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La scienza della vita

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È online da ieri Ideafelix, una nuova piattaforma editoriale che finanzia – attraverso la vendita delle sue pubblicazioni – laboratori didattici o progetti culturali nelle scuole italiane. Il progetto prevede la pubblicazione di sei romanzi all’anno (il primo è Studs Lonigan di James T. Farrell) e un magazine online gratuito. Dal magazine pubblichiamo oggi il racconto La scienza della vita della scrittrice americana Gina Berriault.

 

La scienza della vita

di Gina Berriault

Alle nove la moglie tornò a casa da sola. La baby-sitter fu colta di sorpresa dallo stridore degli pneumatici che frenavano sulla ghiaia. Era una ragazza semplice e talmente coscienziosa da sentirsi sotto esame anche quando era da sola. Aveva la sensazione che la gente la considerasse una di cui non ci si può fidare perché era piena di mancanze, così tante da essere imperdonabili, come se le fosse stata data la possibilità di scegliere in che modo apparire agli altri e avesse scelto male.

Quando la sera badava ai bambini, se ne stava su una poltrona a studiare i suoi libri mentre i piccoli dormivano. Così in quel momento, quando sentì la macchina e i tacchi alti sulla veranda, restò seduta il tempo necessario perché la donna non pensasse di averla sorpresa in una zona tacitamente proibita della casa. Quando la donna buttò via il cappotto, la ragazza si alzò e prese il proprio dallo schienale della sedia.

«Si sono svegliati?» domandò la donna.
«No» disse la ragazza mentre s’infilava il cappotto.
«Hai un ragazzo che ti aspetta?».
«No» rispose la ragazza, avvolgendosi la sciarpa attorno alla gola.
«Allora perché tanta fretta?».

La donna si allontanò ancheggiando e facendo gonfiare la gonna del vestito rosso privo di spalline. «Dai, resta a bere un bicchierino. Non puoi rifiutare. Non puoi andar via senza aver 2 bevuto un po’ di brandy. Fa freddo, così freddo che potrebbe nevicare. Hai mai visto la neve?» chiese in tono di sfida. «Ci sono un sacco di ragazzini qua che non hanno mai visto la neve. Non finirò mai di stupirmene. Dalle mie parti la neve ti arriva fin sopra ai capelli».

Si tolse un orecchino, poi strinse l’orecchio dolente e lo strofinò su e giù. «Il brandy è là» gridò.

La ragazza aprì le ante scorrevoli dell’armadietto laccato nero. Tra le bottiglie, disposte su tre file, non riuscì a riconoscere quella del brandy. «Là!» disse la donna indicandole la bottiglia. Poi si lasciò cadere sul divano coprendosi gli occhi con un braccio. La ragazza trovò i bicchieri e versò il brandy accanto alla mano della donna sospesa sul tavolino da caffè. La mano era paffuta, le dita lunghe e le unghie rosse come il vestito.

«Non puoi bere in piedi» disse la donna, il braccio ancora sul viso. La ragazza si sedette di nuovo sulla sua sedia, reggendo il bicchiere con entrambe le mani. La donna si tirò su a sedere e si allungò a prendere il bicchiere. «Hai scelto i bicchieri giusti» disse.

Questa osservazione confuse la ragazza. Forse non era il caso di prenderla come una lode, visto il tono di scherno. Non si chiedeva nemmeno perché mai una donna vestita con un abito così bello, una donna con i capelli scuri e quei ricci angelici, le gambe slanciate nei collant neri e con ai piedi raffinati sandali dal tacco alto, perché mai una donna così perfetta sarebbe dovuta tornare a casa prima per starsene seduta con una ragazza semisconosciuta.

«Vuoi che ti chiami un taxi?» domandò la donna.
«Sono solo un paio di isolati» rispose la ragazza. «È presto».
«Oltretutto sei una ragazzona» disse la donna.
«Quanto sei alta?».

Era la più alta della classe. Le sue gambe erano lunghe e forti, e nonostante potessero sembrare bizzarre erano in grado di correre veloci senza stancarsi mai.

«Cosa farai dopo la laurea?» chiese la donna, senza aspettare la risposta alla domanda precedente.
«Che ambizioni hai?». La ragazza si fissava le ginocchia nude.
«Credo che farò l’insegnante di biologia o comunque qualcosa con la biologia».
«Oh, la biologia!». La donna si tirò su a sedere. «Allora sei proprio la persona giusta a cui chiedere. Qual è la differenza tra un uomo e una donna?». Fece un risolino acuto.

La ragazza si chiese se stesse insinuando che, riguardo a un uomo, non avrebbe saputo dire più di quanto era scritto nel suo libro di testo. Fissava le ginocchia oltre il bicchiere, desiderando sottrarsi a quell’attacco, che forse era anche un modo per chiederle di partecipare alla sua infelicità.

