via francigena

La riunione

via francigena

Questo articolo è uscito sul n. 20, Speciale Estate, di “Artribune”.

di Fabrizio Federici

Il caldo in quella stanza era insopportabile. Ma Giulio Cesare, o Pompeo, o Mitridate Eupatore, o come diamine fosse stata ribattezzata quell’ondata di afa, non poteva fermarci. C’era da discutere di un bel po’ di soldini, e da cercare di accaparrarseli mettendo in piedi un piano per la valorizzazione turistica del territorio che fosse in grado di sbaragliare la concorrenza. Il bando per la verità non era ancora uscito, ma noi, furbescamente, avevamo deciso di giocare d’anticipo, iniziando a progettare sulla base di anteprime e voci di corridoio.

“Allora”, il presidente prese la parola, “nella scorsa riunione avevamo stabilito di puntare sulla Via Francigena, strada percorsa dai pellegrini prima e dai facoltosi viaggiatori del Grand Tour poi”. L’idea non era male, non nuovissima magari, ma con una sua validità storica – la nostra zona era sempre stata un luogo di passaggio – e in grado di esercitare un certo fascino. “Che poi, difficilmente si può parlare di una Via Francigena”, attaccò il professore con tono grave e, per l’appunto, professorale, “è preferibile pensare a un fascio di percorsi, in alcuni tratti paralleli e in altri divergenti, che conducevano mercanti e pellegrini da Nord a Sud, alla volta dell’Urbs sancta, e viceversa, è chiaro…”. Seguì breve ma densa digressione sull’utilizzo dell’aggettivo francigenus nel Medioevo; nel frattempo il consigliere d’opposizione, galvanizzato dalla novità del fascio di strade, confidava all’assessore, che gli sedeva accanto: “Bene! Così potremo scegliere il percorso che ci torna meglio. Ad esempio, pensavo, se li facessimo passare da via Rossini, avrebbero l’opportunità di scoprire la ricchezza della gastronomia locale, lì c’è quel ristorante, Le Due Ruote, che è davvero buono e…”. “Ma non è quello di tuo nipote?”, chiese l’assessore con un mezzo sorriso e uno sguardo che tradiva comprensione.

Con mia grande sorpresa ne avevo avvistati diversi, in quei giorni, di pellegrini. Mi ero trovato a percorrere più volte la via consolare che ancora costituisce, qui come in tanti altri punti della Penisola, la principale arteria di comunicazione. La straordinaria continuità che è il bello dell’Italia: la strada che ha visto sfilare le legioni romane, e arrancare i pellegrini, e filar via le carrozze dei milordi d’Oltremanica, assiste ora al quotidiano accatastarsi di auto, camion, api sferraglianti. Fa una certa impressione vedere spuntare, in mezzo al casino, i viandanti: giovani, donne di mezza età, anziani dalle barbe di eremiti, tutti con il loro zaino enorme sulle spalle e le racchette da camminata, che ritmicamente percuotono l’asfalto polveroso, e non, come ci si aspetterebbe, un piano d’appoggio più bucolico. Benché nel loro andare spedito sembrino indifferenti al caos che li circonda, ci si può immaginare cosa stiano pensando: bella, sì, la continuità, ma quant’era più bello il tratto di ieri in campagna?

“La scommessa, insomma, è di fare con la Francigena quanto in Spagna è stato fatto con il Cammino di Santiago”: il presidente stava illustrando il suo piano. Puntuale come un’ondata di temperature al di sopra della media stagionale, si affacciava il riferimento al Cammino: se San Giacomo aveva fatto il miracolo nel nord della Spagna, perché San Pietro non doveva fare altrettanto qui da noi? Avrei voluto obiettare qualcosa: che da quelle parti c’è una densità demografica parecchio inferiore alla nostra, e il paesaggio è stato preservato molto meglio, e molto bene sono stati spesi i tanti denari investiti, e che la nostra situazione è troppo diversa per poterci fare delle illusioni, con i pellegrini sulla via di Santiago che cercano il rinnovamento spirituale e i romei che rischiano l’annientamento fisico… Non dissi niente, l’afa mi impediva di aprir bocca, e un po’ mi dispiaceva infrangere quella fantasmagoria di un avvenire radioso, popolato di anime belle intente a ritrovare se stesse e a far ritrovare anche gli altri, già vedevo queste specie di angeli dalla tunica candida e con i luridi zainoni sulle spalle che bloccavano il traffico e infilavano rami fioriti tra i tergicristalli e i parabrezza di camion e tir, e invitavano ad amare dai pianali di api truccate…

