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La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso

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(fonte immagine)

«Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo»: questa citazione di Goethe, scelta da Roberto Calasso come esergo e titolo del suo ultimo libro, Il libro di tutti i libri appunto, riassume il modo in cui lo scrittore ed editore di Adelphi approccia i testi dell’Antico Testamento che sono il cuore di questa suo nuovo lavoro.

Alla maniera di Goethe, negli undici capitoli che compongono questo libro Calasso si fa guidare dalla Parola, misterica e complessa, fino quasi a perdere l’orientamento: ma proprio in quel preciso momento l’autore sembra trovare l’illuminazione di cui parla lo scrittore tedesco, la linfa per poter procedere fino all’illuminazione successiva in un virtuoso e continuo percorso interpretativo. Con questo tema Calasso decide di andare a indagare uno degli incubatori principali di tutta la cultura occidentale, il «grande codice dell’Occidente» secondo la celebre espressione di Northrop Frye, il luogo dove rintracciare i personaggi e i luoghi che hanno offerto, nel corso dei numerosi secoli, strutture fondamentali per le narrazioni e per gli apparati legislativi, oltre a offrire altresì la possibilità di modellare le forme della fantasia e dell’invenzione.

Questo aspetto viene sottolineato anche da Piero Boitani (proprio nell’introduzione alla nuova edizione di Il grande codice, pubblicata lo scorso anno da Vita e Pensiero) quando suggerisce che secondo Frye «i tanti libri del Libro contengono i modelli narrativi, poetici, profetici, sapienziali, impiegati poi dalla letteratura dei millenni successivi: perché costituiscono gli archetipi, e costruiscono i miti, della nostra immaginazione».

Il libro di Calasso, non casualmente il numero 700 della collana Biblioteca Adelphi, numero che suggerisce la conoscenza e lo studio (il numero 7 incrementato dai due 0), si apre con un suggestivo prologo, La torah in cielo, le cui prime righe recitano: «Novecentosessantaquattro generazioni prima che il mondo venisse creato, la Torah fu scritta. Come? Con fuoco nero su fuoco bianco. Era la figlia unica di Iahvè». Già questo breve periodo si presta ad almeno un’annotazione, anticipando così quello che sarà l’andamento di tutto il libro, sempre pronto ad aprirsi a ulteriori spazi ermeneutici, una ricchezza dovuta ovviamente alla materia, ma anche all’abilità dell’autore nel costruire un percorso dotto ma mai respingente.

Calasso scrive che la Torah fu scritta «con fuoco nero su fuoco bianco», suggerendo qui una delle caratteristiche chiave circa la Parola dell’Antico Testamento: in quel libro, come suggerisce David Banon (La lettura infinita. Il Midrash e le vie dell’interpretazione), «Lo spazio bianco non è una semplice distanza immediatamente percepibile. Gioca un ruolo implicito estremamente importante come portatore di non-detto». Questo non-detto rappresenta il luogo centrale per l’interpretazione, «il luogo di una riserva di senso che il testo nasconde», un invito all’interpretazione. Il fuoco bianco e il fuoco nero hanno allora la stessa importanza decisiva, chiedendo al lettore e all’interprete di muovere la stessa attenzione nell’uno e nell’altro senso, come fa appunto Calasso che nel racconto di alcuni momenti centrali della Bibbia va in cerca delle omissioni di cui il testo è colmo.

Il libro di tutti i libri procede allora come un impari corpo a corpo, una ricerca degli archetipi di tutte le storie: quella raccontata in questo libro ha inizio «nella solitudine precedente alla Creazione» quando Iahvè fu assistito da sua figlia, che «era la Torah, Legge, ed era la Hokhmah, Sapienza», che da quel momento «uscì dalla bocca del Padre in forma di Nube. «“Come nube coprì la terra”» e da quel momento, drizzata la sua tenda nei cieli, la Sapienza si muoveva tra la Terra e il Padre, in un viaggio incessante che la portò a visitare ogni angolo del cosmo. Il suo viaggio finì quando, un giorno, il Padre gli fece un cenno e così si stabilì nella terra di Sion. Da quel preciso momento il dialogo tra Dio e la Sapienza si arricchisce dell’interlocutore umano e così scorrono, tra i vari capitoli di questo libro, i personaggi che sono parte indelebile del nostro immaginario.

