scordanza

La scordanza

di Graziano Gala
(Fonte foto)

[Io sono un uomo che dimentica tutto ciò che vorrebbe irrimediabilmente ricordare.

Di scordanza, mi sono ammalato di scordanza: me lo ha detto il dottor Contigliozzi, che con quel cognome che si porta appresso, Contigliozzi sarà di sicuro l’ultima parola che sibilerò nella penombra di una clinica ad un’ecuadoregna che mi cambia il pannolone. Ad un certo punto la guarderò compassionevole come chi deve confessare il più grande dei segreti, la costringerò ad avvicinarsi e … Contigliozzi, le sussurrerò, per poi girarmi altrove. Lei mi guarderà ottusa, continuerà il travaso, e io starò a rimpallare nelle meningi quest’ultima cartuccia inutile che rimanda ad un tal Contigliozzi.

Contigliozzi dicevamo, con quel suo cognome un po’ da cronista del secolo decimonono, un po’ da fesso del condominio di fronte, me lo ripete di continuo: cosa mi ripeta, di preciso, saremmo ai miracoli a ricordarlo, ma a tentoni, se mi sforzo, la sua predica dovrebbe avere a che fare col fatto che la mia patologia, questa benedetta scordanza, è irreversibile, progressiva e pericolosa per i miei cari.

È infettiva, mi dice: il problema è che me ne dimentico.

E da lì è tutto un balletto di mogli, figli e amanti, di vittime potenziali e sconosciute, di sorprendenti consuetudini e di innumerevoli prime volte, ché se non mi ammazza, la scordanza, di sicuro non mi dimentica: in quanto a memoria, io, invece, le cose tendo a sbiadirle e a volte l’amnesia riesce quasi a divertirmi.

È sempre una novità, ad esempio, quando Sabina – vent’anni di matrimonio – rifiuta la mia richiesta di mettersi a quattro zampe mentre facciamo l’amore, tirandomi un ceffone puntuale e dicendomi che Dio mi farà pagare tutte le colpe che ho scontato, anche quelle che non ricordo, mentre altrettanto puntualmente io penso, ogni benedetta volta, che il Dio suddetto abbia deciso di farmi scontare tutto per tempo dotandomi di una moglie che puntualmente rifiuta di mettersi a quattro zampe.

Fortuna che ci pensa la mia segretaria, la signorina Recordáti, a inzamparsi e inquattrizzarsi sul noce della scrivania, senza costringermi a ricordare di remore e tabù che comunque non incamererei. Ha un marito, la signorina Recordáti, di nome Comparsa: lo rammento perché lo nomina spesso. Ha anche due creature, o forse tre, o quattro, ma quale possa essere stato il mio contributo nell’atto procreativo e ricreativo portante all’eventuale nascita delle creature stesse io – figurarsi – se posso ricordarlo.

Ma il peggio, ogni giorno, lo vivo coi miei figli: Settignano e Capponcina, ragazzi dai nomi inusuali, per evitare, dice la coniuge previdente, che tu possa dimenticarli. Per qualche motivo che non comprendo il problema, con loro, non sono le anagrafi: è nelle fattezze qui la complicanza, perché i miei figli, lo giuro, non mi assomigliano, ed ogni uscita da scuola diventa un imbarazzo, con me pronto ad imbarcare sul mezzo qualunque entità quindicenne che si avvicini e che mi sorrida. Sabina mi ha dato delle loro foto, che dimentico quotidianamente sul tavolo della cucina.

Ho paura che un giorno o l’altro mi denuncino per sequestro di minore. Ho paura che si facciano una cattiva opinione di me come padre, come uomo, come marito. Io non sono un depravato, un delinquente o un maniaco.

Io sono solo uno che dimentica le cose.

Sia chiaro: se anche fossi una delle cose sopra scritte non riuscirei a serbarne traccia, ché il male si porta via tutto, dai tradimenti di mia moglie ai loro risultati eterozigoti alle segretarie, le comparse e tutto il noce industriale progettato per costruire le scrivanie.

È tutto un dimenticare qui, un annacquarsi, uno spargere fogliettini di carta in cassetti che ci si dimentica di aprire, un collezionare appuntamenti passati senza parteciparvi, un fraintendere giorni festivi e feriali, un prendersi il cazzo in mano senza sapere se un attimo prima ci si volesse fare una sega o pisciare. Io traspaio, perdo colore, divento pellicola, negativo da sviluppare nell’altrui interpretazione. Io non parlo, serro le labbra, perdo i sinonimi, torno al gesto bambino che cerca la parola che non viene. Io scompaio, resto un documento d’identità che mi sono scordato di rinnovare, una ricetta medica troppo datata per credere che siano quelle le ultime medicine assunte prescritte dal Contigliozzi, l’indimenticabile Contigliozzi. La cinta slacciata alla guida, il tintinnio del sensore, il navigatore necessario che indica consueta la via di casa, la destra e la sinistra, le scarpe da allacciare, l’orologio non regolato due volte all’anno con la sua ora d’incertezza. Io sarò presto una foto, una foto sé movente, che ciascuno potrà riempire coi ricordi che merita, con quelli che desidera, con quelli che posticciamente può inventare a suo piacimento. Marito esemplare, padre modello, generoso datore di lavoro capace di mettere a rischio azienda, dipendenti più vicini, tetti coniugali e loro contenuti. Le penne, mi restano le penne, per testimoniare, per testimoniarmi, con sempre minor inchiostro utile, con sempre minori informazioni a disposizione, con la scordanza che mi consuma e minaccia ritorsioni su chi cerca di non dimenticarmi.

Anche la voglia di scherzarci è andata altrove. Mi oriento con sempre maggiore difficoltà.

Annaspo.

Perdo continuamente contenuti.

Io sono un uomo che dimentica ciò che dovrebbe irrimediabilmente ricordare. (23/04/1994)

Io sono un uomo che dimentica ciò che vorrebbe necessariamente ricordare.  (23/04/1997)

Io sono un uomo che dimentica.  (23/04/1999)

Io sono un uomo (?)  (23/04/2001)

Io sono.  (23/04/2003)

Io.]

L’ultima riga, in calce e senza data, in centinaia di fotocopie disseminate nella credenza, tra i calzini, nelle intercapedini della muratura. Gli incaricati al trasloco ebbero di che faticare per smaltire tutta quella carta. Pietro Passati doveva essersi dato un gran da fare nell’imbrattare così tante risme. Lui adesso era altrove, in un posto specializzato per i suoi casi, con un’ecuadoregna a fasciarlo nel contenimento. Contigliozzi – diceva, ogni tanto, a chi per caso gli si avvicinasse.

I figli, oltreconfine, smaltivano l’esistenza in differita, come se il passato non fosse stato.

La casa era slacciata ora, nelle sue bollette non pagate, nelle sue utenze sospese, nelle sue cure mancate.

La scordanza imbottigliava le stanze ammorbate dell’abitazione.

Rannicchiata in un angolo del letto, Sabina Remoti, di tutto questo aveva solo un vago ricordo.

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