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La scoperta di Cosa Nostra

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«La mafia in Sicilia si occupa anche del mercato dei fiori». A dirlo fu il giudice Cesare Terranova, l’uomo che aveva arrestato il “corleonese zero”, Luciano Liggio, antenato di Riina e Provenzano. Terranova, dopo due mandati parlamentari, deluso dalla politica, tornò in magistratura nel giugno del 1979, in tempo per essere ucciso tre mesi dopo a Palermo.

Così potete giurare che pure la composizione floreale regalata dal prete del paese a Kay Corleone (Diane Keaton), sotto gli occhi di Michael Corleone (Al Pacino), nella scena del matrimonio del Padrino parte III, girato nel 1990 a Forza D’Agrò, in provincia di Messina, sarebbe stata meritevole di sequestro. Anche quel “mazzolin di fiori” utilizzato sul set profumava certo di racket e polvere da sparo.

Cosa nostra siculo-americana è stata sempre connessa con ogni possibile business, innocenti fioriture comprese. Soprattutto con quello del cinema. Dagli anni del Proibizionismo non ha mai smesso di nutrirlo, fornendo sceneggiature, personaggi, azione. Regalandoci, nel frattempo, la prima anticipazione della imminente globalizzazione del mondo. Chi, nel novecentesco “secolo americano”, ha collegato meglio delle cinque famiglie d’onore newyorkesi (Genovese, Gambino, Bonanno, Colombo, Lucchese) i grattacieli di Manhattan, gli algoritmi della Silicon Valley, i piani strategici della Seconda Guerra Mondiale (vedi la partecipazione allo sbarco alleato in Sicilia) con le più sperdute mulattiere siciliane e le fontane per muli dei paesini descritti nel Gattopardo?

0238120_La scoperta di cosa nostra_Esec@01.inddLa mafia è stata un ponte tra Sicilia e America. Ma ignoravamo che anche per l’antimafia è stato così. C’era un ponte invisibile, una continuità storica tra le due sponde, anche per chi i boss ha combattuto. A rivelarcelo è il giornalista Gabriele Santoro, l’autore di La scoperta di Cosa nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia (Chiarelettere). Solo che, mentre per le gesta di Cosa nostra i media, il cinema, l’editoria mondiale ci hanno fornito montagne di storie, tanto da farne leggenda, per scoprire la continuità tra Antimafia italiana e quella a stelle e strisce dobbiamo tornare alle origini. E finalmente ci spiegheremo, tra l’altro, perché dopo la strage di Capaci del ’92 venne eretta nella scuola dell’Fbi a Quantico, Virginia, una statua del giudice Giovanni Falcone.

Eccolo il perché: prima del giudice-simbolo e delle moderne guerre antimafia condotte da lui in Sicilia, in America c’erano già solidi precedenti. E così Falcone è diventato, agli occhi dell’Fbi, anche una icona americana che innovandola aveva perpetuato quella tradizione.

Questi precedenti, per gli agenti dell’intelligence americana avevano aperto la pista al suo lavoro e oggi, inequivocabilmente, ci dicono anche quanto tempo si è perduto. La mafia come “nemico interno” delle democrazie. Il termine lo conierà Robert Kennedy, fratello del presidente degli Stati Uniti, JFK, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963.

Bob Kennedy verrà assassinato a sua volta il 6 giugno 1968, quando era destinato a succedere al fratello alla Casa Bianca. Venne fermato, ma ebbe comunque il tempo di fondare nel ’61 il primo pool antimafia della storia, in anticipo sull’idea di un “lavoro antimafia collettivo” promossa per primo in Italia dal consigliere istruttore siciliano Rocco Chinnici e poi attuata dal pool palermitano guidato da Antonino Caponnetto, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il team che istruì il maxiprocesso del 1986 decretando la condanna definitiva dell’Onorata società davanti al mondo.

«Nemico interno»: con questa etichetta Bob Kennedy, all’inizio dei Sessanta, tira fuori la mafia dall’ombra, e spiega all’America (contro le resistenze dello storico capo del Fbi, John Edgar Hoover) che non sarà più l’Urss il nemico pubblico numero uno, ma una impresa criminale che, quanto a fatturati, aveva già superato la General Motors. E lo farà (altra analogia con l’Italia) con un uso inedito dei media, curando le dirette televisive delle sedute della Commissione d’inchiesta McClellan (viste da milioni di americani), inventando il programma di Protezione testimoni (da allora lo sentiremo citato in ogni film d’azione), esponendo il primo pentito della storia di Cosa nostra (Joe Valachi), e infine, invocando il reato associativo mafioso. Dopo Kennedy verrà varata, nel 1970, la contestazione penale di racketeering (traffici illeciti), prototipo del 416-bis, approvato in Italia nel 1982.

L’autore ha viaggiato, scavato archivi, intervistato i sopravvissuti dell’entourage dei Kennedy, consultato e collegato montagne di carte. Così, chi vuole trovare le origini della Mano Nera non dovrà più limitarsi al vecchio volume del 1970 sulla “cantata” di Joe Valachi, The Valachi Papers, curato in Italia da Fruttero e Lucentini e scritto dal cronista del New York Times Peter Maas. Oppure rivedere la pellicola targata De Laurentiis, I segreti di Cosa nostra, nella quale Charles Bronson impersona il collaboratore di giustizia, affiancato da Walter Chiari e Amedeo Nazzari (film che la Paramount si rifiutò di distribuire per le minacce ricevute, poi accolto dalla Columbia, solo dopo la mediazione di certo Jimmy detto Blue Eyes).

Il lettore scoprirà che don Vito Genovese, latitante, nel 1937 venne nominato commendatore da Mussolini e che nel 1963 l’assalto di fotografi e cronisti fu tale da rischiare di mandare in vacca la prima deposizione di Valachi: la mafia era già showbiz. I giornali italiani, nelle prime corrispondenze, chiamarono curiosamente la mafia “Casa nostra”, anziché Cosa nostra. Un caso di specie di “lapsus freudiano”, forse.

Piero Melati è nato a Palermo e vive a Roma. Ha lavorato al quotidiano «L’Ora», per il quale ha seguito la guerra di mafia e il Maxiprocesso. In seguito a «Paese Sera», a «Repubblica» e infine al «Venerdì», dove è stato vicecaporedattore e responsabile delle pagine di cultura.
È direttore artistico del festival siciliano dell’editoria “Una Marina di Libri”. Collabora a «L’Espresso», al «Venerdì» e a «Robinson di Repubblica». Ha scritto Vivi da morire (Bompiani, 2015), Giorni di mafia (Laterza, 2017) e il capitolo Sicilitudine di Alfabeto Camilleri (Sperling & Kupfer, 2019). Il suo ultimo libro è La notte della civetta (Zolfo, 2020)
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  1. […] articolo del Venerdì  di Repubblica, ripreso da Minima et Moralia, parla del libro La scoperta di Cosa Nostra, di Gabriele […]



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