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La realtà affamata

Quest’anno a gennaio in Australia è andata a fuoco un’area grande quanto l’intero Belgio, e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran; a febbraio il Regno Unito è uscito dall’Europa, e in Antartide è stata registrata la temperatura locale più alta di sempre; ad aprile il Pentagono ha pubblicato materiale ufficiale sugli UFO; a maggio è stato ucciso George Floyd, e da quel momento in poi negli Stati Uniti si è venuto a creare un clima da guerra civile.

A giugno l’Artide si è accodato all’Antartide facendo a sua volta registrare la temperatura locale più alta di sempre; a luglio la Cina ha inasprito il suo controllo autoritario su Hong Kong; ad agosto una delle esplosioni più potenti di sempre ha distrutto o danneggiato buona parte di Beirut, uccidendo centinaia di persone, ferendone decine di migliaia e lasciandone centinaia di migliaia senza casa; questo mese gli incendi sulla West Coast americana hanno colorato il cielo di arancione come in Blade Runner 2049, e possibili tracce di vita extraterrestre sono state trovate su Venere.

Hanno qualcosa in comune tutti questi eventi (i più attenti avranno già notato che i due paragrafi qui sopra saltano il mese di marzo)? Sì: per quanto sembri incredibile, nessuno di essi ha la minima possibilità di diventare ciò per cui verrà ricordato il 2020, perché nel frattempo è scoppiata un’epidemia globale, vale a dire una pandemia. Prima di andare a vedere cosa possa voler dire tutto ciò, sarà però necessario tornare indietro nel tempo di dieci anni.

Allora uno dei casi editoriali più importanti fu Fame di realtà: un manifesto di David Shields (Fazi, 2010). Sosteneva, provando a dirla in breve e a non fargli comunque alcun torto, che alla pura finzione non rimanesse poi molto da dire; che i suoi ingranaggi dessero esiti prevedibili, e operassero ormai allo scoperto, risultando arrugginiti e rumorosi; che le narrazioni tradizionali avrebbero fatto meglio a far propria l’arte del remix, della citazione, persino del furto, e a incorporare più spesso elementi autobiografici. Mescolare fiction e realtà, ecco la via da seguire, suggeriva l’autore.

Non erano idee nuove: Bergson, nel corso tenuto al Collège de France nel 1902 e trascritto in Storia dell’idea di tempo (Mimesis, 2019), pur argomentando altre tesi mostrava di avere sulla narrativa opinioni molto simili. Del resto Shields non ha provato a presentarle come inedite, anzi, il suo manifesto consisteva quasi esclusivamente di citazioni; si è rivelata una scelta indovinata sia per creare clamore intorno al suo libro, sia per renderlo un’opera metatestuale su più livelli, non solo componendosi di testi altrui ma anche rappresentando esso stesso un esempio del tipo di scrittura che intendeva proporre. Ha inoltre giovato al suo successo un certo tempismo, che tuttavia ne ha minato la longevità.

A tale proposito qualche mese fa, in un articolo pubblicato su Frieze, si notava come a quello di Shields il destino abbia riservato proprio la sorte che spesso tocca ai manifesti: risultare, a posteriori, molto più efficaci nel riassumere quanto li ha preceduti piuttosto che nel tracciare davvero una strada da percorrere in futuro. La fame di realtà si trova soprattutto nel decennio che ha preceduto il manifesto di Shields: quegli anni zero iniziati con i successi televisivi del Grande Fratello e di innumerevoli altri reality show, e proseguiti con quelli di mockumentary come Borat al cinema, di romanzi di autofiction come Gli anni in letteratura, di formati come il memoir e il personal essay su blog e riviste.

Il decennio successivo, invece, non è stato altrettanto segnato dallo stesso genere di indirizzo; anzi, vale la pena notare come solamente un anno dopo la pubblicazione del manifesto siano usciti sia Games of Thrones che Black Mirror, due prove evidenti di quanto fosse stata sopravvalutata e passeggera la fame di realtà. Nel sostenere che la fiction avesse bisogno di trarre linfa vitale dal reale, insomma, Shields si sbagliava. Cosa dire del contrario?

