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Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale

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Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca. (Fonte immagine)

di John Foot 

A Gorizia, come ad Arezzo, le parole degli internati si dimostrarono portatrici di verità molto più di quanto non sia scritto nei trattati di psichiatria.

(Agostino Pirella)

Le assemblee dei “matti” di Franco Basaglia sono l’esempio più alto e commovente del bisogno di democrazia – e il suo potere rigenerante.

(Anna Bravo)

Basaglia lavora solo con lo strumento della riunione, dell’assemblea.

(Giovanna Gallio)

Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

Le “assemblee generali” vere e proprie, aperte a tutti nell’ospedale, cominciarono nel 1965, ma le riunioni con la partecipazione dei pazienti rientravano nel progetto basagliano fin dall’inizio. Mario Dondero scattò una serie di fotografie di un’assemblea più piccola, di reparto (c’è anche Basaglia) nel 1964. Dal novembre 1965, comunque, l’assemblea generale dell’ospedale si teneva regolarmente ogni mattina, verso le 10. Chiunque poteva partecipare: infermieri, medici, pazienti, e anche le loro famiglie. Cominciavano ad arrivare anche persone dall’esterno: studenti, cineasti, giornalisti, attivisti, aspiranti psichiatri. Le assemblee erano coordinate dai pazienti e venivano verbalizzate. Il procedimento riprendeva in parte i metodi delle comunità terapeutiche classiche, in Scozia e altrove, che l’équipe di Gorizia aveva potuto studiare. Ci volle del tempo, prima che le cose cominciassero a funzionare.

Nella sala fumosa, con un tavolo e semplici sedie di legno, le prime assemblee furono all’insegna del pandemonio, o di lunghi e imbarazzati silenzi. Ne esiste qualche filmato, e le immagini dei tanti fotografi che accorrevano a Gorizia nel Sessantotto. Ma in quella nube di fumo di sigaretta, tra litigi, borbottii e pause interminabili quando nessuno apriva bocca, l’evento caotico andava prendendo forma, prefigurando il Sessantotto stesso. Per certi versi, era il Sessantotto. I pazienti gridavano e brontolavano, andavano e venivano a discrezione, e parlavano tra loro. Qualcuno si limitava a star lì a guardare, soprattutto all’inizio. Molti non si presentavano nemmeno. I medici erano vestiti come tutti, in genere senza camice (fu definitivamente abolito nel 1964, anche se pare che qualche medico continuasse a portarlo come protesta contro le riforme di Basaglia, come un segno del suo non essere basagliano), e si mescolavano con i pazienti. I medici dell’équipe intervenivano poco durante le assemblee generali, alle quali però seguivano regolari sedute di verifica e altre riunioni per analizzare gli eventi della precedente assemblea: dopo un’assemblea, un’assemblea sull’assemblea.

Gorizia era verbosa, parlata, vociante e spesso molto involuta. Un po’ alla volta, però, i pazienti cominciarono a discutere delle cose che determinavano la loro vita di ogni giorno. Cominciarono, in una certa misura, ad assumere il controllo. Franco Pierini, un giornalista dell’“Europeo”, venne a Gorizia – con un fotografo – nel 1967. Così descriveva l’assemblea generale: Siamo stati due giorni a Gorizia, li abbiamo sentiti parlare questi uomini e queste donne, dibattere questioni che li riguardano da vicino: perché il reparto d non va in gita fuori da molto tempo, perché le donne della sartoria fanno opposizione al trasferimento della sala da pranzo nel loro laboratorio, perché non bisogna preoccuparsi se ogni tanto c’è qualche biscia nel parco: “La signora Giovanna ha parlato con una signora che lavora nei campi e ha detto che ha visto sì una biscia, però una biscia di campo non è velenosa”.

Sarebbe far torto a questi uomini e a queste donne, un torto grave, scrivere qui che parlano come noi. Sono migliori di noi nella tecnica della discussione, nella dialettica degli opposti pareri, nelle conclusioni raggiunte senza capri espiatori, senza vinti. Le vecchie rigidità gerarchiche venivano aggirate, rovesciate, ignorate e demolite. L’assemblea era la dimostrazione pratica di come si poteva “mettere tra parentesi la malattia mentale” nel rapporto con i pazienti. Durante gli incontri accadeva che qualche paziente creasse problemi, ed era difficile, e spesso frustrante, concentrarsi sul tema in discussione. Ma per Basaglia i pazienti “disturbatori” rientravano nel processo di cambiamento, erano segnali (positivi) di ribellione. Il suo lavoro, dichiarava, consisteva nel far esplodere le contraddizioni del sistema. Stava nascendo una comunità che, col tempo, sarebbe diventata capace di agire in modo collettivo.

Le assemblee presero gradualmente forma. I pazienti affluivano sempre più numerosi; i silenzi erano sempre più brevi. “La parola scorre, rimbalza, cattura infermieri e medici, ma richiede un ascolto che ne renda possibile il percorso.” Si contavano i voti e si prendevano decisioni. Si producevano documenti. Ai pazienti venivano affidate responsabilità reali, comprese quelle istituzionali e finanziarie. In genere la discussione riguardava le materie apparentemente più noiose e banali: vitto, sigarette, retribuzione del lavoro (per la prima volta il lavoro dei pazienti veniva pagato davvero), gite. Ma c’erano in gioco anche questioni più grosse. A chi si poteva permettere di uscire nel mondo esterno? Era davvero sicuro, e utile, aprire i reparti chiusi? Qual era esattamente il male – se pure male c’era – di cui soffrivano certi specifici pazienti? E tutto girava intorno a problemi ancora più grandi, che toccavano il cuore dell’“istituzione totale” all’interno della quale si tenevano le assemblee. Che cos’è la follia? Perché stavano tutti in manicomio? Chi ce li aveva messi? E loro stessi, chi erano?

