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“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».

Lo stesso passo dello Zibaldone viene riportato da Vanni Santoni nel suo La scrittura non si insegna, uscito per minimum fax: titolo provocatorio, dirà qualcuno, essendo l’autore un insegnante di scrittura, al quale però non manca l’onestà intellettuale di far notare a chi legge il proliferare di scuole e corsi di scrittura creativa, divenuti una prassi negli Stati Uniti, dove gran parte delle nuove leve esce proprio dalle suddette scuole, portando di conseguenza a una standardizzazione stilistica degli autori e al rarefarsi dell’egemonia americana nel campo letterario in favore di un ritorno della centralità europea.

In Italia, secondo Santoni, la nascita delle scuole di scrittura è invece dovuta anche a motivi strettamente economici: con i libri non ci si campa, e soprattutto una volta i giornali pagavano meglio gli articoli. Al momento poi non ci troviamo nella situazione degli USA – e per fortuna, vien da dire –, ma non è dato sapere come si evolveranno le cose negli anni a venire.

Lasciando da parte questi dati, torniamo al titolo La scrittura non si insegna: non si tratta di una vera provocazione. O meglio lo è a metà, diciamo pure per tre quarti, poiché l’affermazione sintetizza con efficacia il contenuto di un libro che si legge in un’oretta e che al contempo ti dice: «Questi sono gli strumenti per pensare come uno scrittore: lavoraci per qualche anno e poi ne riparliamo». Perché innanzitutto, per poter muovere i primi passi nell’intricato universo della prosa, scrive Santoni, è necessario mettersi in capo che la strada non sarà facile ma, se armati di buona volontà, nemmeno impossibile. Il percorso sarà formato da elementi tanto semplici quanto fondamentali, e che tuttavia lo scrittore in erba tende spesso a ignorare.

Vediamoli un po’.

La scrittura non si insegna è in primis un ottimo compendio del corso di scrittura da anni tenuto dall’autore degli Interessi in comune e dei Fratelli Michelangelo in giro per l’Italia appoggiandosi a differenti scuole: posso confermarlo, essendo stato allievo di uno di questi corsi. Malgrado il mio scetticismo verso la scrittura creativa in sé, nel mio piccolo ne ho tratto beneficio, specie perché si è trattato di tutto men che di un corso di scrittura scrittura creativa – e lo stesso naturalmente lo si può dire del libro.

Il metodo-Santoni ricorda piuttosto il «dare la cera, levare la cera» del Maestro Miyagi, qui tradotto in due parole imprescindibili che si scolpiranno in modo indelebile nella testa dello studente: «Dieta» e «Disciplina».

Ora, cosa rappresentano queste due «D»?

La Dieta non è altro che la lettura.

Dai, allora basterà leggere il più possibile, penserà l’aspirante scrittore, così mi farò le ossa. Al che il Maestro lo smonterà subito illustrandogli la vera Dieta, ossia l’immersione in testi difficili, densi, di solito considerati ostici e inavvicinabili, letture più millantate che realmente affrontate da cima a fondo. Tra queste, Alla ricerca del tempo perduto di Proust, espressione massima quanto a stile e struttura, detiene il marchio di inamovibilità da ogni tipo di dieta letteraria. A Proust si aggiungerà Joyce con il suo Ulisse; dopodiché faremo un salto negli anni a noi più vicini e incontreremo altri meravigliosi mostri contemporanei: tra i tanti, Infinite Jest di Wallace, Abbacinante di Mircea Cartarescu, 2666 di Bolaño e Europe Central di Vollmann.

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(illustrazione di Marco Renzi, elaborazione grafica di Barbara Marunti)

A questo punto sorgerà la domanda: perché questi e non altri? Perché così tanti stranieri e manco un italiano?

Fermi, dirà il Maestro, non è mia intenzione farvi diventare dei letterati: se vorrete esserlo, tanto meglio; se lo siete già, ben per voi. L’obiettivo sarà più che altro confrontarsi con i picchi raggiunti dalla letteratura coeva, con quei romanzi-mondo dove la complessità dell’architettura narrativa e il livello di sfida che questi pongono saranno direttamente proporzionali agli effetti positivi sulla mente dello scrittore-lettore.

