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La rivolta dei declassati

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di Federico D’Onofrio

La stagione della guerra (viene e va)

Dopo gli attacchi di Parigi, i giornali e molti commentatori hanno parlato di guerra. Lo stesso governo francese ha – forse un po’ impropriamente – chiesto l’assistenza degli altri membri dell’Unione Europea invocando l’articolo 42.7 del trattato di Lisbona, che regola, almeno nelle intenzioni originarie, la difesa comune in caso di invasione. Su Prismo, Raffaele Alberto Ventura ha invece invocato lo spettro della guerra civile, in Francia e più genericamente in Occidente. Non ha certamente torto, visto che il terrorismo ha proprio il compito di inasprire la divisioni di una comunità e portare, attraverso un meccanismo di attentati e rappresaglie, alla guerra civile. Ma è davvero la guerra (civile o esterna) la categoria utile per comprendere gli eventi di Parigi?

Per molti popoli nel mondo guerra è un fenomeno quotidiano, o almeno stagionale. Si pensi all’Afghanistan o alla Somalia. In Afghanistan la guerra è stata praticamente ininterrotta dal 1979 ad oggi e prima del 1979, la pace non era stata certo lunga. Anche in Europa esistono paesi che non hanno mai vissuto una completa pace interna dal tempo in cui sono stati fondati. La Russia, ad esempio, continua a combattere, anche se ormai in forma meno intensa che negli anni Novanta, lungo tutto l’arco del Caucaso.

Questo era abbastanza normale nel Medioevo europeo. Un trovatore come Betrand de Born poteva cantare, alla fine del secolo XII: “Ben mi piace il tempo di primavera, che fa foglie e fiori venire; e mi piace anche la gioia degli uccelli che fan risentire lor canto per la boscaglia. E mi piace quando vedo pei prati, tende e padiglioni innalzati, e ho grand’allegrezza quando vedo pei campi arati, cavalli e cavalieri armati”. Prima del Medioevo la situazione doveva essere diversa. Finché l’impero romano ebbe vigore le città delle province interne dell’impero non avevano bisogno di mura, e le villae rusticae non erano fortificate. Col decadere dell’autorità imperiale, le città e perfino Roma stessa innalzarono nuove mura, mentre le villae si trasformarono in castelli, segno che la pace romana, quella che era stato il vanto di Augusto, nei fatti, non reggeva più per lasciare spazio a una miriade di piccoli e grandi conflitti.

La guerra stagionale di Bertrand de Born e dei nostri coetanei afghani è diventata inconcepibile in Europa e in una gran parte del mondo. Lo Stato moderno, infatti, ha messo fine a queste scorribande, imponendo dei confini all’interno dei quali dominava una pace sostanziale. Questi confini venivano difesi dall’esercito permanente, acquartierato dentro solide fortezze. Per visualizzare tutto questo, Luigi XIV di Francia, ad esempio fece costruire a Versailles un corridoio nel quale disporre tutti i modelli delle fortezze che presidiavano i confini di Francia. Prima però che le fortezze di Vauban chiudessero i nemici fuori dei confini della Francia, per più di mille anni, era stato normale in tutta Europa che ogni città, ogni borgo, ogni paese avessero le proprie mura o i propri castelli.

Stati falliti

Anche la teoria dello Stato nazionale moderno, il pilastro del sistema politico che ha avuto per suo centro l’Europa e si è esteso alle Americhe e all’Asia Orientale, è nata proprio intorno alla necessità di scongiurare la guerra civile. I padri della teoria politica europea moderna sono infatti Jean Bodin in Francia e Thomas Hobbes in Inghilterra, entrambi impegnati a riflettere, fra il XVI e il XVII secolo, sul fallimento dei rispettivi regni, dilaniati dalla guerra civile. Il fallimento del potere regio in Francia e in Inghilterra consisté proprio nella sua incapacità di garantire la pace interna. Dal punto di vista di un teorico cinque o seicentesco della politica, la guerra esterna, con la Spagna o con l’Olanda, ad esempio, rientrava fra le normali prerogative del potere sovrano. Le guerre di religione in Francia e la guerra civile in Inghilterra, invece, avevano opposto francesi a francesi e inglesi a inglesi rispettivamente e contraddicevano alla funzione pacificatrice dello Stato.

