Rainbow_Gathering_Bosnia_2007

La rinascita

di Marco Mantello

1.

Alessio Molinari, cinquantatré anni, sposato con Emma, lavora alla portineria di un grande ospedale. Il turno finisce verso le diciotto e siccome passa tutto il giorno su una poltroncina, anche il suo corpo è divenuto concavo e ha preso la forma delle cose.
“Lavoratori?”, dice aprendo la porta di casa. In genere a quell’ora sua moglie non è ancora tornata e le risposte arrivano da quel mare di bigliettini attaccati al frigo con le calamite, alla voce orari delle pulizie/spesa. Molinari toglie il giubbetto, infodera le pantofole, prende una mela da sopra al frigo e sgranocchiando la mela, si reca al suo laboratorio. Una stanzina di quindici metri quadri, infarcita di polveri e scatoli che nemmeno si riesce a camminarci, nonché l’unica parte della casa che rimane libera dal tempo. Nella stanza c’è un tavola di compensato sorretta da due gambi di legno grezzo, e sopra la tavola albeggiano borracce, croci celtiche, baschi dell’armata rossa, vecchi dispacci in tedesco-gotico, i tre plastici con Londra, Berlino, Parigi, prima e dopo i bombardamenti.
Il soffitto è piuttosto alto, e Molinari lo ha pitturato di blu, intarsiandolo di fili, corde, cordicelle. Vi pendono aeroplani, carri armati, miniature di Churchill e Mussolini, una copia del Mein Kampf, foderata di bianco coi tratteggi della svastica in controluce. Molinari incolla le ali di un Kawanishi, Base Navale di Matsuyama ´44, poi lo riallaccia al suo filo pensile. La finestra del bagno dei vicini, col suo tendaggio sottile e luminosissimo, gli dà un senso di fedeltá assoluta. Molinari guarda di fuori, e vede una giovane coppia sposata. Lei allatta il pargolo e la si vede poco. Lui invece è puntualissimo, ogni sera alle diciannove sfila prima i calzini, poi i pantaloni, e riempie la vasca d’acqua. Ci resta immerso una buona mezz’ora, afferra il cazzo con la mano destra, solleva il bacino e spinge su e giù, sulla tendina che fa le ombre.
“Oddio no! Non lo fare ti prego mi sei rimasta solo tu”, strillò Molinari dal pensatoio. Uno dei modellini che pendevano dal soffitto era precipitato a terra, fracassandosi un´ala.
“Il male…”, pensó Molinari. Aveva le dita cosparse di vinavil e fissava l’aereo in lacrime, poi lo raccolse da terra ma anche il reattore destro si staccò e gli rimase in mano: “E ora dove te lo trovo il cambio?”, strepitò in lacrime e poi, oltre la finestra, fuori, fissò la luna in cielo e annuì, come se la risposta fosse da ricercare nella natura.

Sua moglie tornó alle nove. “Tesoro ci sei? Ho trovato le seppie!”. Si incontrarono in cucina, lei con il cappotto ancora addosso, e lui che le disse solo: “Ciao ascolta…“. 
“Molinari e che hai fatto alla mano?“ chiese la moglie. Ora la donna stava estraendo la bocca agli invertebrati con un coltello dal manico bianco, mentre il tagliere goggiolava inchiostro.
“Ascolta…”, disse Molinari. Aveva aperto il rubinetto dell’acqua, e poggiato le mani sotto, per togliere il vinavil.
“Tesoro lì no. Ci laviamo i piatti”.
“Ascolta…”, disse Molinari
“E per la capanna sudatoria che hai deciso? Vai? Oggi al negozio è passata Lilith…Ha detto che l’altra volta si sono lamentati…C’era uno che toccava al buio“
“Ascolta”, disse Molinari con voce grave, “mi si è rotto il Kawanishi, quello giapponese…“
“Ah il modellino”,
“… E pensavo sì insomma… su e-bay l’hanno esaurito. Magari lunedì faccio un salto ai Magazzini, magari me lo cambiano…”.
“No Molinari, l’anticipo sulla paghetta te l’avevo dato il mese scorso”.
“Sì ma non potremmo fare uno strappo? Ci avevo messo quasi un anno a reperirlo…”.
“Molinari poi lo sai come finisce, come la collezione di pipe, facciamo un altro paio di bauli giù in cantina…”.
“Sì ma è il mio stipendio! E comunque le pipe le continuo…”.
La donna aveva messo le seppie in un pentolone, con un grande inspira-espira. “E dai, non fare quella faccia brutta!”. disse e poi, con la punta delle unghie ancora intrise di inchiostro, gli accarezzò il mento.
“Ti ricordi che ha detto Lilith l´ultima volta? Quando uno sta male per delle cose piccole ma preziose?”
“Si, la preghiera del grande spirito…”
“Dai. Ripetiamola insieme…”
“Adesso non mi va!”
“Tesoro dai, tutti e due”, disse la moglie. Poi recitò, mentre l´acqua bolliva davanti al suo grembiule: “Grande spirito, Awan Taka, ooooh! Allontanaci dalle persone che si focalizzano sul negativo…”.
“ …sui problemi non validi…”, mugugnò Molinari
“…sull’autocommiserazione…”
“sull’incapacità di ascoltare…”.
“Il mio tesoro!”, sorrise la moglie “Il fatto è che sei così…così incostante!”. Teneva le punte dei piedi in su mentre gli parlava, come una ballerina di novanta kili spianata sui rimasugli di un grissino.
“E adesso a lavare la mani”, mormorò scrutando le seppie in pentola.

