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La scrittura dell’altrove. Sul post-esotismo di Antoine Volodine

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La scimmia più bella è turpe al confronto della stirpe umana.

Eraclito

Affossato nella poltrona di vimini, Lenin è un animale calvo, sazio. Bogdanov tende in avanti l’addome, e per un attimo pare sovrastare l’avversario. Pettinato, vestito con gusto, assorto nella primavera dell’isola che esotica e totale galleggia sull’acqua. Lenin riprende a respirare. La sicumera del più forte. Osservati di lato, i capelli residui alle tempie appaiono gonfi, satellitari. Bogdanov scolla la mano dal vimini e fa la sua mossa. La scimmia cappuccino sulla spalla di Gor’kij, guardiano muto della contesa, caccia una specie di grido. A tutti è chiaro chi abbatterà il Re.

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Nell’aprile del 1908 Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin e Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij detto Bogdanov posano a Capri, presso Villa Monacone, mentre giocano a scacchi. Un nucleo genetico, l’inizio di una storia, un corpo anfibio e contingente che offre il fianco alla mitopoiesi. A suo modo Aleksandr Bogdanov prefigura Antoine Volodine, non solo per la comune filiazione sovietica. Entrambi romanzieri, anticapitalisti, entrambi artefici polimorfi, demiurghi di universi letterari utopici, soggetti esplosi in decine di eteronimi che compongono una sorta di onomastica pulviscolare.

E se il nome dell’ex sovchoz nuclearizzato di Terminus radioso (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia), Stella Rossa, rappresentasse un rimando all’omonimo romanzo marziano (Krasnaja zvezda, La Stella Rossa, in Italia pubblicato da Sellerio) del padre della Tectologia? Accostare Bogdanov a Volodine e viceversa, ipotizzare tra i due una potenziale vena comune – che vi sia di mezzo la filologia oppure una sovrimpressione puramente letteraria – provoca un cortocircuito fertile, un ciclo stellare che procede dalla fantascienza russa dei primi anni del Ventesimo Secolo fino alla produzione post-esotica di Volodine e degli autori (veri o presunti) che egli ascrive a questa corrente.

L’utopia cova in sé un’inconfessata religione del passato, una ricerca nostalgica delle origini, come se l’edificazione estetica di un mondo possibile fosse l’esito di un compromesso tra la tensione a rappresentare l’ignoto e il culto di ciò che esiste solo nella misura del sedimento.

Nel suo libro chiave intitolato Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia) Volodine si rivolge all’utopico come a una tragica archeologia del futuro. Manifesto di una letteratura dell’altrove, evoluzione tossica della fiction carceraria, il cuore pulsante del post-esotismo è la figura stessa dello scrittore. Colui che scrive coincide con un corpo-prigione che contiene altri prigionieri uguali e contrari, sconfitti, rimossi, martiri di un mondo al suo compimento. Elli Kronauer, Manuela Draeger, Lutz Bassmann, possono essere davvero ridotti nella categoria di eteronimi di Volodine? Non si tratta in fondo di istanze autonome? E se questo è vero, esiste una cesura visibile tra un’identità e l’altra? Se Antoine Volodine (inteso come entità organica) cessasse di esistere, Elli Kronauer, Manuela Draeger, Lutz Bassmann farebbero altrettanto?

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Una delle connotazioni dominanti della scrittura di Volodine è un famelico feticismo dell’autonomia. Per sua natura la critica è un’azione complementare al dispiegamento stesso dell’opera, a meno che – per una devianza inoculata da parametri culturali – non si riduca a produrre categorie di senso prima dell’opera stessa. Al contrario, nel solco di una vera e propria mutazione genetica, l’opera di Volodine si è sottratta alla naturale continuità con il discorso critico. Attraverso una selvaggia apocrifia, l’autore ha codificato lui stesso la propria corrente di appartenenza, e l’ha popolata con titoli di opere e nomi di autori compresi in un catalogo ibrido di invenzione e realtà storica. Ma non solo. Egli ha inventato alla radice generi letterari non ancora in essere, come il romånce o il narrat, quest’ultimo sublimazione alchemica di racconti orali trascritti in presentia praticata in Angeli minori (L’Orma Editore, traduzione di Albino Crovetto), opera che con Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima parrebbe comporre un distico, un tempo primo e secondo.

