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La rotta dei profughi antichi — Terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima puntata, qui la seconda.

GIARDINI NAXOS (Sicilia). “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, / quando vediamo lontano oscuri colli e bassa / l’Italia. Italia!, grida per primo Acate, / Italia!, salutano i compagni con lieto clamore. / Allora il padre Anchise pose una corona su un grande / cratere, e lo colmò di vino puro, e invocò gli dei, / eretto sulla regia poppa:/ O dei, signori del mare e della terra e delle tempeste, / date un’agevole via con il vento, e spirate favorevoli!”.

Quando Enea racconta a Didone del viaggio che ha portato i profughi da Troia alle prime sponde italiane l’entusiasmo e la felicità coronano un lungo itinerario che Virgilio descrive minuziosamente. Dall’Egeo cicladico a Creta, poi a sud del Peloponneso, alle isole Strofadi e alle più celebri delle Ionie, fino a Butroto sulle coste dell’Epiro (oggi Butrinto in Albania) dove è vive la moglie di Ettore, Andromaca. L’ultimo tratto di mare vede il timoniere Palinuro intento a evitare le coste sud dell’Italia dove eroi achei sono venuti a insediarsi, anch’essi dopo la lunghissima e distruttiva guerra di Troia.

La meta finale infatti è la Trinacria, la Sicilia dove anni prima è nato Egeste (che Virgilio chiama Aceste) figlio di quella giovane troiana sedotta da un fiume nelle sembianze di un orso che era stata messa in mare dai genitori per evitarne il sacrificio (vedi puntata 1). La meta quindi è Drepano, Trapani, dove Enea indice grandi giochi funebri in onore del padre morto, prima di penetrare l’entroterra dell’isola e fondare una città per chi non ne può più del viaggio con cui è necessario raggiungere il Tevere.

La città prenderà il nome della ragazza troiana arrivata anni prima in Sicilia, la madre di Egeste: Egesta. Con il suo tempio dorico che commosse Goethe e il teatro a strapiombo sulla valle, Segesta è oggi una delle mete più ambite del turismo archeologico, uno dei doni eterni lasciati dai primi profughi di cui abbiamo testimonianza nella nostra Italia.

I miti cantati da Virgilio, infatti, ci raccontano di un tempo perduto in cui popoli greci e troiani, in fuga dalle coste dell’Asia Minore, sfidarono il mare per trovare un posto adatto all’insediamento. Si tratta di miti cresciuti su quel che effettivamente accadde, visto che di una migrazione micenea (II millennio) abbiamo parecchie prove in tutta l’Italia meridionale. Tuttavia sono altre ancora le storie che possiamo seguire dettagliatamente, fuori dalla narrazione mitica. La prima colonia fondata da profughi provenienti dall’Asia Minore è con certezza quella di Siri in Lucania. Arrivavano attorno al 675 dalla Colofone assediata da Gige re dei Lidi e quel che sappiamo è che riuscirono immediatamente a stringere buoni rapporti di reciproca ospitalità con gli abitanti dell’entroterra.

Un secolo dopo, sulla stessa rotta, furono seguiti dagli esuli di Focea (di cui abbiamo già seguito le prime tappe). È una storia complessa e molto interessante, nei nostri tempi in cui i nuovi migranti si fermano nelle piccole isole più vicine all’Africa – Lampedusa su tutte – bloccati nei cosiddetti hotspot, poi smistati e in attesa, nei casi più fortunati, di una meccanica ripartizione in giro per l’Europa. I Focei invece veleggiarono verso la Corsica dove già anni prima alcuni concittadini si erano insediati. Un oracolo aveva fatto il nome di Cirno e l’unica meta possibile era parsa la grande isola dove Cirno, figlio di Eracle, aveva regnato: la Corsica.

Alalia (oggi Aleria) fu quindi loro patria per cinque anni. Diversamente dai Colofoni, però, i Focei non si fecero ben volere dalle popolazioni che dominavano i dintorni. La loro abitudine piratesca sui mari non li aiutò ad accreditarsi. Etruschi e Cartaginesi si unirono per sconfiggerne la flotta.
Sembra storia recente. Non sempre le migrazioni hanno immediati effetti benefici per chi arriva e per chi accoglie. I Focei sconfissero i nemici coalizzati ma a duro prezzo. Privi di gran parte della flotta, privi dell’appoggio dei compagni di un tempo che avevano preferito considerarsi neutrali, lasciarono la Corsica, arrivarono a Reggio eppoi veleggiarono sul mare di nuovo verso nord fino a Posidonia (ossia Paestum) dove un uomo reinterpetò l’oracolo che li aveva spediti in Corsica, indicando un luogo dove i Focei potessero stabilirsi.

Non l’isola di Cirno ma un luogo da consacrare a Cirno. I Focei riaprirono le vele verso sud, e quando videro il doppio golfo della località che prendeva il nome da una fonte, Hyele, rimasero sconcertati. Come capitava spesso nell’antichità, il luogo perfetto per l’insediamento doveva ricordare in qualche modo la madrepatria abbandonata, dunque non ebbero esitazioni. Oggi il doppio golfo di Velia (treno regionale fermata di Ascea), ossia l’antica Elea, è interrato. Il mare è lontano dalla rocca su cui fu eretta la famosissima porta Rosa, ma è qui che ancora celebriamo un immigrato di seconda generazione destinato a rimanere celebre nei secoli, Parmenide.

Con lui la storia della filosofia ricorda altri due celebri profughi. Senofane che arrivò di passaggio dalla Colofone occupata dai Persiani nel 540. Nonché un nativo della terza generazione di Focei: Zenone, che sarebbe diventato famoso per il paradosso di Achille e la tartaruga.

