1oara (1)

La ragazza nel portabagagli: storia del genio incompreso che qualcuno chiamò «il vero Fitzgerald»

1oara (1)

Nella sua postfazione intitolata Appuntamento a Gibbsville, Stefano Friani racconta tutto ciò che c’è da sapere sull’identità di John Henry O’Hara: il brutto carattere, il disperato bisogno di un doppio, i meritati benché intermittenti e tardivi successi (tra cui il National Book Award del 1956), la militanza presso il New Yorker e la mastodontica produzione letteraria – sedici romanzi e circa quattrocento racconti, che pure non riuscirono a fargli conquistare la simpatia di un pubblico che si sarebbe equamente diviso, sul suo valore di uomo e scrittore, tra scettici e ammiratori.

John O’Hara era il prototipo del talentuoso intrattabile, dell’antipatico creativo; e tale è anche la sua prosa, indubbiamente vicina ai grandi della sua epoca come Fitzgerald e Hemingway (che lo stimava), che con spiccata ironia e impudenza egli infilava nei suoi libri riducendoli quasi a figure di sfondo. Leggevano quegli scrittori, i personaggi di O’Hara, e al contempo cercavano di sfuggire al proibizionismo, si incontravano nei casinò e a Central Park, noleggiavano auto costose, indossavano vestiti sfavillanti e partecipavano a cocktail mondani col solo scopo di fumare buoni sigari e combinare un appuntamento notturno con qualche diva o con qualche bella ereditiera.

Una scenografia collaudata, che però, nella sua produzione, risulta sempre più canagliesca e geniale di quanto non seppero renderla i suoi contemporanei. Scrivere in presa diretta era ciò che gli interessava, e il suo tentativo di sublimare attraverso un alter ego letterario gioie, dolori e imprese della sua rocambolesca vita consisteva proprio in questo: fotografare la realtà e consegnarla al lettore senza mediazioni.

Proprio in questa direzione va la Ragazza nel portabagagli (Racconti Edizioni), esercizio letterario peculiare nella capacità del suo autore di costruire caratteri e situazioni senza mai peccare di macchiettismo o contraffazione. Primo romanzo breve di una trilogia, il libro si distingue grazie a una freschezza singolare e a una scrittura molto potabile, che nella sua limpidezza mira a un’autenticità di stile, intenzioni e sentimenti.

«Eravamo entrambi rassegnati all’irreparabilità dell’addio», considera il giovane Jim Malloy parlando di Charlotte Sears, a trent’anni di distanza dal loro incontro. Malloy è un uomo capace di riprogrammarsi sempre all’ultimo e di non preoccuparsi del futuro, «impermeabile al posto fisso» e perciò lontanissimo da ogni idea di sistemazione. Prima scrittore di necrologi per un giornale, poi press agent per una casa cinematografica negli anni Venti, la sua sconclusionata parabola incrocia quella di Chottie Sears, attrice poliedrica e ambiziosa femme fatale, che lo attrae e lo respinge, con suo bonario consenso, durante le ricerche su un misterioso milionario di nome Hunterden. Questo mistero è solo un pretesto per far muovere sulla scena personaggi falsamente prevedibili e complessi: O’Hara annotava i movimenti del mondo intorno a sé, e voleva farne sfoggio, nella loro geniale costruzione, senza trascurarne l’umanità. Forse con una certa inconsapevolezza tipica di tutti gli antipatici che nascondono una profonda fragilità segreta, questa umanità è tutta da guadagnare, in un romanzo che sembra voler costantemente nascondere il lato buono, smaliziato e perfino innocente dei personaggi che lo abitano.

In questo senso, La ragazza nel portabagagli è tra le altre cose, oltre che il rinnovato affresco di un’America che conosciamo bene, una riflessione sulla capacità di cambiamento; un cambiamento amaro interpretato con la faccia tosta di chi sa reinventarsi sempre cinque minuti prima che accada il peggio. E anche quando il peggio accade il risultato non è mai una disfatta definitiva, ma solo temporanea. È questa la grande lezione di stile che O’Hara rinnova di pagina in pagina, nel susseguirsi cinematografico dei suoi escamotage narrativi, caratterizzati dalla vitalità del reale: è la brevissima malinconia che si prova a una festa a cui si è fatto di tutto per partecipare, la brace di un cumulo di sigarette spente sul posacenere che restano a raccontare un’illusione già svanita.

Con questo spirito il romanzo si lascia sorseggiare come acqua minerale, la stessa che omaggia, nel suo sottotitolo, un poema di Lord Byron; una medicina che, se ingerita senza troppi pensieri, può perfino rivelarsi benefica; e come lei questa scrittura ben architettata, che nasconde un sentimento puro e più scalfibile, l’estemporanea epopea di alcuni memorabili sconfitti. In questa strana educazione sentimentale – alla quale il protagonista, come probabilmente anche il suo autore avrebbe fatto, si sottrae – emerge la vena artistica ambiziosa e vigile di un uomo votato alla sregolatezza e all’autenticità, alla chiarezza di uno stile lucidato e ripulito in cui difficilmente compare una parola fuori posto.

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989. Nel 2011 ha fondato il blog letterario Le ciliegie parlano insieme a Giorgia Fortunato, e nel 2015 il sito di letture ad alta voce pioggia&polenta. Vive a Roma e scrive due newsletter, scemenze e grazie per il latte, sotto lo pseudonimo di Cazzotti.
Aggiungi un commento