I pazienti riprendevano, in parte almeno, il controllo sulla propria vita e su quella degli altri degenti. Ritornavano a essere persone, cittadini perfino, con responsabilità e diritti. Era un lavoro spossante, ma entusiasmante e fascinoso. Gli impotenti riottenevano il potere, e in questo percorso la forma contava quanto il contenuto. Il fatto stesso che le assemblee si potessero tenere era rivoluzionario. Ore passate a discutere sulla pulizia dei reparti, o sulla gestione delle assemblee stesse, ma questa era la democrazia in azione: democrazia vera, diretta, quasi senza mediazioni. Gli scomparsi del manicomio, quelli chiusi fuori dalla vita reale, senza diritti né identità, emergevano dall’oscurità. Dimostravano di saper badare a se stessi e organizzare la propria vita. Quello che si diceva non aveva in realtà grande importanza: il fatto entusiasmante era che qualcosa venisse detto, in pubblico. Alcune assemblee furono registrate nei dettagli e il materiale fu usato nelle pubblicazioni sull’esperimento goriziano. Questi verbali sono una sorta di storia orale trascritta dal movimento, che fu analizzata all’epoca, e che possiamo studiare di nuovo col beneficio del senno di poi.

Le assemblee erano il nucleo, il cuore pulsante del progetto basagliano. Le assemblee generali, soprattutto nel 1968, diedero a quell’esperimento un taglio estremamente radicale. Come ricordava un vecchio infermiere: “Fu proprio rivoluzione, la più clamorosa in Italia. Ridare una faccia, un’anima, persino un abito a chi s’era visto sottrarre tutto, persino uno specchio in cui guardarsi. Proprio una rivoluzione di classe” (Enzo Quai). Fin dall’inizio era apparso chiaro, a Basaglia e agli altri, che i pazienti nel manicomio non si identificavano semplicemente nella categoria dei cosiddetti “matti”: molto spesso provenivano anche da situazioni di estrema povertà. I volti erano segnati e deformati dalle privazioni e dal tempo passato nell’istituzione, i vestiti erano gli stracci dei poveri. L’analisi sociale del manicomio trovava conferma nell’aspetto fisico dei partecipanti alle assemblee generali. Mai prima di allora “i matti” avevano avuto la possibilità di farsi sentire (e Sergio Zavoli avrebbe portato la voce di alcuni di loro sugli schermi della televisione nazionale). Le assemblee erano dunque terapeutiche, ma nello stesso tempo erano rivoluzionarie. Il processo, però, era frenato dal contesto: dentro il manicomio.

Già alla metà degli anni sessanta Basaglia cominciò a sostenere che le prospettive della comunità terapeutica erano estremamente limitate. Il problema era l’istituzione in sé. La riforma poteva essere una trappola pericolosa: il cambiamento interno e l’avvio degli interventi “umanitari” rischiavano di prolungare la vita delle “istituzioni totali”. Un manicomio più umano poteva aiutare il sistema ad adattarsi a una società in via di rapida trasformazione, rendendolo più accettabile. I basagliani dovevano stare in guardia: potevano diventare gli “utili idioti” che, rendendo più tollerabili i manicomi, ne avrebbero impedito la distruzione. Basaglia sottolineava anche un altro rischio: che Gorizia venisse pedissequamente imitata, diventando una nuova forma, conservatrice, di ideologia. Altri furono più espliciti. Le assemblee diffondevano un’idea di “falsa democrazia”. Nella sua analisi dell’ospedale riformato nell’Istituzione negata, Slavich mette sempre la parola democrazia tra virgolette.

Commenti
4 Commenti a “Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale”
  1. gloria gaetano scrive:

    E la Grande Riforma basagliana non prevedeva solo comunità, ma centri di salute mentale alloggi privati, seguiti da volontari. Tutto doveva servire a preparrare l’accoglienza e la preparazione del contesto sociale. Basaglia la chiamava l’utopia della realtà, abbattere i muri e preparare la gente ad accogliere coloro c he soffrono di disagio psichico. Ma bisogna avere una buona memoria e stdiare la storia. Cosa che oggi non si fa. Si va a guardare su Internet. E i centri di salute mentale chiudono, lavoro per coloro che hanno disturbi mentali non ce n’è. Alloggi, neanche a parlarne. Quindi nessuna socializzazione. Si va in cliniche private, o si prendono le pillole in ospedale, si usano violenti TSO.. E le famiglie come penseranno che vivranno i lro cari, dopo di loro. Ma come, nella società liberale del mercato s offre lavoro,alloggi e terapie ai ‘folli’.? Nessuno ricorda il muro rotto per far passare Marco Cavallo e la preparazione ,quasi una formazione che lo stesso Basaglia fece per preparare l’accoglienza. La chiamava utopia della realtà, e ‘modo per trasformare la società’. Leggete bene le conversazioni brasiliane e le opere della moglie , andate a visitare Trieste, dove sono tutti basagliani e hannoun bellissimo parco ,enorme dove i sofferenti possono lavorare, pieni di bar, tetri, radio libere. Ovviamente tutto aperto..Ma si deve studiare bene e non far passare Basaglia per un antipsichiatra., ma per un grande riformatore, che aveva una concezione del mondo e della società.

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  1. […] Foot, “Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale” (Minima & […]

  2. […] vengono restituiti ai malati gli oggetti personali, viene dato loro il diritto di parola nelle assemblee generali. Grazie a questo gruppo di persone la proposta di Gorizia raggiunge angoli remoti del paese, […]



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