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La regina di Atene

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di Francesca Pellas

Di Atena Parthénos si dicevano molte cose, alcune giuste e alcune sbagliate. Io posso solo riferire quello che so, e così farò, partendo dall’inizio.

Si racconta che la madre di Atena fosse Meti, divinità marina, una delle innumerevoli amanti con cui Zeus tradì la moglie Era, detta Era dalle bianche braccia. Zeus era re del regno più assoluto: l’Olimpo. Al desiderio per Meti non aveva saputo resistere, pur sapendo che secondo un’antica profezia un figlio maschio da lei generato lo avrebbe detronizzato.

Voci di uomini e voci di dèi mosse dai venti per tutta la Tessaglia, propagatesi per terre e fiumi e alte montagne fino ai giorni presenti, e qui giunte fino a me, dicono che Zeus, per paura di quel vaticinio, ingoiò Meti tutta intera.

Mangiando lei e il bambino voleva proteggere se stesso e il suo potere sconfinato, ma per far ingelosire Era diceva di averlo fatto per tenere Meti per sempre con sé, in un tutt’uno. Non aveva però considerato che, in un grembo inghiottito ma pur sempre esistente, questo figlio stava continuando a crescere. Dopo giorni di gran mal di testa senza ragione apparente, Zeus andò da Efesto, quinto erede legittimo avuto con Era, e in preda alla collera gli chiese di rompergli il cranio con un’ascia.

Fu così che nacque Pallade Atena, figlia femmina di una madre mangiata tutta intera e partorita dalla testa del padre. Si narra che saltò fuori dalla ferita di Zeus già adolescente, col volto fiero, vestita da guerra e armata di lancia. Tempo una notte e divenne adulta, smise l’armatura e indossò come abito una pelle di capra. Una capra in verità speciale, che si chiamava Amaltea e che da viva aveva avuto l’onore di allattare re Zeus (pare che Zeus bambino, già forte come molti eserciti, in un impeto d’affetto le avesse staccato un corno, diventato da quel momento un simbolo d’abbondanza e chiamato cornucopia).

Secondo le voci che dalla Tessaglia attraversano epoche e montagne, Atena si mise subito nei guai: aiutò Prometeo, dio amico dei mortali, a rubare il fuoco per portarlo agli uomini, nonostante Zeus l’avesse proibito. Furono entrambi puniti molto duramente. Prometeo venne incatenato al Caucaso, alla mercé di un’aquila che ogni giorno gli divorava il fegato, e ogni giorno veramente, poiché essendo lui immortale le sue ferite di notte si rimarginavano, condannandolo a scontare questa pena in eterno. Atena invece fu portata nelle stanze segrete del re, e qui Zeus le aprì la testa e ci travasò dentro una parte della sua mente, del suo immenso cervello di sovrano dei mondi.

Atena confidò poi a Ebe, sorellastra prediletta e quarta figlia legittima di Zeus ed Era, che aveva dovuto dire basta, con il filo di voce che le restava, perché il padre mettesse fine a quell’inaudito travasare: un solo grammo della mente di Zeus sarebbe stato infatti sufficiente a uccidere un’intera regione, e Atena dopotutto era solo una neonata, seppur già adulta.

Il padre però sapeva che da quel momento in avanti non avrebbe più commesso imprudenze, e che anzi sarebbe stata conosciuta e ricordata come la dea della saggezza.

Della saggezza e della guerra, in realtà: perché Pallade Atena era nata con l’armatura, e re Zeus racconta che, appena posati i piedi a terra, un attimo dopo esser stata partorita, eruppe in un grido vittorioso e si mise a danzare una forsennata danza guerresca.

In questo Atena si contrapponeva ad Ares, il fratellastro che i romani conobbero come Marte, secondo o terzo figlio legittimo dei coniugi reali (secondo o terzo perché era nato in coppia con Eris: lui la Guerra e lei la Discordia, due gemelli sempre in lotta anche per stabilire chi fosse da considerarsi il maggiore). Atena e Ares erano diversi come il loro modo d’intendere la battaglia, che per lei significava strategia, rigore e avvedutezza, e per lui ferocia, sangue e crudeltà.

Un giorno Ares disse ad Atena che ormai poteva considerarsi una ragazza da marito, e a lei la cosa dovette suonare come una minaccia, dato che gli dèi potevano sposarsi in famiglia, tra cugini, tra fratelli, e senza distinzioni d’età; non era un paio di secoli a separare due innamorati, così come il fatto che l’amato fosse il pronipote e l’amata la sorella della nonna, o viceversa. Indispettita, Atena rispose che non si sarebbe mai sposata, perché bastava a se stessa.

E così fu.

Al suo nome venne aggiunto l’epiteto Parthénos, vergine, e Atena fu per i greci la vergine per eccellenza. Per lei Ictìnio e Callìcrate, grandi architetti conosciuti fino alle Colonne d’Ercole, costruirono in cima a una collina un tempio meraviglioso, a cui fu dato il nome di Partenone. Intorno al Partenone sorgeva una città di cui si dicono grandi cose, e che i greci chiamarono Atene per onorare lei, Atena.

Sempre in suo onore nella città sotto il tempio si celebravano le Piccole Panatenee e le Grandi Panatenee, rispettivamente ogni anno e ogni cinque, con giochi, gare, spettacoli e processioni sacre.