È per la medesima ragione che quando parliamo della Somalia o dell’Afghanistan usiamo l’espressione (un orribile calco dall’inglese) “stati falliti”, e quando parliamo della Russia, che ha guerre civili a bassa intensità alle sue frontiere, siamo piuttosto inclini a parlare di “impero”, cioè di qualcosa di diverso da uno Stato nazionale. Somalia e Afghanistan hanno fallito nella missione propria di tutti gli Stati moderni, cioè garantire la pacificazione interna, neutralizzare (cioè non far sparire, ma rendere politicamente neutre) tutte le differenze che esistevano al proprio interno, evitare che potessero diventare una questione di amicizia e inimicizia. Certamente, dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa ha vissuto la stagione del terrorismo comunista e fascista, spesso fomentati e armati da potenze straniere, dalla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia,  gli Stati europei occidentali sono stati politicamente stabili (in gradi diversi, naturalmente) e capaci di assicurare una sostanziale pace interna ai propri cittadini.

La condizione di pericolosa instabilità in cui invece si trovavano molti paesi dell’Asia, dell’Africa e della stessa Europa sud-orientale, lungo una linea di faglia che dal Kashmir arrivava fino a Cipro, ad Atene e a Roma con intensità digradante, non poteva che confermare i paesi dell’Europa occidentale nella sensazione che la stabilità interna fosse assicurata, che esistesse, fra i paesi dell’Occidente e il resto del mondo, un’essenziale differenza. Anzi, con la fine dell’Urss, sembrò allegramente che la storia, la storia fatta di politica, cioè di guerre e rivoluzioni sanguinose, fosse finita e il cammino da percorrere fosse chiaro per tutti. Paradossalmente questa apparente sicurezza si è accompagnata ad una crisi molto forte della forma dello Stato moderno in uno dei settori cruciali alla creazione di uno spazio nazionale, il mercato.

La costruzione di frontiere ben definite non era stata solo un processo relativo alla difesa militare. Dentro quello spazio pacificato e difeso da fortezze o da frontiere naturali, a poco a poco e non senza resistenze si era creato un mercato nazionale certamente partecipe di dinamiche mondiali, ma regolamentato a sua volta dall’interno. Anche se si parla spesso dell’Ottocento come epoca del libero scambio, in realtà, i primi decenni del secolo videro l’esperimento del mercato continentale, e gli ultimi decenni del secolo invece la crescita di movimenti politici protezionisti animati dal nazionalismo economico. A partire dagli anni Ottanta del Ventesimo secolo, invece, la deregolamentazione degli scambi internazionali, la cosiddetta seconda globalizzazione, ha spinto a un grado fino ad allora ignoto i flussi di merci e di capitali, per cui nessun mercato nazionale, al giorno d’oggi, ha più una sua autonomia.

La sempre più stretta intercomunicazione fra i mercati nazionali non ha solo messo in concorrenza le merci e i capitali delle più disparate parti del mondo, Ha messo in competizione anche le legislazioni e i lavoratori dei vari paesi. In Europa, a partire dagli anni Novanta, è diventato chiaro che questa apertura non sarebbe rimasta senza conseguenze e che fosse necessario cambiare completamente la nostra struttura produttiva. Quando la Cina e l’India si fossero affacciate con tutta la loro sterminata riserva di forza lavoro – l’armata di riserva del capitalismo globale – al mercato mondiale cosa sarebbe stato dei nostri operai e perfino dei nostri impiegati?

La risposta a questa sfida si è consolidata in un mantra continuamente ripetuto e fatto di due parti: una legislazione attrattiva per gli investimenti stranieri, qualunque cosa questo volesse dire, e l’imperativo dell’innovazione, sia a livello di sistema (ricerca e sviluppo) sia a livello individuale. Bisogna investire sulle competenze, sviluppare il capitale umano. Era necessario che quelli che facevano gli operai in aziende di scarpe o di piastrelle passassero a costruire macchine per fare scarpe e piastrelle, e poi a disegnare scarpe sempre più di lusso e a inventare porcellane sempre più tecniche. Per qualche decennio gli europei avevano vissuto nella certezza che esistessero paesi ricchi e paesi poveri, primo e terzo mondo, paesi sviluppati, coi loro piccoli problemi, e paesi in via di sviluppo con la loro povertà abissale. Con gli anni Novanta invece ci siamo trovati ad essere tutti paesi in via di sviluppo, tutti emergenti, su un piano di crescente eguaglianza.