«Quindi diventerai una biologa» affermò la donna. «Non è una di quelle cose considerate fondamentali? Cioè, tu studi le piante e gli animali, la vita sulla terra. Mi ricordo qualcosa, tipo l’assimilazione e l’escrezione, e qual era il nome di quel – come si dice – fenomeno per cui le piante si girano verso il sole? Mi è sempre sembrata una cosa straordinaria. Puoi rovesciare la pianta e quella farà un’inversione a U e comincerà a crescere di nuovo verso l’alto o di lato, dovunque sia il sole. Credi anche tu che sia straordinario o ti sembra normale?».

Alla ragazza non era mai stata fatta una domanda del genere. Se proprio doveva dirlo, sì, le sembrava una cosa straordinaria. La donna l’avrebbe considerata una sempliciotta?

«No, vabbè, non rispondere» disse la donna. «Voi scienziati non rivelate di certo i vostri segreti a noi laici. Tu pensi che quando dico “Oh, non è straordinario?” stia facendo solo una domanda sciocca. Solo voi che ve ne andate giù sotto il mare o su nella stratosfera potete sapere davvero quanto sia straordinario. Non è così? No, non importa» disse scuotendo una mano. «Non rispondere. Non riuscirei a capire che cosa consideri straordinario nemmeno se passassi tutta la notte a spiegarmelo».

Fuori, una macchina si era fermata sulla ghiaia e qualcuno aveva sbattuto la portiera. La donna poggiò la testa sulle ginocchia e aspettò in quella posizione contrita.

Il marito entrò nella stanza, evitando di guardare la moglie. «Non sapevo che fossi ancora qui» disse alla ragazza. «Avrei detto al tassista di aspettare. Andiamo, ti accompagno io».

La donna si alzò, e agitando ancora le anche cominciò a camminare per la stanza. «Non la trattare come una baby-sitter qualunque» disse. «Le ho chiesto io di rimanere con me. È una persona speciale. L’ho capito appena l’ho vista. Devi assolutamente sederti e ascoltarla».

La ragazza colse lo sguardo che l’uomo le stava rivolgendo. Era perplesso, stava cercando di capire lo scherzo. La moglie, visibilmente sollevata che lui l’avesse seguita a casa ma timorosa della sua rabbia, camminava avanti e indietro per la stanza, rigirandosi gli anelli e dando buffetti ai cuscini. «Lo stesso non si può dire di quelli che erano alla festa» disse con la voce tremante. «Non mi pare che lì ci fosse qualcuno di speciale. Erano tutti inutili. Sai come si dice quando una pianta si gira verso il sole? Ecco, ho girato i tacchi e sono tornata a casa perché sapevo che lei era qui».

Il cappotto rendeva la rabbia di lui ancora più pericolosa – avrebbe potuto andarsene e non tornare mai più. «Tu li consideri inutili» gridò l’uomo, «perché non sopporti che mi piacciano».

«Lo siamo tutti, anche io e te» urlò lei. «E di qualunque cosa abbiate parlato tu e lei per tutto il tempo mentre gli altri mi guardavano per vedere come reagivo, quella era la cosa più inutile di cui si sia mai discusso al mondo. Sono tornata a casa perché sapevo che qui c’era una ragazza che non è per niente inutile». La donna si coprì il volto. «Penserà che mi sto prendendo gioco di lei, ma vorrei essere al suo posto per poter dimenticare tutte le cose inutili che non conosce. La sua sofferenza non è come questa, che lo sai che non è sofferenza ma non sai come altro chiamarla».

Uno dei bambini cominciò a chiamarla e la donna si precipitò lungo il corridoio. La ragazza raccolse i suoi libri. La profezia della donna riguardo a lei era stata la cosa più ridicola di tutta la serata. Era impossibile immaginare come la sua sofferenza potesse mai essere invidiabile. Se c’era della sofferenza lì, tra quell’uomo e quella donna, era del tipo riservato a quelli abbastanza fortunati da conoscere anche il piacere. Si tirò la sciarpa fin sopra la testa, spingendola contro le guance per nascondere la faccia da quella visione sbagliata di lei.

«Dai, ti porto a casa» disse l’uomo, affrettandosi ad aprire la porta. Prima di posare la mano sulla maniglia, prese alcune banconote da un dollaro dal portafoglio e gliele porse. Lei le infilò nella tasca del cappotto. «Spero che non sentirai freddo» disse lui sorridendole come per scusarsi di tutto ciò che aveva detto la moglie, ma gli occhi della ragazza evitarono quel sorriso ostentato, più attento al fascino delle scuse che a lei.

per gentile concessione di ideafelix

Titolo originale The Science of Life Reprinted
by the permission of Russell & Volkening as agents for the author Copyright © 1996 by Gina Berriault
Traduzione di Chiara Rea Prima edizione ideafelix: settembre 2016 © 2016 EpPursimuove S.r.l.s.

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