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La questione scolastica. Un’intervista immaginaria a Piero Gobetti

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Nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926, non ancora venticinquenne, Piero Gobetti si spense in una stanza della Clinique de Paris, nella capitale francese, dove era stato costretto a rifugiarsi a causa della persecuzione fascista. L’aggressione subìta nel settembre del 1924 a Torino gli fu fatale, minando un fisico già provato dall’impegno quotidiano in un lavoro incessante di militanza culturale e politica.

In questi giorni, a novanta anni dalla sua morte, in molti hanno ricordato la figura di intellettuale intransigente del “giovane prodigioso”, capace di misurarsi in meno di un decennio nelle attività di creatore e direttore di riviste (Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti); di infaticabile editore (oltre cento volumi pubblicati tra il 1923 e il 1925); di meticoloso traduttore di autori francesi e russi; di critico teatrale, d’arte e letterario, oltre alla partecipazione in prima linea ad ogni iniziativa antifascista possibile in quel periodo torbido e violento.

Il testo che segue è tratto dalla prima parte di un’intervista immaginata (come indicava il sottotitolo), contenuta nel libro “Cento domande a Piero Gobetti”, pubblicato da chi scrive nell’ormai lontano 2003: un piccolo volumetto (nell’intenzione destinato a lettori di nuova generazione), realizzato costruendo delle domande attraverso risposte ricavate dai vari scritti di Piero Gobetti, e suddivise in quattro sezioni: scuola, cultura, politica e società.

Di questi temi, forse è proprio quello riguardante il mondo dell’istruzione un terreno ancora poco battuto dalla critica gobettiana, inevitabilmente concentrata e attratta soprattutto dalle intuizioni politiche sviluppatesi nel corso dell’avventura più rilevante di Piero Gobetti, rappresentata dalle pagine de “La Rivoluzione Liberale”. Eppure, in quelle stesse pagine, e ancor più in un paio di lunghi articoli apparsi nei numeri della prima rivista, “Energie Nove”, le sue riflessioni sulla scuola italiana continuano a sorprendere per lucidità di visione e disarmante attualità.

Novanta anni dopo, ci piace ricordarlo con queste parole.

Quello della scuola è un tema che ha sempre riguardato l’organizzazione dello Stato nelle sue forme più rilevanti…

Si sente discutere con notevole frequenza ed insistenza dei cosiddetti concetti fondamentali secondo cui bisognerebbe esaminare il problema scolastico. (Ma) la riforma della scuola, come tutte le altre riforme, è prima che di ordinamenti questione di persone.

In che senso?

Oggi abbiamo pochi maestri e pochi studenti, e soprattutto non abbiamo la loro intima unione ed identità, onde non abbiamo scuola.

E come dovrebbe essere formato questo difficile istituto?

Dovrebbe essere formato dei due elementi necessari ed inscindibili che pure sono scissi quasi sempre o mancanti: il maestro e lo studente.

Maestro e studente che abbiano coscienza del loro ufficio, che sentano la scuola come autocoscienza e come organizzazione spirituale, che siano uomini e accettino ed esaltino la vita nelle sue forme più vive, più intense.

Che cosa insegna una scuola fondata su tali principi?

La scuola non può insegnare; insegnare non ha senso, perché c’è solo l’imparare, non fatto passivo, ma attivo, calore interiore, fiamma che non si spegne: imparare è ricreare da sé il proprio intimo. Veri maestri per noi siamo solo noi stessi che ci evolviamo: in noi c’è tutto o il principio di tutto.

Una visione che si può definire di carattere maieutico… Così quello dell’insegnante sembra ridursi a un ruolo marginale.

L’insegnante può solo svegliare ciò che c’è nell’alunno, aiutare lo sviluppo; non ha nulla di nuovo da portare. Il mito di una verità da insegnare deve finire. La scuola, specialmente il liceo, deve essere una ricerca dei metodi per cui si giunge alla scienza e si sviluppa il pensiero, e i metodi se li deve cercare l’alunno da sé, mentre il maestro esercita un’opera di sana critica, più che di sonora impressione di eloquenza.

Ma il compito dell’insegnante è anche quello di spiegare, di coinvolgere lo studente alla lezione di turno…

Io credo che di due professori valenti in due diversi licei otterrà più fecondi risultati non quello che si accontenta di esporre le sue fedi, ma quello che cerca di farne sorgere delle nuove, attraverso l’esperienza nei cervelli degli alunni.

Siamo d’accordo. Ma come si possono ottenere dei risultati affidando la responsabilità più difficile di questo rapporto proprio agli alunni?

(Ma) il maestro diventa compagno dell’allievo: studia con lui, in un certo senso per lui… 

Dobbiamo invertire le parti: nella scuola, campo di attività, quello che deve più agire, esercitarsi è lo scolaro, poiché egli deve dar tutto di se stesso, e il maestro, invece, spogliatosi di se stesso, deve tentare di vivere l’interna situazione psicologica, per capirne i dubbi e risolverli per guidarlo e assisterlo nello sviluppo della sua attività.