La classe disagiata va alla guerra

Le certezze illusorie di una generazione di europei vennero allora travolte dalla necessità di un’accelerazione traumatica, per cui bisognava essere pronti non solo a fare di più ma ad essere di più. Naturalmente i giovani europei, cresciuti protetti dalla barriere doganali e convinti di vivere all’apice della civiltà globale, e che improvvisamente si sono trovati persi nell’indistinto di un mondo molto più aperto e molto più rischioso, sono stati dolorosamente colpiti dalla crisi del mercato nazionale. Sono quelli che Raffaele Alberto Ventura ha chiamato la “classe disagiata”. Frastornati dal ritmo del nuovo mondo, così diverso dalla globalizzazione che facevano presagire le pubblicità dei fusilli Barilla con cui sono cresciuti, questi giovani europei si dividono fra un terrore tutto razionale di essere inghiottiti dalle sabbie mobili del proletariato globale e un bisogno altrettanto razionale di sfogare la pressione cui sono soggetti e compensare l’assenza di prospettive in quel nuovo diritto dell’uomo e del cittadino che è il divertimento.

Quei giovani, che siamo noi, sono consumatori complessi, raffinati dell’industria culturale. Ma siamo anche semplicemente quelli che affollano la notte i tratti alti della Rue Oberkampf o del Pigneto. Noi viviamo on the move, feeling the vibe, cogliendo l’attimo, ci arrabattiamo a fondare startup, a fare master, a essere imprenditori presso noi stessi e cerchiamo di salvare qualche scampolo di privilegio e qualche frammento di bellezza nella pingue immane frana del nostro tempo. Ma mentre noi ancora speriamo, quanti sono quelli, in Europa e altrove nel mondo, che hanno smesso di sperare di potersi appigliare all’ordine esistente per salvarsi e cercano un ordine radicalmente nuovo?

L’immenso e dilapidato patrimonio che abbiamo ereditato è fondato sulla sopraffazione e sulla violenza. L’islamismo radicale è un fenomeno postcoloniale, ma proprio perché postcoloniale non è limitato agli antichi paesi colonizzati.  È un fenomeno di rivendicazione più o meno fondata contro chi, musulmano o meno, ha avuto il meglio dagli ultimi secoli. Al contrario della nube radioattiva di Chernobyl, non bastano le frontiere a fermarlo, ma segue i percorsi di vita degli uomini e delle donne che si muovono o si sono mossi per rispondere alle esigenze del mercato globale. Ma esercita una perversa fascinazione anche su altri, che non discendono dai colonizzati, che sono nipoti e pronipoti di francesi o di italiani, ma che si sentono egualmente esclusi dai benefici e dalle prospettive di questo mondo di challenges e opportunities molto rewarding. Incapaci di dare un senso alla vita com’è, cercano un senso in un inversimile califfato neo-medioevale, oppure nella morte. È quindi una parte nella guerra civile globale che si è scatenata nel disordine lasciato dalla fine ormai prossima dello Stato moderno.

Adesso il progressivo estinguersi per manifesta inutilità dello Stato moderno non ci espone soltanto a una crescente insicurezza economica. Ci espone anche a questa guerra civile globale, come un qualsiasi iracheno o ceceno. Non proprio come un iracheno o un ceceno o un sudanese, ma comunque un po’ più di quanto non credessimo di esserlo una settimana fa. Non c’è più nessun governo a proteggerci. Come gli uomini tardo-antichi, anche noi siamo costretti ad erigere i nostri muri. Abbiamo iniziato a fortificare le nostre cittadelle. Dalla fine degli anni Novanta, la City di Londra è circondata da un anello d’acciaio. Le ambasciate e i consolati americani, britannici, francesi sono circondati di barriere e percorsi obbligati e presidiate da soldati pesantemente armati. Gli aeroporti sono vere e proprie roccaforti.

Dinanzi a questa crisi dello Stato-nazione, l’islamismo radicale propone un’inquietante alternativa internazionalista a tutta quell’umanità irriflessa che in preda ai postumi della sbornia sente il disgusto della festa continua. Con un bagno di sangue ci scaraventa fuori dal tunnel del divertimento, ci mostra che noi europei non siamo diversi dai siriani che l’ISIS crocifigge a Raqqa o Mosul. E noi cosa abbiamo da opporre a questa rivendicazione forte e violenta? Incapaci di riprendere il discorso interrotto del cosmopolitismo illuminista, affidiamo alle Marine Le Pen e ai Matteo Salvini il compito di placare, almeno momentaneamente, le nostre ansie.

Federico D’Onofrio, ex-allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa, si occupa di storia economica e teorie dello sviluppo.

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