2.

Le tacche in finto gotico dell’orologio del Cinquantenario segnavano le ventidue e zero nove. Troppo presto per l’ultimo bus e troppo tardi per andarsene a cena. E adesso che si faceva?, chiese Ersilia fissando la locandina di Butterfly Kiss, e le vetrate del cinema illuminate. A essere già chiuso, poi, a quell’ora, era tutto lo scibile del centro storico, ma proprio a saracinesche, portoni, finestre, una chiusura totale e assoluta.
“Allora lo sai che ti dico? Si cammina!”, disse Ersilia. E cinse i fianchi di Night, mano nella mano come due vere fidanzate in quella nebbia che aveva avvolto Piazza Duomo. Poi le ombre di luce si fecero sempre più vicine, coi loro passi lenti e grevi sul ciottolato bianco.
“Notte! E che ci fai da queste parti?”, chiese quella più prossima e familiare. Night si staccò subito da Ersilia e abbassò gli occhi. Comparve un giovane pieno di brufoli, dai capelli lisci, la riga a destra, gli occhialini tondi. Era il figlio del sindaco e Night aveva riconosciuto la voce subito, ancora prima di vederlo in faccia. Da ragazzo aveva avuto una poliomelite, e adesso, dopo il concorso da notaio da riprovare l’anno venturo, papà l’aveva nominato assistente ai lavori pubblici con delega ai trasporti. Forse era per quello che i grattacieli del piano regolatore erano venuti tutti a torre di Pisa, o almeno cosí inferiva Ersilia ogni volta che incrociavano ´il maniaco sessuale´ in centro. Sì insomma quella specie di nepotista con handicap le stava proprio sui cosiddetti, da che era andata a prendere Night dal turno di pulizie un sabato e lui sull’uscio di casa, con la vestaglia unta di caffè e la pipa in bocca: “È davvero bravissima la nostra Notte. Brava e bella. E lei di cosa si occupa, esattamente?“. Con che mani avesse stretto le sue, e con che battiti di ciglia avesse guardato Night, quando avevano proseguito per il corso e lui aveva detto a Night: “Ti chiamo domani… Magari ci si vede un dvd da me, che dici?”.

Erano sul bus da più di venti minuti, e poi sotto casa che il cane Nuvola aveva preso a abbaiare con le zampe sulla staccionata per salutarle: Night era rimasta zitta per tutto il viaggio. O meglio aveva guardato la luna in cielo, e i crateri che somigliavano tanto ai brufoli del signor Arturo. Quella notte Ersilia dormì sul divano, ma il mattino dopo bussò in camera alle nove e fece sbattere la porta apposta per svegliare Night.
“Dobbiamo essere sensibili ai nostri desideri“, mormorò Ersilia. Stava in piedi davanti allo specchio, e fissava i riflessi di Night nel vetro con un´aria stanca.
“Dobbiamo essere…”, ripeté, “Dobbiamo essere al Paradiso in mezz’ora. C’è la capanna sudatoria, Lilith l’ha spostata apposta per noi…”
“Mmm…sonno…”, mugugnò Night dal letto. Poi la zip della mimetica da Top Gun di Ersilia salì su fino quasi a strozzarlo, quel suo piccolo seno a pera, e un rumore di vetri rotti fece tremare la stanza.
“Matta! Tu sei matta! Mi fa paura!”, strillò Night. Si era alzata come una molla con un lembo di coperta fra le mani. Lo specchio dove stava Ersilia si era spaccato, e le venature convergevano in un piccolo buco al centro che aveva diviso Night in due. Ora Ersilia teneva il pugno della mano chiuso lungo i fianchi, e ansimava di spalle a Night, il sangue le colava dalle nocche, rabbiosa: “Ti prendi la valigia oggi stesso! Oggi stesso hai capito?“ strillò allo specchio. Poi, senza girarsi verso Night, uscí dalla stanza e chiuse la porta di casa, a passi rapidi in giardino, svuotò il cibo nella ciotola di Nuvola, accese l’auto e dopo circa mezz’ora di litoranea, arrivò al Paradiso per la capanna sudatoria.

