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La scomparsa degli ulivi

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Una volta Fernand Braudel ha scritto che il Mediterraneo “si estende dal primo ulivo che si raggiunge arrivando dal Nord ai primi palmeti che si levano in prossimità del deserto”. Già per Erodoto non potevano considerarsi mediterranee quelle terre in cui non vengono coltivati il fico, la vite e soprattutto l’ulivo, mentre per Tucidide “i popoli del Mediterraneo uscirono dalla barbarie quando impararono a coltivare l’ulivo e la vite.”

Cosa saremmo senza l’ulivo? L’ulivo è un elemento centrale del nostro paesaggio, della nostra storia, della nostra cultura, della nostra vita, della nostra civiltà materiale. Per questo creano sgomento i ripetuti, continui, quotidiani saccheggi messi in atto da nuovi predoni senza scrupoli. In ogni frazione di Puglia, gli ulivi secolari, spesso dei veri e propri monumenti storici, vengono tagliati, strappati, violentati, distrutti, da chi li trasforma in arredo esotico per le ville dei nuovi ricchi dal Nord al Sud della penisola (sembra che al mercato nero gli alberi secolari valgano tra i 3 e i 10 mila euro l’uno) o addirittura in legna da ardere per le pizzerie. E pare che non basti a fermare lo scempio neanche una avanzatissima legge regionale promulgata nel 2007, che punisce con multe fino a 250 mila euro chiunque danneggi, abbatta, espianti, metta in commercio gli ulivi, in particolare quelli più longevi. È il segno che siamo di fronte a un vero e proprio tarlo culturale, a un crimine diffuso. Sempre più frequenti sono le notizie di furti che approdano sulle pagine dei quotidiani. E sempre più frequenti sono i furti non denunciati. A molti sarà capitato, almeno una volta, di vedere dei predoni all’opera, o di scorgere le ferite aperte lasciate sul campo dal loro operato, dopo che si sono dileguati.
Abbattere gli ulivi secolari non è affatto un reato minore, tra i reati ambientali. Anzi li racchiude tutti. Inquinare le falde acquifere, estirpare interi boschi, utilizzare le vecchie cave di tufo come discariche abusive, sotterrare i peggiori veleni, come se la terra, le pietre, l’aria siano una cosa a parte e non convivano con noi in ogni momento, sono tutti atti barbari e mafiosi racchiusi nelle violenze commesse contro l’albero principe del Mediterraneo.
Non serve continuare con le citazioni colte. Non serve ricordare che il momento più intenso dell’intera Passione si svolge proprio nell’Orto degli Ulivi. Non serve ricordare che nell’Odissea Ulisse capisce di essere approdato a Itaca, che inizialmente non riconosce, solo dopo aver visto il porto di Forcine “e la verde frondosa oliva che gli sorge in cima”. Non serve ricordare tutto questo a chi imperterrito, segando un ulivo, sega in pochi minuti le basi millenarie della nostra cultura, e quindi commette un reato culturale ancora più impietoso.
I milioni di ulivi che segnano il paesaggio pugliese e dell’intero Mezzogiorno non sono un semplice prodotto della natura “eterna”, sono un prodotto dell’uomo, dell’intervento dell’uomo, della laboriosa operosità di generazioni e generazioni di contadini che hanno popolato le campagne. Nell’antichità furono i fenici e i greci a portare l’ulivo dalla costa orientale a quella occidentale del Mediterraneo. In tempi più recenti, nell’Ottocento, il Sud diventa ancora “più mediterraneo” con l’impianto di centinaia di migliaia di ulivi, il cui olio non serviva solo alla tavola ma soprattutto per l’esportazione verso il Nord Europa e per scopi industriali: ad esempio, per ammorbidire la lana nelle industrie tessili inglesi.
Oggi è questa mano dell’uomo, questa lenta umanizzazione della terra, ad essere aggredita e ferita. Non è solo una questione “verde”, ambientale. Anzi, nel suo essere allo stesso tempo storica, illumina pienamente l’importanza decisiva di quelle che definiamo “battaglie ambientali”. La scomparsa degli ulivi tradisce una lotta feroce, senza quartiere, per la distruzione e l’accaparramento della campagna: una sua riduzione radicale o a catino di scarico o a natura morta da depredare.
Forse arriverà un’epoca in cui divideremo la nostra storia in un prima e in un dopo la scomparsa degli ulivi. Quando ciò accadrà, sarà ormai troppo tardi per accorgersi che, decenni prima, dietro l’abbattimento di ogni albero secolare non c’era solo il simbolo dell’accaparramento privato di un bene pubblico, non c’erano solo le stimmate dell’incultura e della barbarie diffusa, di una mutazione antropologica degli uomini e delle donne del Mediterraneo, non vi era solo la prova più lampante dell’insensatezza e dell’insostenibilità di un modo globale di rapportarsi alla natura e agli altri che ammette la compravendita criminale di tutto (che sia un albero o una escort o un rene).