Se due erano le feste, due erano anche le statue di Atena Parthénos: una colossale, scolpita da Fìdia e alta dodici metri, conservata nel grande tempio. L’altra più antica, in legno, detta Palladio: si raccontava che fosse caduta un giorno dal cielo e veniva custodita nell’Erettèo, un tempietto minuscolo, il più piccolo lassù all’Acropoli.

Dicono che Atena fosse una grande amante della musica, e che avesse inventato il flauto, forando con una serie di buchi un osso cavo di cervo.

Le erano sacri l’ulivo (che pare avesse creato lei dal nulla), il dragone e la civetta.

Era patrona di tutte le arti e di tutti i mestieri, ma amava in special modo quelli femminili: si dice infatti che fosse lei stessa una grande ricamatrice, e che sapesse tessere molto bene, tanto da aver confezionato personalmente la veste nuziale di Era, quando quest’ultima e Zeus, dopo anni di tradimenti e baruffe, decisero di rinnovare le loro promesse di matrimonio.

Tutte le tessitrici greche riconoscevano che la loro ispirazione veniva dalla benevolenza della dea, e le portavano grande rispetto. Tutte tranne una donna di nome Aracne, di rara bravura e vera superbia, che osò sfidare Pallade Atena.

Una leggenda raccontata in Lidia dice che la dea non si sottrasse, ma accettò anzi di raccogliere la sfida, e che per molte ore, in tutta la Grecia, non si sentì altro che il rumore dei due telai. Si dice poi che alla fine ne uscirono due capolavori, e che Atena studiò a lungo la tela di Aracne alla ricerca del più piccolo difetto: non trovandone, e sentendosi al pari di una mortale, distrusse la tela dell’avversaria, rosa da una rabbia cieca. Aracne la superba, svilita a morte nella sua tracotanza, minacciò d’impiccarsi, ma Atena s’impietosì e la salvò. Scelse di lasciarla vivere, trasformata però in ragno.

Da allora, senza fine e per tutta l’eternità, Aracne sospenderà i suoi fili tra i rami degli alberi, o negli angoli delle stanze, e qualcuno sempre li straccerà, perché male agisce chi va contro la dea.

Atena aveva sposato il sapere e la battaglia e, a prova di ciò, un giorno attaccò all’ègida (come veniva chiamata la pelle della capra Amaltea che le faceva da abito) la testa di una creatura mostruosa con capelli di serpenti, capace d’uccidere col solo sguardo. Era la testa di Medusa, sorella del drago che custodiva l’albero del bene e del male.

A chi le chiedeva il motivo di quella scelta raccapricciante, Atena rispondeva che in guerra uno sguardo può incutere più timore di una lancia, perché nulla fa più paura dell’intelligenza vera.

Ma per uno sguardo che doveva terrorizzare il nemico, ce n’era un altro che spaventava Atena perché sapeva vederla oltre il muro che si era alzata intorno: quello di Ebe, sua sorellastra prediletta, che la osservava in silenzio e la leggeva in profondità. Se per gli altri la paura era quella che Atena portava attaccata al petto, per lei era invece l’acutezza di chi le voleva bene. Essere scoperta, stanata, questo la intimoriva. A Ebe, che aveva capito, non diede mai ragione.

Ragione su cosa?

La testa di Medusa era un dono di Persèo. Quel giovane impavido, destinato a essere ricordato come uno degli eroi più illustri di tutta la Grecia, l’aveva tagliata con una falce di diamante. Dal sangue che ne era sgorgato era nato Pègaso, destriero alato con cui l’eroe aveva cavalcato volando fin sulla cima dell’Olimpo, con l’intenzione di donare la testa del mostro ad Atena. Lei l’aveva attaccata all’ègida, fieramente, e a tutti aveva raccontato un falso motivo, o forse non falso, ma sincero solo a metà.

Perché se gli dèi hanno un animo, non è forse vero che il tuo in quel momento aveva tremato, Atena? Ebe fu l’unica a capire che la sorella si era innamorata.

Questo però non lo raccontano, in Attica.

Non lo sanno le Moire, filatrici del destino di ogni vita.

E non lo dicono le antiche voci che dal Peloponneso scavalcano le montagne.

Lo capì solo Ebe, e non lo disse mai.

Sapeva che sua sorella non avrebbe ceduto, che si sarebbe nascosta dietro alla guerra, alla musica, al tempio di quella città che da lei prendeva il nome.

E infatti andò così: Atena combattè giganti, accecò indovini, salvò Achille nella guerra di Troia e portò il suo aiuto a Telemaco e Ulisse affinché tornassero a Itaca, e sempre negando a se stessa ciò che non voleva sentire.

Aveva detto che sarebbe bastata a se stessa, perché era la dea della saggezza, e in effetti l’amore che cos’è, se non la negazione di tutto ciò che di saggio esiste al mondo?

Ebe si augurò a lungo di avere torto, sperò che la sorella cedesse al sentimento che provava, ma non fu accontentata.

Atena Parthénos portò con sé la testa di Medusa, forse perché in fondo sapeva di non voler dimenticare, ma vinse la sua guerra: accantonò l’amore, e a Persèo non pensò più.

 

 

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