Sul prato al casale della sciamana Lilith, gli adepti della rinascita avevano acceso il fuoco per le pietre sacre. Anche la capanna sudatoria era già su. C’erano appunto Molinari che fissava Alice e le sue cavigliere d´oro, neanche fossero una portaerei affondata a Pearl Harbor.
“Senti ascolta io…”, aveva provato a dirle sul prato, ma Alice si era subito accovacciata dall’altra parte, parlava calma e posata con Massimiliano Corasaniti, quello del corso di Reiki, lui era arrivato nudo e stava sull’erba a grancassare i tamburi del Bormio e non sentiva nulla di nulla fuorché un senso di controllo assoluto sulla sua vita. Più avanti, verso il falò delle pietre ardenti, c´erano già Doris, la brasiliana nata in una comune durante un’orgia, e Nicola, il suo uomo-poliziotto del cosentino per la fase ´Ama il tuo opposto e scoprirai la pace´.
Il gendarme vestiva etnico, e custodiva gelosamente nel portafogli questa foto di lui abbracciato a Almirante durante un Palermo Bari. Il maglione del Tibet e le braghe arcobaleno li portava come fossero la divisa che si era tolto in auto, poco prima di arrivare al Paradiso e esprimersi in tutta la sua umanità repressa da ore e ore di lavoro con Capi e Vice. C´era anche Lilith vicino al fuoco, la sciamana con il pareo, e una grossa foglia di tiglio in mano e quel naso aquilino, gli occhi piccoli, scuri, lucidamente irrequieti, in attesa che le pietre ardenti bruciassero nel fuoco secondo gli orari stabiliti.
“Ciao belli”, mugugnò Ersilia baciando tutte e tutti. Lei arrivò per ultima al casale, e con un grande sorriso in faccia che non ingannava nessuno.
“E piccola Notte?“, le chiese Lilith “Ma che avete litigato ancora…”.
“No cioè si…secondo me siamo troppo simili, cioè troppo diverse volevo dire…”.
‘Ersilia Ersilia… Se stiamo con persone che si focalizzano sulla negatività…”, disse Lilith. Muoveva gli occhi verso il gruppo come una specie di direttrice d’orchestra.
“… Sui falsi problemi”, mormoró Ersilia. E poi gli altri subito dopo di lei, anche Molinari: “…sull’autocommiserazione“
“…il nostro flusso amore-vita è occluso…“
“…e apre le porte del dolore eterno”.