Per rispondere a questa domanda sarà meglio fare una nuova digressione, tornare al 2020 e scegliere un’immagine: il pontefice che percorre a piedi le strade del centro di Roma, deserte per via del lockdown, andrà benissimo. In quel caso la realtà ci ha messo di fronte a qualcosa di più assurdo, e di meno probabile, rispetto a quanto avevano saputo immaginare Nanni Moretti in Habemus Papam e Paolo Sorrentino in The Young Pope. È una scena che ha fatto il giro del mondo, condivisa tra stupore e sgomento da milioni di persone chiuse da settimane nelle loro case, che però a ben vedere ha tuttora ricevuto più commenti che interpretazioni; eppure sembra proprio quel tipo di cosa enorme da cui è impossibile pensare di non dover trarre qualche conclusione.

Si potrebbe iniziare col dire di come il dominio dell’immaginazione stia perdendo forza non tanto in termini assoluti, come avrebbe voluto Shields, ma comparativi: è la realtà che ha iniziato a recuperare terreno, a erodere il margine. Volendo chiamare ancora in causa il cinema, il reale è come il pianeta Melancholia che non sta più entro i rassicuranti margini della cornice di fil di ferro nella quale ci si aspettava di trovarlo contenuto (quella di Lars Von Trier è forse la più potente rappresentazione filmica dell’irruzione nel reale di una cosa a stento immaginabile). Insomma, abbiamo fatto appena in tempo a scoprire di non avere fame di realtà e già ci troviamo a dover fare i conti con una realtà più larga del normale, affamata di finzione.

Si possono trovare alcune buone spiegazioni per questo fenomeno, anche assolutamente razionali, per quanto resti comunque spazio in abbondanza per speculazioni metafisiche o mistiche. Il principale difetto di Fame di realtà era in fondo assai banale: proponeva e auspicava l’avvento di un nuovo paradigma nell’intero settore culturale, ma non spiegava affatto cosa lo avrebbe motivato, quale cambiamento nel mondo lo avrebbe reso necessario. Sembrava che ci fosse solo un po’ di gente a cui i soliti romanzi avevano iniziato ad annoiare. La realtà affamata è ben più limpida.

Alcuni numeri: sulla Terra, agli inizi del 1700, c’erano 600 milioni di persone; agli inizi del 1800, quasi un miliardo; agli inizi del 1900, poco più di un miliardo e mezzo. Oggi siamo oltre sette miliardi (da 7 a 7,7 in meno di un decennio, tra il 2011 e il 2019). Il grafico della crescita della popolazione mondiale, che mostra una linea rimasta praticamente piatta per 12.000 anni inclinarsi repentinamente per diventare una retta verticale negli ultimi 100, è la rappresentazione visiva della sovrappopolazione del pianeta di maggiore impatto; un dato inizialmente meno immediato è ancora più impressionante: si stima che oggi sia in vita circa il 6,5% di tutti gli esseri umani mai esistiti.

Questo è il grande cambiamento nel mondo che sta modificando i rapporti tra realtà e immaginazione: sette miliardi di persone impegnate a fare cose di ogni genere, giorno e notte, in ogni angolo del pianeta, a velocità sempre maggiori grazie alla tecnologia, alzano in maniera significativa le probabilità di accadimento di eventi che presto o tardi dovremo pure smettere di considerare straordinari, perché saranno sempre più frequenti. Siamo noi a nutrire la realtà affamata. Lo spiega bene il teorema della scimmia instancabile: basta dare a una scimmia una macchina da scrivere e un tempo infinito, e prima o poi battendo tasti a caso riprodurrà esattamente la Divina Commedia, o le opere complete di Shakespeare.

