massacre

La rotta dei profughi antichi — seconda parte

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Di seguito la seconda puntata del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte.

CHIOS (Grecia). Accadde in una mattina di quasi tremila anni fa. Sul mare, sotto alle rocce dove aveva insegnato per anni, e che oggi hanno dato il nome alla località (Daskalopetra, ossia “roccia dell’insegnante”), Omero incontrò ragazzi che sbarcavano di ritorno dalla pesca. Si avvicinò. “Quello che abbiamo preso lo lasciamo” gli dissero “Quello che non abbiamo preso lo portiamo”. A cosa alludevano  i giovani? Erano ignari della maestria sapienziale dell’uomo a cui avevano proposto l’enigma? Omero si sedette.

Rivolto verso il mare, pensò alla penisola di Eritre davanti a sé, oltre le isole Inousses. Da lì era tornato dopo anni lontano dalla sua isola madre. Da lì arrivavano i ragazzi che gli portavano la morte. Perché quel che spetta a un sapiente incapace di risolvere un enigma è la morte. Dibattendosi per giorni sulla frase incomprensibile, Omero si lasciò morire. Il suo fallimento avrebbe appassionato i posteri, tutti concordi nel ritenere che, nonostante fosse cieco e la sua sapienza agisse attraverso gli occhi della mente, avrebbe fatto bene a non guardare lontano. Anni più tardi Eraclito “l’Oscuro” lo scrisse in maniera sorprendentemente chiara: “Gli uomini s’ingannano sulla conoscenza delle cose manifeste come Omero che pure era il più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero…”.

Basta guardare a ciò che è vicino, insomma. Quel che abbiamo a nostra portata e forse proprio per questo ci sfugge. I pidocchi di cui i ragazzi si stavano spulciando. I pidocchi che essi afferravano e poi gettavano via, come quelli che non prendevano e che erano costretti a portare con sé.

A Daskalopetra, sotto il misterioso Epos, l’alta montagna di Chios che qui si spacca in una lacerazione magnifica e imponente scendendo a picco su un santuario dedicato a Cibele, siamo costretti a ricordarci che è necessario guardare a ciò che abbiamo davanti a noi senza pregiudizi, senza cercare pesci dove ci sono semplicemente pidocchi. Cosa troveremo allora a Chios, questa grande isola che è come una immensa boa di fronte alle coste dell’Asia Minore?

Possiamo girarla tutta nella sua magnificenza e nella sua varietà. Ma essa si identifica ancora perfettamente col suo porto, con il quartiere turco che si svuotò nel 1922 e venne riempito dai profughi greci in fuga da Smirne e dalle coste turche, lo stesso quartiere dove oggi si aggirano siriani, iracheni e afghani, ossia i profughi dell’ultima fra le grandi migrazioni. Tende e prefabbricati approntati dalle Nazioni Unite costituiscono una specie di piccola città nella città. Il caldo soffocante fa ribollire gli animi. L’assenza di prospettive genera mostri. È semplicemente qui che dobbiamo fermarci.

Sotto il castello bizantino, sul mare, tra le tende di Souda e i container di Vial. Gli accordi con la Turchia hanno bloccato l’afflusso di migranti. Ne arrivavano centinaia al giorno fino a marzo. Ma si fermavano e ripartivano in fretta. Phaedra, una ragazza greca che assiste chi è bloccato qui da mesi, mi spiega come siano cambiate le cose. Gli isolani hanno aiutato, hanno collaborato, non si sono sottratti mai. La memoria dei profughi greci di novant’anni fa è ancora forte, soprattutto nei quartieri che prendono il nome delle città perdute in Asia Minore.

Tuttavia, adesso che gli sbarchi si sono quasi estinti e che però duemilacinquecento uomini sono bloccati in una provvisorietà senza sbocchi, tutto sta cambiando. Chi è arrivato e voleva proseguire il suo viaggio verso la ricca Europa comincia a perdere la pazienza. Chi ha dato ospitalità e non vede un futuro anche. O ci si stabilisce o si parte. Si deve uscire dallo stallo. Questo è il dramma che è sotto gli occhi di tutti a Chios come a Lesbo e a Samos. Questo è il pidocchio che i governanti non vogliono vedere.

