia d’agosto proprio sulla strada per la spiaggia.

Credo che l’unica speranza che hanno le terre nelle quali siamo nati non sia che nessuno più parta e neppure che quelli che sono partiti ritornino, come ho fatto io per questi pochi anni.

La speranza è che al Sud arrivino cento Danilo Dolci, duecento occhi del Nord, perché i meridionali il problema del meridione non se lo sono creato ma neppure lo sanno risolvere.

Se è vero che i nostri ragazzi più brillanti e ambiziosi emigrano al Nord, dovremmo fare in modo che s’inveri anche il contrario: al Sud servirebbero i loro migliori talenti, intellettuali e non. Cosicché un ragazzo che parte per Milano o Amsterdam non si ponga più il problema di depauperare la propria terra e abbandonare i propri fratelli.

Del resto, basta guardare a Sud, al Canale di Sicilia: arrivano tanti uomini e donne che possono essere anche loro degli occhi nuovi, una nuova forza, fosse anche forza della disperazione.

Caro Roberto, io sto lasciando il Sud e forse tra qualche anno o tra molti ci tornerò per lavorare, investire, innovare o invecchiare.

In vacanza andrò in un albergo gestito da un ragazzo di Torino e pranzerò in un buonissimo ristorante etiope.

Questo è il mio Sud e anche il tuo.

Filippo

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