Se ci sarà qualche Parmenide, qualche Zenone o qualche Senofane fra le prime, seconde o terze generazioni dei profughi che oggi arrivano in Europa è difficile presagirlo. Quasi impossibile, finché a essi non verrà data la definitiva possibilità di approdare. Peraltro, stando al modo di vedere dominante nell’antichità, non dovremmo guardare solo a coloro che arrivano in fuga da paesi in guerra. La parte più cospicua e non meno nobile dovrebbe essere costituita da quelli che ai nostri tempi, usando un epiteto per nulla omerico, definiamo “migranti economici”.

Si tratta della grandissima parte di coloro che costruirono la Magna Grecia. Non arrivarono soltanto dall’Asia Minore, ma dalla stessa Grecia continentale, da Paesi in cui il bisogno di terre, prospettive e lavoro spingeva le barche a prendere il largo verso occidente. In Italia i primi sbarcarono a Pithecussa, ossia Ischia, nel 770. In Sicilia i primi fondarono Naxos nel 734 e arrivavano da Calcide. I resti dell’antica città sono ancora delimitati dal mare e dalle mura.

Il museo di Giardini Naxos racconta come cominciò la storia, a partire dalle difficoltà di chi al tempo viveva nell’Eubea, stretta sul mare e priva di risorse. “Ma erano tutti filosofi, non come ora” mi dice una studiosa accompagnandomi fra Giardini e Taormina, nelle ville che i nuovi intellettuali del Novecento popolarono. In effetti i filosofi furono molti. E basterebbe elencare i principali: Empedocle a Agrigento, Gorgia a Leontini (Catania), Pitagora a Crotone (in fuga dal tiranno che allora dominava Samos: Policrate).

Ma non solo di filosofi si trattò. Poeti, storici, commediografi, tragediografi, matematici, medici, astronomi, artisti, atleti, legislatori, politici. Le migrazioni greche le raccontiamo oggi come fonte di enorme arricchimento. Dimenticando l’istituzione principale che generalmente regolò i loro rapporti con i popoli italici e siciliani con cui entrarono in contatto. In greco si chiamava Xenia. Xenos era lo straniero ma anche l’ospite. Da un buon rapporto di ospitalità arrivavano crescita, miglioramento, progresso. A girare per le strade dei Paesi del nostro sud, oggi, si ha l’impressione di tutto quello che ne potrebbe venire se quell’idea antica e eterna venisse rimessa in vita.

Non si tratta di un sogno, del resto. Basta viaggiare fino al paese che ha dato il nome ai più famosi bronzi greci riemersi dal mare: Riace. Fin dal 2010 il suo sindaco viene premiato all’estero per le politiche di accoglienza con cui ha ridato vita a un centro abbandonato, offrendo case e lavoro ai profughi dei nostri tempi. Andate a Riace a studiare l’antica eterna Xenia. Non serve poi così tanto per rendersi conto che costruire una nuova Magna Grecia è possibile.

(Parte 3 – fine)

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
6 Commenti a “La rotta dei profughi antichi — Terza parte”
  1. Alfio Squillaci scrive:

    Leontini non è Catania, ma Lentini (SR) proprio. Non tutti i popoli che migrano sono profughi. I Greci non erano profughi, ma coloni. Troisi diceva: ma un napoletano non può viaggiare? Per forza deve migrare? L’equiparazione tra filosofi e migranti è insulsa.

  2. Matteo Nucci scrive:

    Caro Squillaci.
    Quando Gorgia nacque la città, subcolonia fondata dai Calcidesi di Giardini Naxos, si chiamava Leontinoi, dunque Leontini. Ho usato il nome antico come per Elea oggi Velia. Grazie comunque per aver voluto suggerire ai lettori che si tratta della odierna Lentini. Quanto ai “coloni” lei ha perfettamente ragione. Vennero e fondarono colonie. Alcuni erano migrati per ragioni economiche, come ho detto. Tra questi i Calcidesi di Eubea. Li chiameremmo oggi migranti economici e forse “coloni” se dessimo loro la possibilità, come a Riace, di colonizzare città pressoché abbandonate. Altri erano profughi in fuga da guerre e invasioni, come i Focei, di cui ho seguito le tracce nei tre capitoli. Dunque, al netto dei nomi, starei attento a usare gli aggettivi. “Insulso” in questo caso mi pare incongruo. Saluti

  3. Alfio Squillaci scrive:

    Non ho capito allora cosa c’entri Catania messa tra parentesi dopo Leontini. Anche Catania fu fondata da calcidesi ma si chiamava Katane e non Leontini. Leontini certamente fu fondata anch’essa dai greci calcidesi, e a Leontini (Lentini) nacque Gorgia, non a Leontini (Catania) com’è scritto. Ciò detto, ritiro “l’insulso” e mi scuso per la veemenza. Argomento comunque che se si vuole perorare la causa dei profughi di oggi lo si faccia tranquillamente senza tirare per i capelli paragoni ellittici con gli antichi fatti del passato, che nulla aggiungono alla comprensione del presente. Sono solo una belluria storica che suggerisce l’idea, falsa, che tout change et rien ne change, che la storia è sempre quella, mentre basta un minimo di buon senso (anche storico) per capire che la storia non è e non può essere l’assurda ripetizione del passato. Tolgo il disturbo. Ricambio i saluti.

  4. Matteo Nucci scrive:

    Ha ragione, Squillaci, sono stato poco chiaro. Volevo sottolineare, per chi non conosce i luoghi, la vicinanza geografica di Lentini a Catania (benché la provincia sia Siracusa, come lei ricorda). Sul corso della storia siamo in disaccordo. Ma ci mancherebbe. Ognuno la vede come vuole e crede. Non c’è scienza che tenga, in questo caso.

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