La storia insegna. Quando nel 545 a. C. attraccarono le penteconteri dei Focei in fuga dalla loro città assediata dai Persiani, tutto si risolse con l’accordo delle parti. Marinai e razziatori esperti, capaci di straordinarie esplorazioni con cui avevano superato le colonne d’Ercole per navigare lungo le coste iberiche nel mitico Tartesso, i Focei avevano sempre tenuto d’occhio le piccole isole che costituivano un appoggio sicuro fra l’Asia Minore e Chios stessa: le Inousses. Così chiesero il permesso di popolarle. I Chioti però non diedero la loro approvazione.

Mantennero fede ai vincoli di ospitalità e dunque ai Focei assicurarono tutto quello di cui avessero bisogno, ma le Inousses sarebbero restate nelle loro mani. Oggi, queste piccole isole sono la patria di molti fra i più importanti armatori greci. E viene da sorridere al pensiero che i Focei, marinai e pirati, volessero prenderne il controllo già tanti anni fa. Quel che importa però è che ai profughi di allora nessuno impedì loro di riprendere il viaggio.

Accettarono la decisione dei Chioti, passarono i giorni di cui avevano bisogno per riorganizzarsi nell’isola, poi ripresero il largo e giurarono il più grande dei giuramenti. Gettarono in acqua un enorme blocco di ferro e promisero di non fare mai più ritorno fino a che quel blocco di ferro non fosse riapparso sulla superficie del mare a galleggiare. Cinquanta rematori per ogni nave li spinsero lontano. I Chioti li videro scomparire all’orizzonte. Navigavano verso ovest.

Erodoto non ci racconta altro sul loro viaggio nell’Egeo. Li ritroviamo improvvisamente in Corsica. È facile però immaginare una rotta attraverso le Cicladi, il Peloponneso e le isole Ioniche così come toccò ai Troiani dopo aver perso il controllo della rocca di Ilio. Nessuna sosta nei grandi porti, insomma. Quel che invece sarebbe capitato nei secoli successivi quando popoli in fuga dalle guerre o in cerca di un futuro migliore abbandonarono le sponde dell’Asia Minore per tentare la fortuna altrove. Le ultime due migrazioni ci mostrano questo spostamento in maniera esemplare. I greci che abbandonarono Smirne in fiamme, se non si fermarono qui, arrivarono fino a Atene o Salonicco, a popolarne i porti con le loro musiche nostalgiche e ribelli (il rebetiko).

I profughi di questi anni, poi, hanno navigato verso Atene e Salonicco per continuare la loro rincorsa del ricco nord, prima che fili spinati, reti, mura venissero tirati su a impedirne il passaggio. Seguivano tutti, consapevolmente o meno, un percorso antico. E d’altronde, non furono solo i Focei a sbarcare di passaggio sull’isola. Nel piccolo meraviglioso museo archeologico di Chios possiamo seguire una storia decisiva. Fra l’altro attraverso l’onnipresenza sull’isola del culto di Cibele giunto qui dall’Asia Minore, in particolare dalla Frigia. Eppoi attraverso i maggiori ritrovamenti acheologici, soprattutto al sud, dove insediamenti antichi costituivano porti di passaggio per chi naviga attraverso l’Egeo.

In particolare, Emporios, all’estremità meridionale dell’isola, costituì fin dai tempi di Omero uno dei porti più importanti. Il piccolo paesino di pescatori, sotto al sito archeologico, è oggi preso d’assalto dalle comitive di turchi che arrivano sull’isola quotidianamente a cercare buon cibo e vino. Menu e indicazioni in turco fanno sorridere di meraviglia chi conosca l’odio che è cresciuto per anni in queste isole sul confine. Se oggi l’odio è cessato, la paura però non è affatto scemata. Si mescola agli integralismi crescenti. Alle religioni. Alla fede cieca nelle verità divine o globali. E così viene da pensare che forse proprio passando di qui, Senofane, tra i profughi  della sua Colofone occupata dai Persiani poco dopo Focea, abbia cominciato a riflettere sulla visione antropomorfica degli dèi, mettendola in dubbio grazie all’osservazione della varietà di costumi che registrava viaggiando: “Gli etiopi dicono che i loro dèi hanno naso schiacciato e pelle nera. I Traci azzurri d’occhi e fulvi di capelli…”

Un relativismo saggio e misurato con cui vivere una vita migliore, trovare un posto nel mondo, mettersi a tavola e godere di quel che ci viene offerto giorno per giorno: “Il vino è sincero, di quelli che non tradiscono / mieloso nella brocca di ceramica, profumato di fiori / l’incenso spande nell’aria odore di tempio / e l’acqua è fresca e dolce e pura”.

(Parte 2 – continua)

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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