Inchiesta n. 186 ottobre-dicembre 2014

La scomparsa di Raimondo Coga

Questo pezzo è uscito sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ringraziamo autore e testata.

Di Oscar Iarussi

Nel 2015 la casa editrice Dedalo raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività, ma il fondatore Raimondo Coga – scomparso ieri mattina all’età di 79 anni – di certo avrebbe scoraggiato le celebrazioni. Era un uomo schivo e fattivo. Il suo understatement aveva del proverbiale: rifiutò tre lauree honoris causa e resisteva alle rare interviste persino durante l’intervista stessa. Una decina di anni fa tornammo dalla zona industriale di Bari, dove ha sede la Dedalo, col taccuino colmo di storie. Ma Coga le aveva condite con il ricorrente invito a non trascrivere questo o quel ricordo: «Lasci perdere… È un dettaglio, ci porterebbe lontano». I giornali Coga li conosceva bene: negli anni Ottanta del ‘900 fu consigliere d’amministrazione della «Gazzetta del Mezzogiorno», e la Dedalo stampa da alcuni lustri un quotidiano romano in teletrasmissione.

Naturalmente, «lasciar perdere» non fu possibile  né sarebbe stato giusto perché erano in gioco le memorie di un protagonista della vita culturale italiana lungo stagioni feconde e decisive (in particolare gli anni Sessanta-Ottanta). La Dedalo resta una delle sfide vinte dal/nel Sud, nella Bari dei capitani coraggiosi  dell’editoria, produttivi senza boria: oltre a Coga, c’erano Vito Laterza erede ed innovatore di una importante tradizione, Vito Macinagrossa dell’Adriatica, Mario Adda, Nicola Cacucci e Diego De Donato.
La Dedalo nasce nella primavera del 1965 da una pregressa esperienza di Coga prima con l’Einaudi, di cui vendeva libri per potersi permettere il lusso di comprarne altri per sé, e poi con un’agenzia che rappresentava Feltrinelli, Guanda e Parenti. Coga non era riuscito a laurearsi in Lingue e Letterature straniere, ma all’università divenne amico di Mario Sansone e dei giovani intellettuali Tateo, De Castris, Marzi e Vittorio Bodini. E già nel 1961, in occasione delle manifestazioni torinesi per il centenario dell’Unità italiana, aveva ideato un’antologia sulla Puglia, con la grafica di Mimmo Castellano e i testi curati da Giuseppe Giacovazzo.

La Dedalo aderì all’obiettivo di un celebre saggio di Charles Percy Snow: «superare le due culture», mettendo in comunicazione le discipline scientifiche e quelle umanistiche. Niente letteratura e narrativa. Sociologia, diritto ed economia, da una parte; architettura,  urbanistica e medicina, dall’altra. E ancora oggi la casa editrice, il cui catalogo allinea oltre milletrecento titoli, predilige la saggistica e fa opera meritoria nel campo della divulgazione scientifica.

I primi consulenti, tra i baresi, furono il medievista Giosuè Musca e Achille Petrignani che insegnava architettura. A Milano, invece, un prezioso consulente venne individuato in Mario Spinella, letterato marxista e intellettuale a tutto campo che curò la prima collana, «La scienza nuova», con titoli  di sociologia, antropologia, linguistica, e autori del calibro di Bachelard, Poincaré, Henri Lefebvre, Virilio,  Derrida, Balandier, Vittorio Lanternari, Ferrarotti. Poi toccò alla collana «Storia e civiltà» in cui apparvero saggi di Francesco Gabrieli, Gabriele Pepe, Santo Mazzarino, il giovane Luciano Canfora, lo stesso Musca, Fernand Braudel, Georges Duby…

Ma dire «Dedalo» equivale soprattutto a dire «riviste». Coga ne varò a decine, sul sito web se ne contano quarantatré, praticamente in tutti i campi. Perché, gli chiedemmo, tanta passione per le riviste? «Semplicemente, per il ‘68. Parlo del desiderio di dibattere con strumenti agili e di intervento politico in varie discipline. Io cominciai l’anno prima, quando nel 1967 rilevai la testata della rivista “Sapere” dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti che erano in dismissione. Affidai “Sapere” alla direzione di Adriano Buzzati Traverso e poi a Giulio A. Maccacaro che mandò in edicola numeri di straordinario interesse dedicati alla diossina di Seveso e alla legge Basaglia contro i manicomi».

E se da qualche tempo «Sapere» è rinata per volontà di Claudia Coga, che ha preso le redini della casa editrice, molte delle riviste sospese continuano a essere menzionate, studiate e rimpiante, da «Cinema nuovo» di Aristarco alla «Monthly Review» della sinistra radicale americana di Hubermann e Sweezy, dal «Piccolo Hans» a «Mediares». Fra tutte, poi, è impossibile dimenticare «il manifesto», nato nel 1969 come mensile Dedalo, dopo che Rossanda, Pintor e compagni, ancora iscritti al Pci, si erano rivolti invano sia alla Einaudi sia alla Feltrinelli. Approdarono a Bari e Coga disse subito di sì, ponendo la condizione della diffusione di massa, in edicola. Ne uscirono dodici numeri prima che la Dedalo regalasse la testata al collettivo per far nascere a Roma il quotidiano. Fu un successo: si vendevano  trentamila copie a numero, con picchi di settantamila.

«A darci una mano – ricordava l’editore – fu il mio amico democristiano Giacovazzo che, conducendo il Tg1 della notte, citava spesso “il manifesto”, sia pure per evidenziare le divisioni interne al Pci che avrebbero portato all’espulsione di Rossanda e compagni».

Coga fu anche tra i primi in Italia a vendere software e si divertiva a progettare personalmente sistemi informatici («Lavorai, io uomo di sinistra, per un’azienda italiana che faceva circuiti per i missili Nato»). Nell’80 venne chiamato a presiedere la Net, la Nuova Emittenza Tv del Pci, ipotetica alternativa a Canale 5: «Un esperimento fallimentare. Berlusconi proponeva varietà e film, loro avevano pensato a programmi sulla storia del movimento operaio che non avrebbe visto nessuno. Con me c’era un giovane Walter Veltroni. Convinsi il Pci a vendere i macchinari e almeno non ci rimisero».
Coga non si faceva troppe illusioni sul futuro del suo – e nostro – mondo, che chiamava «ICM, l’Industria della Carta da Macero», tuttavia mai disperando e sempre sperimentando. Ha continuato a lavorare, nonostante la malattia, fino a qualche giorno fa.

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è nell’Ufficio del Caporedattore Centrale della “Gazzetta del Mezzogiorno”, di cui a lungo ha curato le pagine culturali e per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
Commenti
2 Commenti a “La scomparsa di Raimondo Coga”
  1. augusto lana scrive:

    un ricordo di antichi, seri e fattivi rapporti di lavoro….mai dimenticato.

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