Adesso gli officianti erano in circolo sul prato vicino al falò delle pietre: Lilith stava in mezzo, e di fianco la capanna sudatoria, una tenda lakota blu, alta un metro e quaranta e larga tre, dove tutti dovevano entrare di lì a poco.
“Allora prima che cominciamo: regole!”, disse Lilith battendo le mani, “Provo a spiegarvi come funziona, visto che ci sono un po’ di facce nuove…”.
“Se vuoi la benedizione posso farla io…”, disse Alice. Molinari colse la palla al balzo: “Si, bello! La facciamo Freccia spezzata e io la benedizione, noi siamo i veterani di guerra!”.
“Aspetta aspetta…”, mormorò Lilith. Si era alzata in piedi con quell´aria a metà fra lo scherzo e le cose serie, e stringeva Alice per il braccio, con quei piccoli occhi tesi sull´esserino dalle ali rotte.
“Kawanishi caro!”, esclamò (alle cerimonie ognuno doveva scegliersi un nome attinente all´esperienza mistica di pre-morte e Molinari aveva scelto il suo modellino rotto). Lo fissavano tutti, adesso, in mezzo al circolo, e Molinari sentì come di precipitare ancora prima di essere colpito dalle parole della sciamana.
“Noi qui stiamo facendo un viaggio, insieme…“ gli disse Lilith. Fissava Alice adesso, e Alice fissava lei, mano nella mano: “…e questo viaggio ci richiede di guardare a chi viaggia con noi, a come si sente…”.
“Sí”, annuì Molinari
“…e di non confondere l’amore libero con la nostra libertà di dire no”.
Aveva fatto cenno a Molinari di avvicinarsi a Alice e così fu fatto: “Adesso la nostra sorella, Freccia Spezzata, lei non vuole stare con te, non ti trova compatibile…“
Molinari protestó: “Sí Lilith ma tu avevi detto che la speranza non è una buona strategia. Se non fai seguire la speranza da un’azione, essa diventa un desiderio vuoto…“
“Sì ma io ti ho solo abbracciato una volta, come amico!”, disse Alice
“Freccia Spezzata vuole dirti che non ti trova compatibile, lei non vuole stare con te, non è attratta…“
“Sí”, annuì Molinari, “Sento che sto perdendo energia“
“Se perdiamo energia dobbiamo spostare l’attenzione su qualcun altro…“
“Su di me no!”, disse Ersilia.
“E nemmeno su di me…”, mugugnò Massimiliano Corasaniti.
“…Focalizzarci su quelle persone che portano un innalzamento… Domandiamoci sempre: cosa mi comunica questa persona? Evoluzione? O contagio?”.
“Sí”, annuì Molinari. Aveva quasi le lacrime agli occhi.
“Allora Kawanishi, non devi dire niente alla tua sorella Freccia Spezzata?”.
“Sí, scusate, scusami Freccia Spezzata, non succederà più, giuro, ma non cacciatemi!”.
“Guarda che qui nessuno ti vuole cacciare”.
“Io ero… ero… ero… Io sono così incostante!“
“Poi di quello ne parliamo dentro, però adesso hai capito?”
“Sí”.
“E non succederà più come l’altra volta vero?“
“No, mai più”.
Si strinsero anche la mano, e ci fu un breve applauso del gruppo.
“La prossima capanna allora, la benedizione delle pietre la farà Freccia Spezzata…“ disse Lilith. Si era accovacciata sull’erba, al centro del circolo: “Allora stavamo dicendo…“
“Regole… cioè quando uno si sente da solo al buio!”, esclamò Molinari alzando il braccio. Aveva due occhi che sorridevano.
“Ecco esatto, come si fa a gestire questo estremo, soffocante calore, una volta che saremo in tenda…”.

I criteri, disse Lilith, erano molto semplici. Premesso che lei sarebbe rimasta all’entrata, il suo primo consiglio era: se vi sentite di soffocare niente panico, l’aria calda non uccide nessuno. E poi: “Prima di chiedere di uscire, proviamo a toccare terra con i polpastrelli, la terra fresca, nostra amica, nostra madre… Sì, esatto, abbassarsi col corpo, appiattirsi e respirare normalmente…”. Avremmo fatto cinque giri di preghiera, uno per ogni pietra, ed era fondamentale abbandonarsi, smettere di pensare, “…perché questo è un rito di purificazione, questa è la nostra rinascita…Nessuno di noi ha problemi di cuore, vero?”.
“No”, si sentì dal prato. Solo Ersilia rimase zitta.

3.

