Bolaño

La realtà è un buco nero: perché (ri)leggere Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño

di Camilla Marchisotti

Durante la quarantena nelle sue varie fasi, la sensazione è che in molti abbiano approfittato del tempo sospeso per affrontare quei libri considerati imprescindibili, ma troppo lunghi per essere digeriti in un tempo ordinario fittissimo di impegni. Tra questi, spicca 2666 di Roberto Bolaño. Recentemente, la foto della copertina coloratissima di Adelphi, accompagnata da post giustamente elogiativi, ha fatto più volte capolino sulle bacheche Facebook (soprattutto su quelle degli scrittori). Come a voler segnalare pubblicamente, anche sugli annales virtuali, il raggiungimento di una milestone narrativa nella propria carriera di lettori.

Meno sbandierata come must-read in epoca pandemica è invece Chiamate telefoniche, prima raccolta di racconti di Roberto Bolaño, uscita in spagnolo nel 1997, già edita dai tipi di Sellerio nel 2000 e ripubblicata da Aldelphi nel 2012. Bisognerebbe rispolverarli, invece, i racconti di Bolaño, di questa come delle altre due raccolte tradotte in italiano (Puttane assassine e Il gaucho insostenibile). Se il capolavoro di Parise sono i Sillabari, e preziosissimi per capire Kafka sono tanto i Sogni che le Lettere a Milena, la produzione breve del cileno – non per questo necessariamente minore – si offre come un punto d’accesso privilegiato alla sua opera.

La natura strutturalmente composita delle raccolte spinge chi legge a chiedersi quale sia il filo che lega i singoli testi giustificando la loro comune appartenenza all’oggetto-libro. Per le Chiamate di Bolaño, il collante è una medesima temperatura, una stessa tensione. La pagina restituisce una visione realistica ma disseminata di coni d’ombra e discrepanze, come versioni testuali di bug informatici. Il Bolaño delle Chiamate è già un «visionario di cose vere», come si proponeva d’essere il nostrano Guido Piovene nelle Furie. Nel libro aleggia un’allegria nera, domina la sensazione di un pericolo che attende ad ogni angolo, ma che poi non arriva, o se arriva lo fa in forme diverse da quelle che ci aspettavamo e quindi fa ancora più paura.

I protagonisti sono quelli tipici bolaniani: scrittori falliti (Sensini, Henri Simon Leprince, Enrique Martin); vari detectives dalla moralità perlomeno dubbia, tra cui quelli del racconto omonimo; ragazze e donne un po’ matte, tristi, sfortunate (Anne Moore, Clara); giovani sfaccendati, criminali e giramondo tra Spagna e Stati Uniti, Cile e Messico fino alla Russia (La neve), attrici pornografiche non prive di una certa sensibilità (Johanna Silvestri). La grande carovana degli emarginati, insomma, ormai molto di moda, ma che Bolaño tratta con sincera umanità e simpatia. Questa è una capacità che molti scrittori dovrebbero imitare: saper scongiurare, nella rappresentazione degli ultimi, quell’effetto-caricatura in cui spesso inciampano gli italiani, “gli epigoni di De Andrè” che insistono a cantare le puttane senza andarci, i matti segretamente avendone paura.