Mi addormentai per qualche istante, che figura, spero almeno di non aver russato. A ridestarmi ci pensò l’alterco che vedeva contrapposti l’assessore e il consigliere: “Ti dico che nella zuppa di cipolle ci vuole anche un po’ di pimpinella!”. “Senti, non mi farò certo insegnare da te come si fa la zuppa, la mia povera mamma che sia in Cielo…”. Immancabile era il momento in cui si evidenziava la necessità di “prendere il turista per la gola” e di valorizzare il piatto tipico, e inevitabile la conseguente disputa su chi fosse il vero depositario della tradizione culinaria. Non capivo dove trovassero le energie per accalorarsi a sostegno di una ricetta, accaldati e grondanti com’erano, e in fondo provavo una sorta di ammirazione per tanto trasporto. Di sicuro non occorreva una zuppa per attrarre i turisti di un tempo. Non che non mangiassero, anzi il loro palato avrà ampiamente goduto del soggiorno; ma a spingerli a valicare le Alpi o a mettersi per mare era ben altro. Rovine grandiose e paesaggi che erano ancora quelli degli antichi; l’arte moderna e contemporanea e d’avanguardia. Un passato che era ancora presente, e un presente che era in grado di rivaleggiare col passato. L’Italia li attirava, ma anche gli italiani: quello nella Penisola era un viaggio di formazione, si studiava nelle università e si frequentavano le accademie, si incontravano eruditi, intellettuali e artisti che costituivano una rete ricca e capillarmente diffusa come da nessun altra parte. Incontri che cambiavano la vita, con persone che magari non si sarebbero più riviste, ma con le quali si instauravano corrispondenze che duravano decenni. La République des Lettres aveva radici ben salde nel viaggio in Italia.

Certo, non mancavano i giudizi sferzanti, specie a partire dal Settecento, quando si ampliò la forbice tra Nord e Sud dell’Europa, sotto tanti punti di vista. Dei miei concittadini Montesquieu scrisse che questo era “il più brutale e maleducato di tutti i popoli”. Alla metà del Seicento un altro viaggiatore francese parlava dei romani in questi termini: “In questa città un tempo dominatrice, non si vede che servitù, ed è stimato il più infelice degli uomini quello che è per conto suo, e non ha padrone… Ci sono pochi sapienti veri, benché i romani non manchino di spirito, e abbiano una gentilezza e un modo di fare, capaci di farli apparire esperti di tutte le cose. È vero che le arti non sono ancora del tutto avvilite; ma è grazie agli stranieri, che sopravvivono”. Leggere queste relazioni di viaggio è quasi sempre un’esperienza avvincente. È come guardarsi in uno specchio, o meglio guardare in faccia volti di centinaia d’anni fa in cui riconosciamo lineamenti intravisti poche ore prima a una fermata dell’autobus. Racconti scritti da osservatori acuti e con la giusta dose di alterità rispetto a quello che osservavano: spesso le loro parole fanno capire, di un’epoca, di un luogo, assai più di quanto non facciano capire i grandi affreschi storici.