La prima cosa che fece, dopo quella breve telefonata del figlio del sindaco (‘Ma che dormivi?’. ‘No no signor Arturo…’. ‘Senti ho preso il dvd da Blockbuster…’) fu infilarsi la gonna più corta che aveva e dire a se stessa: “Ok, fallo“. Chiuse casa con tre mandate, poi tirò le chiavi sotto all’uscio, trascinandosi dietro il trolley. “Nuvola! Ciao!“, aveva detto al cane, fino a che non era giunto il Co.tral. A casa del signor Arturo c’erano solo loro due, non era giorno di pulizie e il fatto che Night avesse lasciato la valigia alla stazione dei treni, in uno di quei loculi, voleva dire nove, massimo dieci ore a disposizione. Ma per cosa poi? Per chiuderla lì coi suoi ‘amori saffici’, come aveva promesso al prete durante l’ultima confessione in Quaresima? O forse, più semplicemente, per farsi chiamare signora dalle colf italiane? Fatto sta che ci era andata, da quella specie di poliomelitico in vestaglia, che nulla di nulla avrebbe fatto mai, di sua personale iniziativa, fuorchè battute su canzonette di Sanremo.
“La conosci Notte di note e note di Notte?“
“No“, sorrise Night. Stavano sul divanetto di camera sua, davanti alla tele accesa.
“E Sí Viaggiare?“
“Viaggiare sí sí…“
“Ma come neppure Battisti!“
“Ah sí, belìssimo!“ sorrise Night. Il dvd con Van Damme era partito e un raggio di sole ardente, dalla finestra, si era stampato sullo schermo della tv, rifulgendo i loro visi così diversi.
“Forse si può abbassare le serrande…“ disse Night. Per un attimo ebbe l’impulso a alzarsi lei, come quando entrava la mattina presto in camera, e lui stava a far finta di dormire.
“E che hai fatto alla mano?“ gli chiese aprendogli il palmo lei: “Questa è la tua vita…Vedi? La fortuna, l’amore…e la vita“ disse Night fissando quegli orridi peli sul petto dalla vestaglia del signor Arturo.
“E adesso che c’è?“ sbuffò Arturo. Poi afferrò il telefono che vibrava forte sul tavolino, dove Night teneva le gambe stese. Rispose con aria fredda senza guardare Night: “No domani non posso. Eh appunto, sto in consiglio tutto il giorno…Okkèi….Okkèi…Sí okkèi glielo dico io a papà…Va bene…Va bene cià…“.
“Scusami…“, mormorò risedendosi accanto a Night, “Che stavo dicendo? Ah Sí il dvd…“
“No. La linea della vita…“ disse Night. Aveva scavallato le gambe, mentre le dita scavavano intrecciate nelle sue, Night avvicinò le labbra e siccome non bastava ancora a smuoverlo, gli aprì la bocca e ci ficcò la lingua lei. Che Arturo non fosse mai stato con una, a trentacinque anni suonati, lo capì quando gli prese il cazzo.
“Che fai? Tremi? Ma che dolce che sei…“ disse Night, poi inserí quel piccolo coso intubato in bocca. Slittarono sul tappeto e lei gli si mise sopra, ai piedi del tavolino, e una scatola d’argento cadde a terra, sordamente.
“Ah!“ fece il signor Arturo. Era giá venuto, e ora inspirava come un porcello, tutto di naso: “Scusa! Scusami io…Vuoi rimanere a dormire da me stasera?“
“Sí, lo voglio!“ rispose Night. E si guardò intorno. Vide il parquet di quella stanza, che tante volte aveva lucidato carponi, e le mura, bianche come la sua nuova razza, e quel ridicolo mobiletto col poster di Radio Italia, stracolmo di cassette di Dalla, Ruggeri, Nek…Fissò il salone, oltre la porta della loro stanza, saranno stati centoventi metri quadri, escluso il terrazzo. Non gli avrebbe chiesto tanto per il divorzio. Quattromila euro al mese, una somma equa, dopo tutti quei natali a pranzo dai suoi, e la pena di sorbirselo a letto. I primi tempi coi suoi avrebbero chiuso i rapporti ‘per via di quella negra che si é sposato l´Arturo’. Ma al primo parto sarebbe cambiato tutto. Night avrebbe dato loro degli eredi. ‘Vedi somiglia a Arturo!’, avrebbero detto i due vecchi porci fissando quella ‘faccina un po’ abbronzata nella culla, il nostro piccolo Venerdi´. E poi certo gli orologi, i bracciali d’epoca, forse una scatola d’argento, come quella che giaceva muta sul pavimento, lí accanto a lei e alle sue cosce sbracate sopra quel cadavere di ventidue anni. Anzi più bella. Più grande di un cadavere. E più pesante ancora…
“Sí!“ strilló Night, “Lo voglio!“. E afferrò la scatola da terra.
“Allora che fai? Resti a pranzo?“ le chiese Arturo. Gli era esploso un brufolo in fronte e respirava a cane, sotto di lei, in una perenne, inappagata deglutizione. Night lo guardó in faccia con aria smarrita. Poi sollevò la scatola e colpì forte: “Matta!“ urló mentre lo ammaccava tutto: “Matta mi fa paura!“, fino a dodici volte di fila ma nessuno rispose.