C’è qualcosa di più profondo, in tutto questo: un’azione potenzialmente suicida. Un’irrazionale brama di ridurre in deserto ciò che è stato, il paesaggio che ci circonda e la cultura che esso ha sprigionato, la Bibbia come l’Odissea. Una vorticosa voglia di chiudersi in un eterno presente immateriale, onnipotente, fittizio, fatto di immagini ma non di vita reale. In attesa che tutto crolli.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “La scomparsa degli ulivi”
  1. Eva scrive:

    Ma c’è un nuovo crimine ambientale che sta divorando i nostri ulivi. Un paradosso interno allo stesso concetto di protezione ambientale: l’installazione dei pannelli fotovoltaici. Ripercorrevo ieri un tratto di Puglia che frequentavo abitualmente fino all’anno scorso. Ebbene, ad un pugno di mesi di distanza, ho dovuto constatare che in molte di quelle campagne goffamente protette da abbozzi d muretti a secco e un tempo costellate di ulivi, adesso compaiono troppo spesso dei vuoti di acciaio e silicio. Mi ha fatto davvero impressione tutta quella terra rossa così nuda sotto il sole, con la sola alternativa di quei pannelli, e qualche ulivo che resisteva un po’ più in là (per quanto ancora?). So che la normativa pugliese in materia è piuttosto restrittiva rispetto a quanto avviene nel resto d’Italia, so anche che gli imprenditori del settore sono parecchio insofferenti a questi legacci, tuttavia non è stato fatto abbastanza. Io non so se quegli ulivi mandati al sacrificio fossero degli alberi secolari, non li ho osservati nel corso delle mie incursioni. Molto semplicemente: sapevo che erano lì. E’ una cosa che dai per scontata da queste parti: c’è un pezzo di terra, quindi c’è un ulivo. Spesso, purtroppo, dai anche per scontata qualche altra presenza: lo scheletro di una lavatrice, la tazza di un water in cerca di tranquillità, i copertoni brucianti di donne in vendita…Ma loro, comunque, Gli Ulivi, ci sono sempre, generosi ben oltre il loro naturale destino.
    E invece no. Ieri Gli Ulivi non c’erano più.

    Grazie di cuore per questo articolo.
    Eva

  2. Eva scrive:

    AIUTO!
    Sta per approdare in Consiglio Regionale la proposta di modifica alla legge n.14 del 2007: la legge della Regione Puglia sulla tutela degli ulivi secolari che fu approvata, è bene dirlo, all’unanimità. tale modifica consentirebbe la deroga ai divieti di abbattimento, espianto e commercializzazione degli ulivi monumentali e aprirebbe la strada alla lottizzazione di aree agricole, senza la necessità di ottenere pareri paesaggistici. La modifica potrebbe essere approvata già il prossimo 12 marzo!

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