Una scuola, dunque, che forma, mettendo forse un po’ troppo da parte l’utilità concreta di questa formazione…

Distinguiamo e in questo caso anche scindiamo. C’è da scegliere tra due formae mentis: il ricercatore di verità e il cercatore di guadagno. Per questo le abitudini, la gretta utilità, la materia empirica; per quello i valori spirituali assurti a perfetta organizzazione. Nella nostra scuola di formazione c’è solo posto per i supremi valori teoretici. Chi vuole valori professionali e beni esteriori li può cercare altrove.

E invece nella scuola attuale abbiamo ancora una scellerata mescolanza dei due generi.

Purtroppo anche tra gli insegnanti, se abbondano i conferenzieri e gli uomini di bello eloquio, gli enciclopedici capaci di fare anche un’intera lezione sul modo in cui fu preparato il certame coronario di Firenze, sarà difficile trovare molte persone che intendono la scuola formativa e combattano l’informativa e l’enciclopedica.

La distinzione potrebbe apparire non molto chiara…

Chi non capisce l’esigenza della scuola formativa lontana dal campo meramente utilitario, non è arrivato ancora evidentemente alla distinzione tra uomo pratico e teoretico.

Che cosa si intende per “uomo teoretico”?

Io chiamo uomo teoretico quegli che fermo ad una visione ideale della vita, accetta e cerca la lotta su questa visone e per questa sola. Quegli che supera i bisogni materiali per sviluppare e conquistare lo spirito. Ora è evidente che tra un individuo che pensi a questo modo e uno che abbia di fronte solo interessi economici, uno che miri al vantaggio materiale, all’utile, c’è una forte differenza. Là c’è l’amore per la verità, qui l’idolatria del comodo.

Così posta, la questione, però, non sembra tenere conto della validità di una scuola con obiettivi di tipo professionale…

Scuola professionale e scuola statale sono termini contraddittori. Le professioni sono innumerevoli, sono specializzazioni tecniche ognora crescenti, e vanno imparate e insegnate singolarmente, accuratamente.

Ma, allora, chi dovrebbe occuparsi dell’organizzazione di istituti professionali?

Industriali, commercianti, leghe e associazioni delle varie categorie di impiegati ed operai, consorzi agricoli, sono i più diretti interessati a creare queste scuole e sono anche i soli che abbiano la possibilità, oltreché la capacità, di farlo nella misura vasta (in fatto di specializzazione di professioni) che è necessaria.

Francamente la visione appare sbilanciata verso una sfrenata apertura nei riguardi dell’attività privata, che non può essere accettata facilmente in campo scolastico…

Voglio fare un’ipotesi che non corrisponde al vero. Che Tizio vada al ginnasio con le migliori intenzioni di studiare. Ma se questo è un mezzo per giungere all’impiego vorrà dire che sia guida e preparazione ad esso. Ed il ginnasio non dovrebbe dargli nulla di tutto ciò per la semplice ragione che non deve preparare all’impiego, ma guidare al liceo.

Eccoci allora alle transazioni, agli accomodamenti; la scuola è rovinata senza rimedio.

Se vai a scuola diventi ingegnere e fai quattrini. Se non passi, non se non studi, farai il facchino.

Grave minaccia! Ma la differenza dei due nella nostra società è tutta nella carta da visita (che il secondo forse non ha). Ma non c’è differenza di attività spirituale tra un facchino e un professionista educato in questo modo. Il professionista guadagna di più, ma io preferisco il facchino. Ci vedo più franchezza, più onestà, più nobiltà. E questi criteri di valutazione dovrebbe trovare il ragazzo che va a scuola.

Ad ogni modo la “carta da visita” testimonia scelte diverse tra persone diverse. O no?

La nostra piccola borghesia è diventata come la vecchia nobiltà, una piccola casta che riconosce come sua base ideale l’esteriorità schematica del diploma, il formalismo irrigidito di un fatto compiuto, inerte.

Guardate la realtà: quale valore ha il diploma scolastico nel reclutamento di giornalisti, scrittori, direttori di collezioni ed uffici editoriali, intraprenditori, industriali, uomini di commercio, uomini politici? Il diploma è rimasto il pegno, la garanzia a cui ostinatamente si attaccano i reazionari.

Ma la richiesta di cultura comunque è sempre maggiore…

L’affollamento verrà meno appena lo Stato non darà più ai suoi studenti titoli e lauree.

Gli istituti scolastici hanno i loro limiti in questa ampia dialettica di autonomia. La funzione educativa e scientifica appartiene alle case editrici, ai giornali, alla lotta politica, a tutti gli organi della praxis sociale.

Neanche un riferimento all’Università?

L’Università italiana: ultima creazione dello spirito umanistico che vagheggia una scienza e una cultura fuori della realtà, che sdegna l’azione e la responsabilità umana, perché non è capace di soffrire e di rinunciare, che vive di titoli, di comodi, di ambizioncelle da persone ammodo, di falsa serenità.