4

“Allora brothers?“ disse Corasaniti. Era entrato nella capanna subito dopo Alice, con la stessa espressione facciale di certi padri, quando portano i figli a fare i provini alle giovanili di una serie A e l’allenatore osa dire che ‘il ragazzino è lento’. Anche prima, per il fatto di Molinari e Alice, gli era venuto da scuotersi tutto in quella posizione a gambe intrecciate sul suo tamburo, come per rimuovere il male dal corpo.
“Scusate“ aveva detto sul violento ‘crok!’ del collo, e poi con un movimento secco della mano, se l’era rimesso a posto da solo.
“Massi ce la fai un po’ più in là che sto strettissima?“ disse Alice in tenda. Gli si era seduta accanto. Poi erano entrati anche Doris, la brasiliana figlia di hippies, e il suo Nicola gendarme etnico che portava gli abiti tibetani come una divisa.
“Tra poco farà caldo, caldissimo“ disse Lilith.
“Vabbè ma se resistono le femmine…“ esclamò Nicola.
“No guarda che qui non facciamo gare…“
“Lilith e si può bere vero?“
“Sí. Si può bere“ disse Lilith. Seccamente. Poi slacciò il telo, la capanna si chiuse e venne il buio. Il custode del fuoco, fuori sul prato, vangò sulla prima pietra ardente. ‘Fzzz!’, si sentì in capanna. C´erano quasi sessanta gradi al buio, e un odore acquoso, era come se uscisse fumo dai corpi. ‘Fzzz!’, si sentì di nuovo. La seconda pietra. Molte mani toccarono l’erba. Molte fronti sudarono ancora: paura, sí certo paura, l´impulso di alzarsi e scappare via perché uno quando rinasce non riespira piú all´inizio.
“Grande spirito!“ disse Lilith, era solo voce in quel buio pesto: “Tunkashila, Até Wàkan Tànka…“
“Hooooo!“ strillarono tutti.
E Lilith che era solo voce: “Aiutami! Sto soffrendo! Per il nostro fratello Mad Crow, per il Grande Essere che controlla le acque… Hèy! Mad Crow! Come te la passi? Qui ci sono i tuoi fratelli e le tue sorelle, Alce Nero, E Kawanishi, e Freccia Spezzata…Hèy! Prego per la nostra sorella terra, e per il vento, e questo ventre caldo, confortevole, che ci protegge, prego il coyote dal grido possente, e il falco, la cui medicina ci donerà pace…“
Poi cominciò il giro, e Massimiliano parlò per primo
“…Grande Spirito! Io vorrei che mi dassi la forza di salvare il mondo! Grande Spirito sto guidando in prima fila, sono io a tenere i fili, sono io il driver!“
“HOOOOOO!“ strillarono gli altri. Era entrata la quarta pietra e Molinari alzó la mano: “Grande Spirito senti una cosa… Ieri stavo nel mio pensatoio e mi si è rotto un pezzo piuttosto importante della mia collezione di aeromobili militari…“
“Hooooo!“ strillò Doris.
“Sí ma io non avevo ancora finito…“
“Grande Spirito tu mi hai mandato Nicola, il mio bellissimo Mato Wayuhe, l’Orso tumultuoso che ha scosso le mie radici, le mie certezze…“
“Capisci Grande Spirito? Era il mio modellino, base di Matsuyama del 44, seconda guerra mondiale…“
“Kawanishi hai già parlato, fai finire la nostra sorella!“
“Lilith scusami…scusatemi mi gira tutto, Fatemi uscire…“ si sentì ancora. Era Ersilia. Era rimasta gíu in fondo mezza sdraiata a terra a aspettare l’ultima pietra, e Alice le stava dando l´acqua, tenendole la testa sulle ginocchia.
“Nahele respira con me, la senti l’erba? Tocchiamola insieme…“
“Però scusate, se ha chiesto di uscire…“ mugugnò il gendarme etnico
“Nahele ascolta me, sentimi…Uhmmmm…Shhhhhhh!“
“Lilith non ce la faccio! Ho paura Lilith…“
“Nahele ancora! Sentimi! Schhhhhh!“
“Schhhhhh!“
“Ancora! Schhhhhh!“
“Schhhhh…“
“Va meglio Nahele?“
‘Non lo so…credo di sí…’
“Ok facciamo un ultimo giro rapido e poi chiudo con la preghiera, e si esce…“
“Hooooo!“ mormorarono gli altri
“Nahele sei d’accordo anche tu…Nahele? Nahele mi senti?“

5.

