ildiariodellamiascomparsa-azuma

La scomparsa di Hideo Azuma

di Simone Tribuzio

Quello dell’autobiografia è un filone narrativo che negli ultimi anni viene portato avanti da nomi illustri della letteratura mondiale. Basti pensare alla formula ibrida nell’autofiction di Emmanuel Carrère, o all’ultimo romanzo famigliare di Claudia Durastanti (La straniera), che ripercorre gli anni dell’infanzia passata tra Brooklyn e la Basilicata.

Il fumetto è stato altresì attraversato da questa corrente narrativa, le cui opere hanno solcato prepotentemente il medium e ottenendo un largo consenso da critica e pubblico: dal Premio Pulitzer Maus di Art Spiegelman a Io le pago di Chester Brown,

E ora tocca a Il diario della mia scomparsa di Hideo Azuma, in Italia pubblicato dall’editore milanese J-Pop, con cui l’autore giapponese – venuto purtroppo a mancare lo scorso ottobre – ha ottenuto un meritato Gran Guinigi (categoria Riscoperta di un’opera 2019), massimo riconoscimento che conferisce ogni anno la manifestazione di Lucca Comics & Games.

L’autobiografia inizia con un Azuma tormentato dal suo editor: rispondere alle sue aspettative è diventato un peso che non riesce a reggere. Colto da una profonda crisi creativa, Azuma decide di mollare pennino e chine per vivere – forse per sempre? – da clochard. Hideo Azuma non lascia detto nulla a sua moglie se non una fugace scusa sull’uscio di casa («Vado a comprare le sigarette»).

Proprio lo stesso mangaka, che poco prima aveva plasmato felicissimi successi come Pollon e Nanà Super Girl, cade così nella depressione più profonda.

La vita all’aperto lo renderà sin da subito più agile e confidente con gli spazi aperti, complice una natura gentile che avvolge i parchi pubblici giapponesi. Ed è così che Azuma conduce la sua esistenza da senzatetto, arrangiandosi con il poco cibo che riesce a procacciare (tra gli avanzi lasciati nella spazzatura), con il fuoco utile per cuocerlo e per riscaldarsi nelle fredde serate d’inverno.

La fuga dalla città si ripete nel 1992: Hideo Azuma lascia di nuovo lavoro e famiglia per ritrovare la serenità che solo la vita di strada gli aveva promesso. Nonostante tutte le avversità che incontra sul cammino, l’autore-clochard avrà la forza di raccontarsi con smaliziata ironia e quasi mai cedendo il terreno alle sue paure, spesso rappresentate come yokai e mostriciattoli del folkore nipponico.

Più avanti Azuma viene assunto – per caso – come tecnico idraulico da una ditta specializzata in riparazioni. Da qui legherà forti amicizie con diversi colleghi che prenderanno a cuore il suo animo tormentato.
Ma Azuma non fa in tempo a tornare sul tavolo da disegno che cade nel vizio dell’alcolismo, fino a passare diversi giorni in un reparto di riabilitazione, in quella che è a tutti gli effetti la parentesi più dolorosa e intima del suo crollo pischico.

«Questo manga si sforza di avere una visione positiva di tutta la faccenda, quindi ho evitato il più possibile i disegni realistici», una limpida dichiarazione d’intenti, quella del papà di Pollon, che si manifesta in tutto il volume. L’autore si mette più volte alla berlina e senza alcun ripensamento, tanto da autoritrarsi sempre come un uomo tracagnotto dalle movenze goffe. Il filtro comico annulla il climax drammatico, spazzando via ogni tentativo di autocommiserazione.

A trent’anni dalla travagliata esperienza, viene pubblicato in Italia questo memoir delicato e complesso, ma prima di tutto autoironico, nonostante la spietata crisi del foglio bianco che lo spinse a vagabondare e a sfidare le intemperie.

Il diario della mia scomparsa è l’autoanalisi di un’anima vagante che non guardava mai il mondo con disprezzo, anzi, ne contemplava molto volentieri i lati più felici e umani.

Aggiungi un commento