Forse è meglio cercare di ricapitolare… Dunque, ciò che sembra emergere con decisa chiarezza è questa necessità di individuare ciascuno le proprie attitudini, che possano o meno aver bisogno di una certa formazione culturale…

Qui deve intervenire la legislazione scolastica per separare subito quegli che ha ingegno e volontà per dirigere l’ingegno ai valori più vivi dello spirito da quello che vorrà andare agli impieghi, alle cariche lucrose e alle professioni e non ha quindi tempo da perdere nello sviluppare dei valori che non gli servono nulla, perché ai suoi scopi basta dal suo punto di vista una certa pratica di affari commerciali e di contabilità.

Anche se a nessun individuo può nuocere una certa sensibilità culturale…

È vero che anche a quest’ultimo potrebbe essere utile una solida cultura e una solida educazione (quella che si dovrà impartire nella scuola classica): l’esempio bellissimo lo danno le università delle materie scientifiche, dove in linea generale si trovano meglio i provenienti dal liceo che i provenienti dall’Istituto. È ora di comprendere che questo nasce dal fatto che l’importanza dello studio sta, più che nell’ampiezza quantitativa di ciò che si impara, nella forma mentale generale che il giovane va acquistando da sé con quel poco aiuto che gli può dare la scuola.

Così facendo, ognuno sarà in grado di seguire liberamente la propria vocazione…

Strana davvero la fortuna che questo pregiudizio delle vocazioni ha avuto ed ha ancora insistentemente. Eppure la vita pratica dovrebbe ben insegnare quanto esso sia poco spirituale (poiché ognuno si fabbrica la propria vita da sé) e come di solito non serva ad altro che a giustificazione dei pigri. Quante volte le cosiddette vocazioni dei giovani non sono altro che portatevi da circostanze esteriori, impostazioni altrui, pregiudizi dei genitori!

Al di là di questo, la preferenza per chi scelga una strada di formazione rispetto a quella maggiormente pragmatica appare evidente.

Badiamo ancora che tra i due termini io non accetto distinzione e contraddizione a priori, onde non può avere luogo l’obiezione che io formi delle caste. L’Italia ha bisogno anche di buoni operai, più che di avvocati per tradizione, più che di intellettuali per sport. Vale più per l’umanità un contadino serio e intelligente che sa trarre dal suo lavoro il massimo frutto, che un dotto professore sonnecchiante nel fare la sua lezione o perduto in ozio, in preoccupazioni lontane dalla sua attività.

E la funzione dello Stato quale dovrebbe essere?

In sede teorica si potrebbe anche ammettere l’attività scolastica come funzione di Stato quando per Stato s’intenda la sintesi delle iniziative dei cittadini. Solo uno Stato teocratico può rivendicare il diritto del monopolio scolastico.

E il suo rapporto con l’iniziativa privata?

Nei tempi scorsi l’iniziativa privata ha fatto bene; sono ancora pronti ad agire le organizzazioni di cittadini disinteressati, le leghe ed associazioni, i giornali e le riviste, le università popolari, le società di cultura, le biblioteche popolari, eccetera. Organi ce ne sono: bisogna renderli vivi.

L’opera dello Stato, al più, deve rivolgersi ad aiutare finanziariamente, se lo può, le iniziative già fondate, e questo pure con cautela e limitazione.

Anche le scuole cattoliche?

La scuola cattolica non riuscirà a dare il nome a una civiltà. Conquistando la scuola i cattolici conquisteranno il vuoto, vi formeranno degli spiriti mediocri, educheranno quella amssa che è ancora oggi cattolica di nome, ma che non ha peso nella storia.

La scuola deve dunque rimanere occupazione dello Stato?

La scuola, come scuola etica, è organo di Stato: ma la sua eticità non scaturisce dal mero fatto della sua esistenza; è invece frutto dello sforzo creativo con cui la vogliono gli individui, poiché ogni risultato vale per la fermezza e la serietà con cui ognuno lo ricerca.

Quindi scuola e vita sociale sono componenti di un comune sentire civile?

Scuola è vita sociale. Trasformare la scuola significa trasformare la società, gli uomini.

 

Commenti
2 Commenti a “La questione scolastica. Un’intervista immaginaria a Piero Gobetti”
  1. Teresa D'Errico scrive:

    Il docente deve spogliarsi del proprio ego, ma non deve rinunciare mai, in nome di distorti pedagogismi, ad essere mediatore di cultura. E se questo vuol dire anche trasmettere conoscenze, deve continuare a farlo. Lasciare lo studente a se stesso o ridursi ad essere insegnante facilitatore, vuol dire deresponsabilizzarsi. Gobetti aveva una fede intensa nella cultura. Lasciamo che la scuola sia all’altezza del suo compito e restituiamo agli insegnanti il loro valore. In modo onesto. E senza inventare metodologie curvate elle esigenze di una scuola aziendale, che elabora didattiche per assecondare le esigenze della Confindustria e che con la trovata dell’alternanza scuola – lavoro ha inferto il colpo estremo alle nuove generazioni. Perchè nulla esiste di alternativo alla scuola.

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