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La scomparsa di Stephanie Mailer: intervista a Joël Dicker

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di Matteo Cavezzali

«Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perchè sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito». Così diceva lo scrittore e professore attorno al cui mistero ruotava “La verità sul caso Harry Quebert”: romanzo da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue e gratificato nel 2012 del Grand Prix du roman de l’Académie française e del Premio Goncourt des lycéens.

È uscito in questi giorni il nuovo romanzo di Joël Dicker, autore svizzero che con quel romanzo ha venduto oltre 6 milioni di copie nel mondo. A sei anni e due libri di distanza torna in libreria con “La scomparsa di Stephanie Mailer” (La nave di Teseo, traduzione Vincenzo Vega). Lo scrittore è stato intervistato in occasione di ScrittuRa festival che si è svolto a Ravenna a maggio.

Il protagonista de “La verità sul caso Harry Quebert” era uno scrittore che dopo il successo cade in una crisi di creatività, pare che invece a lei il successo abbia fatto venire molte nuove idee. Si trova a suo agio nel ruolo di “scrittore famoso” o sente la pressione delle aspettative quando scrive un nuovo romanzo?

«Non mi sento uno scrittore famoso. Sa, ho più romanzi rifiutati dagli editori, che romanzi pubblicati. Mi sento ancora un giovane scrittore, ho ancora tanto da imparare. C’è una grande differenza tra la percezione che le persone hanno di me e la percezione che ho io di me stesso. Quando scrivo, sono chiuso, da solo, nel mio studio, e per due o tre giorni non condivido il mio lavoro con nessuno. Quindi non ho alcun rapporto con la fama».

Anche “La scomparsa di Stephanie Mailer” è ambientato negli Stati Uniti, come mai ama questa ambientazione che per gli europei è da un lato esotica, ma dell’altro molto conosciuta proprio attraverso la molteplicità di libri e film che la utilizzano come scenario?

«Credo che gli Stati Uniti, un paese che conosco molto bene, mi permettano di mettere una distanza tra l’io, Joël, e l’io narrativo, cioé di essere in una sorta di libertà assoluta che mi permette la fiction, senza rischiare di cadere nell’autofiction, ma facendo comunque in modo che tutto sia credibile, perché conosco bene i posti e gli ambienti di cui parlo. Spero un giorno di riuscire ad acquisire la stessa libertà romanzesca ambientando la storia in Svizzera. Sarebbe una tappa importante per me come autore».

A proposito di cinema: è stato presentato da poco a Cennes la serie tv ispirata a “La verità sul caso Harry Quebert” con attori molto noti come Patrick Dempsey e diretta da Jean-Jacques Annaud, regista di film come “Il nome della Rosa” e “Sette anni in Tibet”. Che effetto le ha fatto assistere alla anteprima? Se la immaginava così?

«La serie mi è parsa magnifica e sono felice che esca. Jean-Jacques Annaud ha fatto un lavoro straordinario. Oltre alla bellezza delle immagini e della fotografia,  la forza di Jean-Jacques Annaud è l’aver saputo rendere nei personaggi e nei luoghi i sentimenti del libro. Penso proprio che i lettori non resteranno delusi e non si sentiranno traditi anche se l’aspetto fisico degli attori non corrisponde a quello che avevano immaginato leggendo il romanzo, perché Annaud è riuscito a cogliere i sentimenti che esprimono i personaggi e ha saputo renderli perfettamente. Questo significa che esiste un legame invisibile ma molto forte tra romanzo e serie».

Molti critici dicono che le serie televisive riescono ad essere molto più letterarie, a livello di intreccio narrativo, rispetto ai film. Cosa ne pensa? Ci sono serie tv che la appassionano?

«Le serie tv non hanno inventato niente. Pensi ai romanzi che uscivano a puntate sui giornali, come feuilletton. Credo che le serie attuali siano megametraggi, cioé lunghi film. E questo si avvicina di più a ciò che in genere permette di fare un romanzo in termini narrativi: una storia forte, avvincente, di lungo respiro, quello che i film di due o anche tre ore non possono fare, perché non si ancorano nel quotidiano. Un film occupa una serata, un romanzo può richiedere una o due settimane, c’è quindi un’immersione totale. È quello che fanno le serie oggi. Ma voglio ricordarlo: la serie tv ha preso tutto dal romanzo e dal cinema, non ha un Dna proprio. Tra quelle che amo di più ci sono Breakings Bad e Narcos».

Ne “La scomparsa di Stephanie Mailer”, come in tutti i suoi romanzi ha una grande importanza il passato, e la verità ci mette sempre moltissimo tempo ad emergere. Qual è l’importanza del passato per i protagonisti dei suoi romanzi?

«Credo che il passato sia indispensabile a vivere il presente. Il passato è l’insieme degli elementi costitutivi di un personaggio. Un personaggio esiste nel presente di un libro perché è esistito prima, o ha vissuto esperienze che l’hanno formato. Quindi per me è molto importante esplorare il passato dei miei personaggi».

I suoi romanzi hanno sempre meccanismi narrativi molto avvincenti. Come costruisce le sue trame piene di colpi di scena? Quando inizia a scrivere è già tutto deciso o c’è margine per l’improvvisazione?

«C’è una grande parte di improvvisazione nel mio lavoro. Inizio sulla base della prima idea che mi viene, senza farmi troppe domande. Ed è il lavoro attorno a questa idea che fa scattare il romanzo. In genere, l’idea di partenza poi scompare, perché viene assorbita dalla trama, ma intanto mi ha permesso di avere un punto di partenza».

Come riesce a creare sempre tanta “suspance” nei suoi lettori? Qual è il suo segreto?

«Lavoro senza pianificazione, ed è appunto perché non so dove sto andando che posso, per un certo verso, testare se il filo della storia resta avvincente per me. Ricordiamolo, sono il mio primo lettore. Quindi per assicurarmi che la storia sia coinvolgente devo essere il primo a sentire la suspence, altrimenti non funziona».

Lei è svizzero come un grande autore di trame: Friedrich Dürrenmatt. Nella sua scrittura però si vede l’influenza anche di autori del nord Europa e statunitensi. Cosa legge Dicker?

«Dürrenmatt è un autore stranordinario. Bisogna assolutamente leggere  La promessa. Mi piacciono in particolare Romain Gary, Marguerite Duras, Dostoevskij, Gogol, Jonathan Franzen, Jonathan Safran Foer».

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