Tra le pagine più interessanti, quelle – immancabili – su Roma. Roma spiazza: si resta stupefatti di fronte alle rovine e alle fastose cerimonie dell’Ecclesia triumphans, ma anche delusi, specialmente se si proviene da una delle grandi capitali del Nord che stanno diventando moderne metropoli. Lo stesso viaggiatore di metà Seicento annotava: “È che Roma non è ciò che ci si immagina, quanto a bellezza: benché racchiuda delle meraviglie che non si possono stimare abbastanza, esse non sono da città, ma da campagna, come i giardini, le statue ecc. Sarebbe un villaggio, senza la presenza dei papi, e della curia…”. Bellezze che “ne sont point de ville, bien de campagne”: più o meno lo stesso sentimento che prova un newyorchese contemplando la cartina della metro, con le sue due laconiche linee che si intersecano.

“Tu cosa ne pensi?”. “Eh?”. Mi ero talmente perso dietro ai viaggiatori e alle rovine da non sapere minimamente dove fosse andata a parare la discussione. “Cosa ne pensi di questa cosa? A me sembra un’ottima idea, nell’ottica di rivitalizzare uno spazio storico oggi sottoutilizzato”, mi disse con fare amichevole il presidente. “Beh, certo, la cosa mi trova assolutamente d’accordo, nell’ottica di un riutilizzo che abbia anche un suo appeal turistico…”. Me la cavai egregiamente, e io e la discussione potemmo tornare a ignorarci. Feci però in tempo a capire che la “cosa” consisteva nell’istituzione di un centro sulla falconeria nell’antico castello. La mia passione, come no? Ogni sera leggo qualche passo del De arte venandi cum avibus prima di addormentarmi.

La mia ormai irrimediabile distrazione trovò un appiglio nel paesaggio, che, attraverso le persiane quasi completamente abbassate, mi si presentava sotto forma di rettangolini luminosi. Al centro alcuni tremolavano più degli altri: era una porzione di mare che si faceva largo tra i palazzi. Avvicinai il viso ai puntini, assieme alla luce penetrava un filo d’aria: il mare in effetti si intravedeva appena, il grosso della scena era occupato dai palazzoni Anni Settanta che avevano rotto il placido digradare della piana fino al litorale. Adesso vogliamo “valorizzare”, adesso che abbiamo capito che per attirare i crucchi non bastano più il mare e una distesa di ombrelloni, visto che mare a miglior prezzo e anche più bello lo possono trovare altrove, in Spagna, in Croazia, e anche più lontano (maledette low-cost!); adesso che le solite tre o quattro città d’arte, spolpate, non ce la fanno più a catalizzare asiatici milordi. Il recinto vorremmo richiuderlo adesso, dopo che i buoi sono scappati, anzi, dopo che ce li siamo avidamente divorati.

Quando intorno ai palazzoni vidi roteare un paio di falchetti, o forse poiane – visione niente affatto spiacevole, nella sua caratura apocalittica – capii che davvero era il caso di levare le tende. Mi alzai e feci per biascicare due parole di commiato, ma non ce ne fu bisogno: gli animi si erano di nuovo surriscaldati. “Ti ho detto che da via Rossini non ci passano, va bene?”. “Ah no? E perché allora dovrebbero passare da Via Verdi? Per mangiare quella pizza di merda che fa tuo cugino?”.

Tornato al parcheggio dove avevo lasciato la macchina, ci trovai ancora il ragazzo africano cui avevo dato qualche spicciolo al mio arrivo, un paio d’ore prima. Lo salutai con un cenno, e aprii la portiera. Poi mi bloccai: avevo ancora una mezz’oretta a disposizione. Voltatomi verso il ragazzo, gli chiesi a voce alta, quasi gridando: “Come sei arrivato qui? Come è stato il viaggio dal tuo Paese all’Italia?”. Il ragazzo mi guardò interdetto: doveva essere sorpreso da quella domanda a bruciapelo, e che probabilmente nessuno gli aveva mai rivolto; e forse era anche seccato da una richiesta che investiva la sua intimità e andava a risvegliare ricordi tutt’altro che piacevoli. Si avvicinò, e in quei pochi metri il suo sguardo si fece più disteso. Quando mi fu vicino, iniziò a raccontare.

Commenti
Un commento a “La riunione”
  1. Tommaso scrive:

    interessantissimo

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