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La scuola e il significato della distanza

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Pubblichiamo un intervento andato in onda domenica 13 su Radio 3 al programma La lingua batte, a proposito della scuola, sul presente e sul futuro della Didattica a Distanza.

di Simone Nebbia

La storia non avverte prima di diventare tale. E gli uomini, che la interpretano, possono leggerla soltanto a posteriori. Io sono un insegnante di lettere e opero all’interno di una scuola media. Fin da quando siamo stati raggiunti dal provvedimento sulla DAD (Didattica a Distanza) ci siamo interrogati, con gli altri docenti, sul significato della parola “distanza”.

Immediatamente abbiamo fatto i conti con una duplicità: a una distanza didattica, di trasmissione del sapere, si aggiungeva una distanza di carattere fisico, emotivo. Questo perché – e ogni docente che sa fare il proprio mestiere lo sa – non esiste insegnamento che non tenga conto della relazione, da un lato fisica, concreta e tangibile, dall’altra sensibile, tramite un contatto meno solido ma ugualmente importante, attraverso la voce, lo sguardo, la mimica.

Cosa ha comportato dunque questa trasformazione? Se c’è qualcosa che ai ragazzi questa generazione manca, oggi più di sempre, è la possibilità di vivere con spirito comunitario; ognuno di loro sperimenta a casa la noia e la solitudine come mai prima è accaduto e la scuola, il primo aggregatore della loro vita collettiva, gli permette di sperimentare la condivisione, l’interdipendenza, la socialità, specialmente considerando la virtualità, quindi proprio la logica della socialità mediata dall’assenza di corpo, come dominante delle loro giovani vite. E proprio in questa epoca di illusionismo, ogni giorno davanti agli occhi ho avuto modo di fare esperienza della loro trasformazione in un contatto quotidiano che, da cose semplici fino alle più complesse, imparasse l’incompletezza di quella virtualità in cui sanno di solito soltanto chiudersi e sparire dal mondo.

Ho notato una cosa nuova rispetto al passato, che sta per cambiare in maniera decisiva questa generazione. Ho ricordo di me studente, di quando mia madre andava a parlare con i professori e aveva sempre la sensazione che le parlassero di un altro figlio, molto diverso da quello che conosceva dentro casa. Non credo fossi il solo a gestire diversamente i due luoghi primari del mio piccolo mondo. E dunque, se famiglia e scuola vanno da sempre a costituire rispettivamente il privato e il pubblico di un adolescente, oggi ci siamo trovati in una situazione inattesa e non ancora studiata, per la quale un ragazzo vede confluire in una stessa nuvola impalpabile il pubblico e il privato: come rispondo al professore mentre mamma passa dietro? Se mi chiede qualcosa che non ho studiato papà se ne accorge senza che vada a parlare con i prof? Come pongo un freno a qualche rapporto familiare che voglio proteggere, o negare, se tutto adesso è visibile? E poi allo stesso modo, invece, ho visto il desiderio di coinvolgere nel loro privato i compagni e i professori, mostrare qualcosa che hanno in casa – un gatto, un cane, un peluche o un fratellino – e che di regola, a scuola con loro, non potrebbe andare.

E i genitori, categoria spesso di avvocati per i figli che hanno solo diritti e pochi doveri, si sono via via resi conto del lavoro difficile che gli insegnanti svolgono in una dimensione scolastica. Me ne arrivano attestati continui. E questi sono solo alcuni esempi di una trasformazione in corso di svolgimento, che avrà interessanti conseguenze sul futuro rapporto tra scuola e società.

In ultimo un pensiero al futuro: ricordo una dichiarazione giunta a scuola dalla ministra Azzolina fin dai primi giorni, di operare una “valutazione formativa e non sommativa”, quindi considerando il percorso di maturazione del ragazzo e non solo i numeri. Ma ogni insegnante degno sa che questo fa parte a priori della propria missione di insegnamento, quindi ciò mi ha fatto pensare da subito a una distanza tra chi opera attivamente e chi esercita il potere di decisione. Ecco allora come il dibattito che si sviluppa non può restare fermo alla sede politica ma ha bisogno di dialogo con le associazioni di categoria, letteralmente chi si trova a contatto con i ragazzi. E questo dibattito, oltre a quello decisivo sulle modalità e i tempi di ritorno in classe, non può non tenere conto anche dell’integrazione di questo lavoro in una didattica tornata alla normalità.

Quanto è opportuno dimenticare questo come un brutto periodo fatto di limiti oggettivi alla trasmissione del sapere? Ho l’impressione sia un errore derubricare questo momento a una pausa affrontata un po’ come si poteva, perché sul piano emotivo resta una parte importante del percorso di crescita per i ragazzi e temo che vederla rimossa non li aiuti a riconoscerne la validità. Su un piano invece più strutturale, qualcosa di buono ne potrebbe venire. Durante la mia esperienza ho avuto modo di immaginare una modalità duplice: ogni lezione collettiva in videoconferenza l’ho anticipata nei giorni precedenti da videolezioni tematiche da caricare su una piattaforma digitale come YouTube, agevolando la fruizione dei ragazzi che ne avevano solo il link da poter vedere più volte, stoppare, mandare indietro. Ho avuto anche molti genitori che hanno apprezzato la possibilità di vedere i video per aiutare a studiare i propri figli… ed ecco come questo abbia liberato la lezione collettiva per ricostruire l’argomento del giorno attraverso una partecipazione seminariale e non per forza frontale. Questo è un tema interessante: perché non tentare, lasciando forse ai docenti la scelta, di integrare questa modalità nella didattica del futuro? Restano, certo, due problemi: chi paga il superlavoro dei docenti? Come proteggere i docenti stessi dal controllo sul proprio operato scolastico? Ecco, che questo sia stimolo a un dibattito.

In conclusione credo che aver scoperto questo nuovo uso del virtuale, sviluppato in una forma di socialità e non di solitudine, sia un risultato notevole di esperienze che, ovviamente, non potranno mai sostituire l’insegnamento in presenza, ma che in qualche modo ne riproducono i fondamenti e ne conservano lo spirito, sviluppando in ogni ragazzo una responsabilizzazione individuale del proprio percorso scolastico. Quindi la chiusura data dall’emergenza mi ha prima abbattuto, come uomo e come docente, infine però sperimentando la classe in assenza mi sono convinto che la didattica a distanza fosse un modo almeno per recuperare una forma di relazione, decisiva per il loro umore, per restare in un contatto quotidiano con la forma corporea del compagno, colui che ti cresce vicino nel banco e che ti vede crescere proprio lì di fianco.

Commenti
2 Commenti a “La scuola e il significato della distanza”
  1. Enza scrive:

    Convengo con il ” salvabile” di una esperienza condotta in condizioni emergenziali, a cui non si era preparati, anche tecnologicamente. Buttarla no, per il valore che ha avuto in un momento storico esclusivo e irripetibile, per i ragazzi, per le famiglie, per i docenti che hanno prodotto uno sforzo notevole, non sempre capito. Ritengo che debba rimanere tra le memorie ( a ciascuno la propria rielaborazione ) dell’isolamento “patito” che preferisco all’inglese lockdown. Punto. Ora si guardi all’anno prossimo, avvolto ancora nelle nebbie. Cosa che trovo molto preoccupante.

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  1. […] Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Minima&Moralia. […]



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