Calasso racconta la storia David, il giovane pastore, che seguì sempre le indicazioni di Iahvè, anche nel versare quei fiumi di sangue che gli impediranno di costruire il Tempio a Gerusalemme, e di cui Calasso racconta con parole emozionanti anche la morte («Le ultime parole di David furono un canto che si concludeva descrivendo ciò che egli non era stato: un re giusto. Il quale doveva essere “come la luce del mattino quando il sole sorge / un mattino senza nubi, / che fa brillare l’erba sulla terra dopo la pioggia»).

È poi il tempo di Salomone, che potrà costruire il tempio di Gerusalemme perché re sapiente, che riuscirà a introdurre, dopo un lungo e tortuoso viaggio, l’Arca al suo posto nel santuario, simbolo dell’Alleanza. Quando l’Arca fu messa al suo posto, «sotto le ali dei Cherubini», «la casa fu riempita della nube della Gloria di Iahvè», una nube che è Dio: «il dio è nella nube – annota Calasso – ma gli uomini possono costruire, dare forma a un luogo dove quella nube possa abitare, in una sua minima parte, così come articolano parole per celebrare colui che è nella nube» e, ancora, sottendendo uno dei luoghi interpretativi più profondi e interessanti del libro, «tutto avviene tra la nube e la Casa – e tutto ciò che accade ne è la conseguenza, la cronaca». Immediatamente dopo aver posizionato l’Arca Salomone stese le mani verso il cielo e pose la domanda sorprendente, «davvero Dio abiterà sulla terra con l’uomo?», davvero la Gloria incontenibile soggiornerà negli spazi angusti del Tempio? Domande alle quali non c’è risposta, se non la preghiera.

Sfilano poi altri e numerosi personaggi, da Mosè a Ezechiele, da Achab a Elia, in un libro che finisce per comporsi come un tentativo di raccontare ciò che già è stato raccontato, cercandone però degli spazi segreti e sconosciuti, luoghi in cui la sfera del significante si squarcia per mostrare nuovi possibili significati. Il libro si chiude con un capitolo finale intitolato Il Messia dove, in un rapido passaggio, sembra mimetizzarsi lo spirito con cui lo scrittore ha composto questo libro: «nella visione talmudica, la “cosa principale” è aṣl, è lo studio, se possibile ininterrotto. Il precetto è: “Fissati nello studio”. Tutto il resto deve essergli subordinato».

L’esercizio di Calasso, che con Il libro di tutti i libri firma il decimo capitolo di quella straordinaria opera iniziata nel 1983 con La rovina di Kasch, trova la sua forma attraverso la desueta forma del commento, che non è critica e che non è glossa, ma che è appunto la diretta conseguenza dello studio e della ricerca, è scavo tra le parole e gli spazi del testo in cerca di improvvisi chiarori ermeneutici.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
2 Commenti a “La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso”
  1. gino rago scrive:

    Un pezzo di cultura e di alta civiltà letteraria del recensore, Matteo Moca, su vastità di dottrina e fine capacità di scandaglio, anche negli interstizi, del recensito, Roberto Calasso. L’esito finale dell’incontro?
    Arricchimento.
    (gino rago)

  2. MAURO LA SPISA scrive:

    Competenza esegetica e storico-letteraria certamente encomiabili ma il merito emergente del Calasso è quello di provocare nel lettore l’arresto e la contestazione della logica come del buon senso precisamente quanto ha irritato e irrita tutti gli antiebraici di ieri e di oggi il che pone l’Antico e il N Testamento su una lunghezza d’onda per dir così quantica rispetto alla relatività degli osservatori. Una buona approssimazione a tale paradosso può essere offerta dagli “Stadi dell’amore” di Kierkegaard più che dall’angosciosa analisi della Weil. In ogni caso il testo del Calasso è quanto di meno accessibile e più provocativo si possa proporre in piena epoca informatizzante e anaforica….

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