Inutile quindi inserire nella Dieta, per esempio, Il grande Gatsby o Lo straniero: vanno letti perché sono dei capolavori assoluti, ma sono troppo perfetti, quindi quasi frustranti, per essere delle buone palestre di scrittura.

La dieta naturalmente non si fermerà qui, e non potrà lasciar fuori i classici: I demoni e I fratelli Karamazov? Obbligatori. Anna Karenina e Guerra e pace? Idem. Dickens? Sarà anche semplice, ma quando saprai far entrare in scena un personaggio come fa lui, sarai a cavallo. E George Eliot assieme a Jane Austen, ancora vi aiuteranno entrambe, coi loro Middlemarch, Orgoglio e pregiudizio, Emma.

La dieta, come si può evincere da questo breve ma ricco manualetto, non si limiterà certo ai titoli sopraelencati; anche perché, sempre dopo esser passati dal primo blocco obbligatorio, la si potrà plasmare a seconda di ogni esigenza, e qui il riferimento è ai fortunati che già hanno trovato una loro strada: non il «come», bensì «cosa» scrivere.

Chi vorrà misurarsi col fantastico, il fantasy e la fantascienza dovrà per forza passare, per citarne alcuni, dall’Orlando Furioso, da Tolkien, da Tito di Gormenghast di Mervyn Peake, da Dune di Frank Herbert, da Ubik di Dick, nonché dai racconti di Lovecraft e Poe; mentre per la distopia, almeno Noi di Zamjatin, 1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, assieme a diversi altri segnalati nel libro, dovranno far parte del bagaglio di letture.

Arricchiscono la Dieta pure gli scrittori italiani, poiché l’italiano sarà la lingua usata nel nostro caso dal novello scrittore: e allora via con Le operette morali, I Viceré, Uno, nessuno e centomila, il Pasticciaccio gaddiano, La vita agra di Bianciardi, passando per Landolfi, Bufalino e Cristina Campo, fino a Altri libertini di Tondelli e allo splendido Pompeo di Andrea Pazienza – un fumetto, sì: chi lo ha letto capirà perché è presente; chi ancora deve farlo, beato lui.

Non mancheranno neppure gli italiani viventi, tra i quali troviamo Danubio di Magris, Scuola di nudo di Siti, Gli esordi di Moresco, Leggenda privata di Mari e Geologia di un padre di Magrelli. E si potrebbe continuare a lungo, tante sono le indicazioni fornite da Vanni Santoni, che non trascurano ovviamente la narrativa breve: per chi scrive racconti, Cechov, Borges, Salinger e Munro dovranno essere Vangelo.

Una volta data la cera, toglieremo la cera, ed eccoci giunti alla Disciplina, ovvero la scrittura, attività che giocoforza dovrà divenire giornaliera, meglio se dopo una Dieta equilibrata. Per imparare a scrivere dignitosamente non c’è altro modo che farlo il più possibile e tutti i giorni, scordando quella sciocchezza chiamata ispirazione, la quale arriverà spontaneamente con una ferrea Disciplina: il cervello del semplice scrivente pian piano si tramuterà in quello di uno scrittore, ormai imbrigliato in un flusso di pensieri che lo verranno a cercare sotto la doccia o nel bel mezzo del reparto surgelati.

Spiegato ciò, dice Santoni a metà libro, ci si potrebbe fermare: l’importante è già stato detto. Vanno però aggiunti dei consigli, e anche qui non ci saranno tanto istruzioni su come scrivere un incipit o su come cesellare una descrizione perfetta, quanto una serie di errori da evitare.

Il primo: l’uso di espressioni usurate e inflazionate, nel libro ribattezzate «banality» (qualche esempio dal listone: acre odore, a folle velocità, ampio salone, rapido declino, lunghissimi secondi, fiumana di gente, con la morte nel cuore).

Il secondo: scrivere cose noiose, non interessanti per il lettore; nello specifico tutto ciò che non prevede un conflitto o una frizione.