Il titolo Chiamate telefoniche è poi azzeccato per l’idea di “distanza” che implica questo tipo di comunicazione; una distanza siderale e consustanziale alla natura umana, che in vari modi sembra separare tutti i personaggi che abitano nomadicamente il libro. Ci sono rapporti epistolari intensi e poi interrotti da morti improvvise; amori che si consumano con la stessa velocità con cui poi si perdono o si tramutano in odio, amicizie che si stringono e si allentano. Il libro è un campionario di esistenze tangenti che si sfiorano e si lasciano in continuazione. “Non lo rividi mai più”, nelle sue possibili varianti, è forse la frase-tipo di una raccolta in cui il buco, il salto, la scomparsa, e con essi il correlativo logico del dubbio, regnano sovrani in ogni senso e su ogni livello. I testi sono sovente racconti riportati, con una forte cifra orale, passati magari da più bocche («William Burns, di Ventura, nella California del Sud, raccontò questa storia al mio amico Pancho Monge, poliziotto di Santa Teresa, nel Sonora, che a sua volta me la riferì»). Si basano su dicerie ed incoerenze; non risolvono né concludono; girano intorno a personaggi di cui si perdono – o che fanno volontariamente perdere – le proprie tracce, tra l’opzione claustrofobica di sciogliersi nel mondo, spostandosi senza sosta, e quella claustrofila di barricarsi in casa. I traumi, le avventure, le malattie, la miseria e lo splendore delle singole esistenze individuali si installano su uno scenario collettivo fatto di affinità silenziose e crimini lasciati impuniti, felicità brevi e morti violente, orrori abbozzati, mai davvero interamente detti e per questa ragione tanto più orribili. Tra questi spicca la questione dei desaparecidos durante la dittatura di Pinochet, vera ossessione a cui Bolaño dà voce tramite i fantasmi appena intravisti nello specchio del racconto «Detectives», in cui due investigatori ricordano con reticenza le violenze di quegli anni:

«…e mi sono guardato e ho visto uno con gli occhi sbarrati, come se se la stesse facendo sotto dalla paura, e dietro a questo qua ho visto un tipo sui vent’anni ma che ne dimostrava almeno dieci di più, con la barba lunga, le occhiaie, allampanato, che ci guardava da sopra la mia spalla, a dire il vero non posso giurarle, ho visto un mucchio di facce, come se lo specchio fosse rotto, anche se sapevo bene che non era rotto, e allora Belano ha detto, ma l’ah detto a voce molto bassa, appena più forte di un sussurro, ha detto: senti, Contreras, c’è una stanza dietro a questo muro? ».

La realtà stessa è quello «specchio rotto», abitato da una folla variopinta di caratteri; un buco nero in cui resistono però due elementi – solo temporaneamente risarcitori, ma costanti nella raccolta. Il primo è il sesso, raccontato sempre direttamente, vivido, senza filtri né censure, ma in qualche modo mai volgare. L’erotismo di Bolaño emana anzi una specie di potere consolatorio, anche quando è occasionale, indiretto, non pienamente soddisfacente, extra-coniugale. Forse perché, in fondo, il sesso è un modo più efficace di altri – sicuramente più efficace della parola – che i personaggi hanno per entrare in contatto, e accorciare quella distanza di cui si diceva prima:

«Osservai il volto di Sofia, un volto malinconico o riflessivo o malato, osservai il profilo di Sofia, capii che se non facevo niente mi sarei messo a piangere, mi avvicinai da dietro e l’abbracciai. Ricordo che il corridoio, verso la camera da letto e l’altra stanza, si stringeva. Facemmo l’amore piano e disperatamente come un tempo. Faceva freddo e non mi spogliai. Sofia invece sì, si tolse tutto. Adesso sei gelata, pensai, gelata come una morta e non hai nessuno».

Svolgendo una funzione simile, l’ironia pervade le pagine dei racconti – anche dei più oscuri – suggerendo vie d’uscita mai davvero percorse fino in fondo, eppure in potenza percorribili (ed è forse questa, la grande lezione che Bolaño ricava da Beckett).

Così, sempre in bilico tra leggerezza e disperazione, Chiamate telefoniche è un libro che non invecchia, da tenere sempre sul comodino, soprattutto in questo tempo strano. Una raccolta-miniera in un senso almeno triplice. Per Bolaño stesso, innanzitutto, che da essa riprenderà temi e personaggi per i lavori a venire, in una visione di opera-mondo che ricalca quella di una realtà eternamente inseguita ma impossibile da acciuffare. Per chi scrive, perché i quattordici racconti sono altrettante micro-lezioni di narrativa. E infine per il lettore, che li legge con il gusto con cui si divoravano certi fantasy, sfogliati febbrilmente a sedici anni con la voglia di sapere come andava a finire. Il bonus point, con il cileno, è che non si sa mai veramente come finirà – e forse, in fondo, la fine non è quello che ci importa.

 

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