(Si sono fatti calcoli accurati sul tema. Matematicamente parlando, le possibilità di riuscita sono pari a uno: è certo che la scimmia riuscirà nell’impresa. Sarà più difficile esserne testimoni, perché ci potrebbe volere una quantità di tempo superiore di diversi ordini di grandezza a quella da cui esiste l’universo. Qualcuno ha voluto comunque provare a sfidare la sorte e a vedere se per caso e con un po’ di fortuna qualche scimmia ce l’avrebbe fatta al primo colpo: esiste il PDF con il risultato, che evidentemente non ha incoraggiato tentativi ulteriori. Se però su ogni pianeta, ogni satellite, ogni asteroide alla deriva nello spazio interstellare, se su ogni superficie solida dell’universo su cui si possa appoggiare una macchina da scrivere ci fosse una scimmia al lavoro, qualche risultato potrebbe essere raggiunto velocemente: forse sarebbe eccessivo aspettarsi davvero l’intera Divina Commedia, ma alla riscrittura di questo articolo, che in fondo parla anche di lei, una qualche scimmia nel cosmo potrebbe davvero arrivare in breve tempo.)

Sarà ormai chiara l’idea: assistere a eventi straordinari che sembrano essere stati presi di peso dalla finzione e trascinati fin dentro la realtà è solo una questione di probabilità, e queste ultime sono in aumento insieme alla crescita della popolazione mondiale e alla velocità con cui la tecnologia ci permette di fare qualsiasi cosa. È ora di tornare alla domanda precedente e preparare un contro-manifesto: “nel sostenere che la fiction avesse bisogno di trarre linfa vitale dal reale Shields si sbagliava. Cosa dire del contrario?”. Se la realtà si sta nutrendo di finzione, non resta che iniziare a considerare la fiction una fonte attendibile, uno strumento adeguato a indagare le possibilità del reale.

Parafrasando Epicuro, che ben prima di Oscar Wilde e di Stephen King scrisse «Per tutti i desideri bisogna porsi questa domanda: che cosa accadrà se si compie ciò cui questo mio desiderio tende?» (Sentenze vaticane, LXXI), sarà utile d’ora in poi chiedersi cosa accadrebbe, a cosa ci troveremmo di fronte nel momento in cui ciò che abbiamo solamente immaginato diventasse reale. Si apre allora un campo inesplorato, e c’è tantissimo da fare: qualche pioniere si è già messo all’opera.

Pochi anni fa ad esempio Steven Shaviro in Discognition (Repeater Books, 2017), mai tradotto in Italia, ha usato come punto di partenza la letteratura di fantascienza per proporre alcune riflessioni su ciò a cui potrebbe somigliare una coscienza non umana, come quella di un robot o di un alieno. Quest’anno invece Michel Onfray ha costruito la sua Teoria della dittatura (Ponte alle Grazie, 2020) confrontandosi con La fattoria degli animali e 1984 di Orwell. In questi giorni inoltre arriva (o meglio: torna) in libreria ZombieCity (D Editore, 2020), raccolta di saggi curata da Alessandro Melis che applica l’idea apocalittica degli zombie in molteplici ambiti, con particolare attenzione all’architettura e all’urbanistica.

Non che si suggerisca di prendere davvero in considerazione un’invasione di non morti: gli zombie fanno più metaforicamente da segnaposto per l’evento che cambia la realtà permettendo di osservarla e analizzarla da nuovi punti di vista, e il libro mostra come ci siano da guadagnare molti concetti preziosi grazie a simili esperimenti mentali. Ad ogni modo resta senz’altro opportuno non coltivare troppe certezze su quali siano gli scenari futuri che è sensato o meno prendere sul serio; e iniziare intanto a guardare alla fiction con occhi diversi, perché lì si trovano gli strumenti per farsi trovare pronti la prossima volta che la realtà affamata proverà a prenderci alla sprovvista.

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di musica, cinema e videogiochi.
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