Dopo l´ultimo colpo in faccia era caduto giù di peso, nudo e magro come un chiodo, bagnato fradicio nelle mutande. Sulle prime quando riprese conoscenza, sentì come dell’ovatta sotto alla pelle. Scosse la testa, barcollando, poggiò le mani sul piccolo tavolino in vetro davanti alla tele accesa, e provò a rialzarsi. Ma Arturo vedeva tutto sfuocato, vedeva i pezzi dei suoi incisivi riflessi nel vetro, e il naso che non c’era più, come se fosse rientrato, anche la mascella si era rotta in due. Night stava in piedi in camera, con la scatola d’argento in mano. C’erano due cose che poteva fare, adesso. La prima correre in cucina, prendere una di quelle grosse buste che usavano per l’immondizia e ficcargliela in testa. La seconda cercare Ersilia.
‘Vrrrrrr…..Vrrrrrr…..Vrrrrr…’ si sentì nella casa. Il cellulare, sul tavolino, lampeggiava di una luce gialla.
“à…mmà!“ sorchiò Arturo. E tese la mano verso il tremolìo isterico, ripetuto, spento della segreteria. ‘Tesoro è arrivata una raccomandata dalla banca…Che faccio la devo aprire?’. Era crollato a peso morto sul tavolino, e i vetri si erano sparsi dappertutto, anche Night strillò, lo aveva spogliato per bene prima di andare via. Vestaglia, calzini, occhiali, anche la scatola sporca di sangue, tutto nella busta dell’immondizia. Poi era scappata, e aveva ripreso la valigia dal loculo della stazione. Un taxi giallo la portó al Paradiso.
“Qui lasciami qui“ disse al tassita Night. Al casale della sciamana c’era un’aria calma, come da smantellamento estivo. La capanna e il fumo che saliva in alto e le voci quando arrivò dal nulla -Night si fece strada in mezzo ai corpi che giacevano sul prato negli accappatoi con un´aria persa. “Si è sentita poco bene…è svenuta la nostra Nahele“ le disse Lilith in un angolo. Ersilia era lí accanto, sdraiata di schiena, i gomiti sotto la faccia, una lunga, striminzita linea rosa e il culo magro, ossuto, che singhiozzava affossato nell’erba.
“E stata male là dentro. Male per te“
“Sí sí io so“ sospirò Night. “Oh? Amore?“ le fece sul prato. Ersila alzò la testa: “Oh…“ mormoró, aveva i capelli crespi e corti di cinquant’anni, e fili di cellulite sotto alla natiche, singhiozzante come una bambina a cui è morto il pony. Tornarono a casa insieme. E fecero l’amore. E passarono i giorni. Night non disse mai nulla del signor Arturo. Ma attese, con una certa calma, che venissero a prenderla. Ersilia usciva la mattina presto, con la sua tuta da operatrice ecologica e il cappellino in testa.
“Night allora ci vediamo a cena“
“Sí. A cena“ rispondeva Night, sfogliando i fatti di cronaca sul corriere, o portando a passeggio Nuvola. Aspettò per due mesi e mezzo che arrivasse la polizia a casa. Ma non venne nessuno. La telefonata di licenziamento, in risposta ai sette, garbatissimi sms della signora madre di Arturo che le ‘chiedeva nuove’ sulle sue ‘ripetute assenze’, le diede una qualche certezza di impunità. E di morte. Passò un anno, aveva ripreso a lavorare da un’altra famiglia come donna delle pulizie. Sotto Natale Ersilia la riportò al cinema. Quando rividero Arturo sul corso non c´era nebbia, ma lui portava ancora qualche benda in faccia.
“Dice che ha avuto un brutto incidente. Gli sono entrati i ladri nell´appartamento e gli hanno fatto violenza…“ mormorò Ersilia a voce bassissima.
“Ah“, disse Night. Era sbiancata.
“…dice che adesso vive a Zurigo…se ne è andato di casa…dice che si sposano con una francese…“. Pareva una maschera, a vederlo così da fuori. Quasi uguale a com’era prima, dopo le plastiche facciali e tutto. Anzi diverso, molto diverso, così diverso che sua madre, quando vide la faccia nuova, disse solo: “Tesoro non sei più tu“. Nove operazioni chirurgiche. Nove. Aveva cambiato vita, oltre che faccia. Anche adesso che il papá stava organizzando comizi su comizi per la rielezione calcando la mano sulla piaga dei furti in casa e i nuovi fondi per fornire armi alla municipale, sembrava che nulla, di quel crimine efferato ed effettivo, fosse rimasto, nemmeno una cicatrice, nulla, nemmeno la breve speculazione mediatica su quei quattro marocchini balordi che avevano picchiato a sangue Arturo, sulla quale papà aveva reimpostato le comparsate sulle tv locali, cospargendo l’intera cittá di gigantografie con la faccia bendata del suo unico figlio maschio e la geniale dicitura: ‘Ci siamo passati tutti…’.