La deflagrazione di un simile innesco è vertiginosa. L’autore post-esotico materializza se stesso attraverso una voce non sua, alla maniera di un’arcana cassa di risonanza. La polifonia distorta che ne deriva ha così i contorni del prodigio. Il lettore si trova davanti a una moltitudine, una proliferazione che si è sublimata nel testo. L’alterità è lo scrittore stesso. Lo scrittore, più di altri, incarna fino all’ultima fibra la più radicale delle alterità. 

La costruzione ideologica di un mondo altro, di una “condizione esotica”, esprime dunque in Volodine una funzione rinnovata. I senza terra di Terminus radioso, gli esuli futuribili di Angeli minori, ma anche le voci intercambiabili che intervengono in Scrittori (Edizioni Clichy, traduzione italia di Didier Contadini e Federica Di Lella) sono forse i discendenti dei clerici vagantes che all’alba della Modernità affrontarono la ‘nuova’ scoperta dell’Oriente prima e dell’Estremo Oriente poi, alla ricerca del nucleo originario della propria identità culturale. La Palestina, Bisanzio, l’antica Grecia, periferie dell’essere che ritornavano in auge come centri simbolici, reliquari dal quale estrarre il reperto che svelasse il senso ultimo della propria appartenenza, ma anche della propria decadenza. Attraversare lo spazio e arretrare nel tempo, un inabissamento che per i rampolli della nobiltà nordeuropea aveva addirittura un côté geografico. Dalla Svezia, la Francia, la Germania verso Roma e la Sicilia, proprio lì dove ogni cosa acquistava un senso, per dirla con Goethe. Per tali soggetti l’altrove era un presente che portava i segni inequivocabili del passato. Nell’immaginario post-esotico e per i protagonisti delle parabole volodiniane l’altrove è un passato anamorfico che porta su di sé i segni dolorosi del futuro.

Insieme alla figura dello scrittore, altro polo semantico del post-esotismo è una nuova costruzione identitaria della specie umana. In Occidente l’edificazione ideologica dell’altro (il buon selvaggio, il saggio cinese, il negro) è sempre stata la premessa maggiore di una ridefinizione del sé fondata su differenze, affinità, proiezioni utopiche. In Volodine l’altro è l’abitante dell’altrove, soggetto inqualificabile che vaga simile a un’ombra fantasmatica nella dilatazione temporale impressa dalla scrittura. Le volute  psichiche che fanno di Terminus radioso un’opera quasi misteriosofica disegnano una geografia del mondo imperscrutabile, per la quale è impossibile definire i confini. L’altrove è diventato così la totalità dello spazio, ente esotico nella sua interezza, senza più cesure. La fantascienza (categoria di genere ormai insufficiente) ha eletto il futuro, ovvero il non-tempo per definizione, quale cronotopo per il proprio sviluppo epico. L’altrove post-esotico al contrario è ora e domani, contemporaneamente. 

Le reliquie per definizione diventano tali quando hanno smarrito una corrispondenza certa con il corpo maggiore del quale un tempo erano parte. La lingua di un santo, le sue dita, i brandelli del suo saio, sono al contempo sineddoche di un corpo e falsi potenziali. Quanto è arbitraria l’associazione di una reliquia con un nome? In un accenno dal deciso sapore volodiniano, si potrebbe affermare che l’autore di Terminus radioso abbia a lungo discusso la sua idea di letteratura dell’altrove con Evgenij Zamjatin, Olaf Stapledon, John Wyndham, Cordwainer Smith, ma senza poterne avere la certezza, nemmeno con il sostegno di un’eventuale riprova testimoniata dall’autore stesso.

Il cerchio si chiude con l’ipotesi iniziale di una filiazione dialettica tra Bogdanov e Volodine. Il sogno di Marte contro l’incubo della Seconda Unione Sovietica. L’utopia di una società fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale contro la distopia di un mondo in cui l’eternità delle ombre è una condanna indicibile. Mentre la scimmia di Gor’kij misura il tempo con i cerchi della sua coda, alla scacchiera siedono ora due uomini senza volto. Di loro si sa che sono due scrittori, appartenenti a tempi diversi, a mondi diversi. Muovono i pezzi e parlano del domani, secondo la loro allucinata, personale prospettiva. Eppure entrambi sanno che niente di umano è altro dall’uomo. È il futuro il vero straniero.

Danilo Soscia (1979) ha pubblicato la raccolta di racconti Condomino (Manni, 2008). Studioso di letteratura e di Asia Orientale ha curato il volume In Cina (Ets, 2010) e realizzato lo studio Forma Sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana
(Mimesis, 2016).
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