Il terzo riguarda la spinosa questione della revisione: quante volte farla, quando farla e a chi affidare il nostro testo nel caso lo volessimo dare in lettura a terzi. Dunque, perché non placcare a un festival o a un firma-copie uno scrittore affermato dandogli il nostro manoscritto? Meglio di no: è gente che ha ben altri grattacapi, e il rischio è solo di essere odiati pur essendo dei nuovi Faulkner. Alla fidanzata che ti dice solo quanto sei bravo? Giammai. Ad amici e conoscenti che come noi scrivono e hanno strumenti teorici sufficienti per dirci cosa non va nei nostri scritti? Risposta esatta. Poi va da sé che in seguito dovremmo esser disposti a leggere i loro romanzi o racconti con la massima trasparenza e dedizione.

Dulcis in fundo, ci si trova al cospetto del Mostro finale, nella Dieta incarnato dall’Arcobaleno della gravità di Pynchon, come ebbe a dire una discepola di Vanni Santoni. Qui parliamo però della pubblicazione, agognata dagli scrittori inediti di qualsivoglia livello, ragione per la quale spuntano dalle fottute pareti un sacco di editori a pagamento pronti a dare alle stampe romanzi, raccolte di racconti o sillogi poetiche senza un lavoro editoriale serio – un passaggio irrinunciabile per i nomi già noti, figuriamoci per i novizi.

Esistono poi gli editori-truffa dai cataloghi infiniti: fanno uscire di tutto, consapevoli che l’autore avrà almeno un paio di centinaia tra amici e parenti a cui appioppare il libro; così l’editore incasserà, l’autore si terrà due spiccioli di diritti d’autore e la sua pubblicazione, nata e morta nel volgere di poco tempo, priva di distribuzione e di visibilità, sia all’interno del mercato del libro sia nel circuito letterario tradizionale.

L’auto-pubblicazione è forse meno dannosa: ma anche questa, a meno che non si tratti di poesia, purtroppo ormai ridotta a una risicata porzione di mercato, è sconsigliata. Il suggerimento di Santoni è quello di passare dalle riviste; lui ne elenca un buon numero, sia online che cartacee, tra cui il blog che state leggendo. Le riviste sono, nei casi più virtuosi, un buon punto di partenza per chi vuol far circolare i propri testi, oltreché un’occasione per confrontarsi tra pari; e da lì, racconto dopo racconto, articolo dopo articolo, potrebbe farsi avanti un editore interessato al nostro lavoro. Sempre meglio agire così che intasare di manoscritti le già straripanti caselle di posta delle case editrici.

Insomma, la prima nemica dello scrittore è la fretta, su tutte quella di pubblicare; e non c’è da averne: con un po’ di fatica e molte incazzature, seguendo queste regole si potrebbero ottenere dei risultati soddisfacenti.

Parlando a titolo personale, credo di averli ottenuti, nonostante al corso mi sentissi ringalluzzito per esser già stato un buon nutrizionista di me stesso: la Dieta ce l’avevo, ma la Disciplina? A Napoli la chiamerebbero «cazzimma», e a suo modo Vanni te la sa infondere anche attraverso le pagine di questo libro, utile magari per mettere una spunta di tanto in tanto di fianco ai libri della dieta e per ricordare a noi stessi di scrivere ogni giorno col massimo dell’impegno, rosicchiando tempo alla nostra vita sociale e ad altre passioni collaterali.

Leggere La scrittura non si insegna non sarà come ascoltare Vanni per un paio d’ore alla Cité di Firenze davanti a una birra media, riempiendo il quaderno di titoli, suggerimenti estemporanei e piccoli grandi consigli, il tutto intervallato da divertenti aneddoti; tuttavia, rappresenterà una rapida lettura per chi avesse voglia di dare il via a un’avventura che non sarà certo veloce e indolore. E una volta chiuso il libro, sarà tutto un dare e levare la cera per un bel po’ di tempo, ripetendo dentro di noi a mo’ di mantra: «Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina…».

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