“Beh? Che c’hai adesso? Ci vuoi parlare? Se il problema sono io, guarda che mi faccio un giro…“. Ma Night non lo rivide mai più il signor Arturo. E così, per il resto della sua vita, potè pensare alle cause ultime. Che lui l’avesse fatto, come si dice oggi, per amore. O perchè era buono, a non denunciarla. Ma mai avrebbe potuto immaginarsi il semplice, ridicolo, meccanismo che aveva indotto il signor Gentilini Arturo a scambiare il suo silenzio con la rielezione di papà, nonché a proteggere la sua quasi assassina dalla flagranza di un reato penale.
“Se dicevo che era stata una femmina a ridurmi in quello stato…“ confessò una notte alla moglie francese, hostess, con un gran senso della compagnia di bandiera, erano distesi a letto e lui le disse: “Ma pensa te! Pensa se non capitava nulla…Se tutto restava uguale. Non sarei mai venuto su, non ci saremmo neppure conosciuti…Capito che voglio dire amore?“
“Veramente no…“ rispose l´hostess
“Voglio dire che qui… la gente di qui sono provinciali e se gli saltano i canoni…“
“Quindi se a spaccarti la faccia fosse stata una femmina, come dite voi…“ “Papà perdeva le elezioni…anche a togliere di mezzo l’Ici e rifargli tutto il manto giù al Corso, non sarebbe valso a nulla…“
“Sí ma tu che le avevi fatto a quella negra scusa?“
“Ma proprio nulla…“
“Le avevi messo le mani addosso?“
“Forse mi ha ridotto come mi ha ridotto, perché ero innocente…“ “Innocente“ rise l´hostess “Che parola bella avete qui…Allora l’avevi messa incinta, guarda che me lo puoi dire sai?“
“No“ rispose Arturo. Aveva gli occhi piantati al soffitto.
“A che pensi?“ gli chiese l´ hostess.
“Niente penso che alla fine, gratta gratta, siamo tutti uguali. Stessa cattiveria, stesse passioni, stessi limiti…Hai capito che voglio dire no?“.

6
I magazzini di Tramezzano frazione ovest, ospitano un intero reparto dedicato alla modellistica militare.
“Inoltre“ aveva detto Molinari alla moglie “accettano anche partite Iva…“
“Non lo so“ rispose lei. Erano in auto. “E se poi non me lo fanno scaricare dalle tasse?“
“Ho letto sul sito di un commercialista…“
“Sí Molinari il sito!“
“…dice che rendere l’ambiente di lavoro più piacevole è una spesa inerente all’attività“
“Sí ma mi spieghi che inerenza può avere quel coso di ferro con una merceria? Io non lo so mica sai…“.
Erano usciti dall’autostrada La vista di quell’immenso parallelepipedo azzurro, con la grande M di Magazzini basaltata sul frontone, il gran mucchio di carrelli cingolati che facevano su e giù con frigoriferi, infissi, lavatrici, e l’immancabile reparto bimbi, gli fece tornare in mente il ‘discorso di Lilith’ all’ultima capanna sudatoria. Su quanto i ‘frutti delle nostre azioni’ possano derivare dalla scelta delle ‘parole adatte’, dallo ‘studio accurato del fenomeno’, dalla sua chiara comprensione: “Rinascere“ aveva detto.
“Ecco! Contento? Scendi dall´auto no? Che aspetti l’uovo?“, disse la moglie. Aveva parcheggiato lei in questo slargo di cemento armato con la grande P accesa. Molinari era corso ai Magazzini senza nemmeno aspettarla, al reparto modellistica militare.
“Eccolo! Lo sapevo eccolo!“ strilló col dito indice puntato su uno scaffale. Il Kawanishi base di Matsuyama, con tutte e due le ali belle larghe e solide, nessuno l’aveva preso ancora, nessuno gliel’aveva portato via, era l’ultimissimo in commercio, dopo non li facevano più, aveva pure telefonato in Cina dal produttore… “Emma hai visto! I reattori in lega!’. Poi sotto alla nuvola di capelli bianchi e a quel suo busto a forma di seggiola, di colpo Molinari si sentì felice, felicissimo. Era il giorno più felice della sua vita.

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