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La seconda ondata

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di Marco Giacosa

«Siamo arrivati tutti impreparati a questa seconda ondata».

No. Io no, io e la mia famiglia no.
Ma parlo per me.

Mi metto la mascherina da quando possiamo uscire, il 4 maggio, anche all’aperto quando non in campagna. I miei amici – come tutti, io i miei amici più cari li amo – li ho visti per la prima volta il 19 giugno, in auto abbiamo tenuto la mascherina. Ci siamo stretti come fossimo adolescenti, abbracciandoci con le lacrime agli occhi, con il maschile silenzio dell’amore che non si dice: «Mi metto la mascherina, così ti abbraccio».

Ho tenuto la mascherina in spiaggia, quando mi alzavo dall’asciugamano, ho tenuto la mascherina in automobile con altri amici, che vivono a Milano e il rumore delle sirene delle ambulanze durante il lockdown ce l’avevano in testa anche e soprattutto al mare della Sicilia, quando laggiù, invece, tutti si abbracciavano perché quel suono non ce l’hanno avuto dentro.

Mi sono preso del pauroso, del fifone, dell’ipocondriaco, dell’esagerato, sono stato preso in giro e mi sono anche divertito, a essere preso in giro.

Ho messo la mascherina quando sono uscito a fare sport, ad agosto, in ascensore, all’edicola aspettavo uscisse quello prima, che cianciava a cinquanta centimetri dall’edicolante entrambi senza, non entravo, mi prendevano per un folle, uno squadernato, «Che fai, scemo, lì fuori, perché non entri?». Non entro perché sulla porta c’è il ricordo del primo avviso, dei tempi del lockdown, il negozio è piccolo, entra uno alla volta, io attendo. Spazientito, quello che cianciava usciva, l’edicolante si tirava su la mascherina, era sul mento.

Guarda il demente – leggevo sui loro visi, nei giorni in cui l’Italia dava credito a una donna che in spiaggia urlava che non c’era la malattia.

Invece c’era, sotto la cenere come il fuoco.

Bastava leggere le curve, a metà agosto. Le curve del contagio sono cambiate in quei giorni. Bastava seguire le persone serie e non le sirene. Oh, nessuno pretende il livello dottorato: bastava, santiddio, essere cauti. E, porca miseria, fidarsi. Fidarsi di chi ne sa. Io non ne so, ma mi sono fidato di chi ne sa. Questa è una grande crisi di fiducia.

Oppure bastava essere cauti. Cautela. Il principio di cautela. Il coraggio usatelo per il salto olimpico, dopo due nulli dai tutto al terzo tentativo e magari vinci l’oro, con il virus non funziona così, con il virus non esiste coraggio, il coraggio, con il virus, è idiozia, come quella dei diciottenni che con l’auto nuova fanno la gara sul grande raccordo. Non è coraggio, anche se, a quell’età, sembra.

Quest’estate abbiamo cenato in riva al mare guardando i granchi sugli scogli, bevendo vino bianco in un ristorante appartato nella bolgia di Marzamemi. «Bella e assembrata», il mio commento alla foto su Instagram.

Abbiamo bevuto negroni all’aperto, con l’istinto che mutava, dal toccarci un braccio, un gomito, una spalla, al distanziarci quando la distanza si riduceva, come avessimo un allarme elettrico, una microscarica: dannazione, non si può. Amico, amica, ti abbraccerei ancora più forte, l’impossibilità accresce il desiderio, ma resisto e non lo faccio. Abbiamo lanciato baci in aria che a raccoglierli dovremmo togliere un tappeto di petali alti un metro grossi come l’Italia.

Ai primi di settembre ho parlato in pubblico, avevo la mascherina, «Perché parli con la mascherina?», per rispetto rispondevo, ci sono fotografie in cui tutti hanno la mascherina ma l’oratore no, è sbagliato, l’oratore sputazza, sbava, è lui che deve averla, anche se all’aperto, quando non c’è la distanza, ma l’oratore si muove, passeggia tra le persone, non può contare i metri, nel dubbio l’oratore la mette.

Da quando sono iniziate le scuole abbiamo rinunciato a vedere amici carissimi che hanno due figli – li adoriamo, quei bambini – che sono giovincelli invicibili, ma non si sa mai, ci scriviamo su Whatsapp, ci mandiamo i video.

Ho cenato al ristorante il 5 ottobre nel giorno più freddo di Torino, all’aperto. Eravamo stalattiti siberiane. Sono stato un ottimo consumatore, ho fatto girare l’economia, ho chiesto consegne a domicilio, di pasti, di aperitivi, di libri da piccoli librai, di tutto quello che mi gratificasse, quando non si poteva uscire. Ho continuato a farlo pur quando si poteva uscire, quando ho rinunciato – con dolore – alle cene al chiuso. Ho rinunciato alla metropolitana, da una decina di giorni, e chi mi legge sa che un giorno su due ci scrivevo un raccontino, dalla metropolitana. Uso la bicicletta.

Sono furioso. Perché lo sapevamo tutti che sarebbe finita così, qualcuno pensava più tardi, io stesso non credevo di essere qui a scrivere della mia furia il 23 ottobre. Io non ero impreparato, io ero preparatissimo. Bastava essere cauti. E non farsi fottere dai piazzisti. Sono furioso perché, invece, si è preferito negare, non ascoltare, invocare magie, quando la conoscenza e l’accettazione sono il primo, indispensabile passo per la risoluzione di un problema.

Oggi una cara amica ha atteso 7 ore e 40 quaranta minuti, con i sintomi, malata, in auto, il tampone. Ero furioso già prima, sono furioso ancora di più. E no, la colpa non è mia, non è di quelli – tantissimi – come me, che non sono i più intelligenti del pianeta, non la sanno più lunga, ma sono stati sempre, e sempre sono, prudenti. Bastava, soltanto, essere, tutti, prudenti. Rinunciare a qualcosa, essere cauti. E adesso è tardi.

Commenti
4 Commenti a “La seconda ondata”
  1. Settembrini scrive:

    Qual è il senso di questo contributo? L’autore vuole sentirsi rassicurato che un domani lo ricorderemo per il suo essere stato ligio quando nessuno lo era? Fa piacere che qualcuno sia stato prudente, un po’ meno che nel bel mezzo di un’emergenza un intellettuale approfitti della propria visibilità per pronunciare accuse, tra l’altro anche al sistema scolastico, e frasi di (malcelata) falsa modestia, invece di guardare a chi poteva e non ha avuto la capacità di farlo – che io ricordi, infatti, certe responsabilità sono del governo: locale, regionale, nazionale, non del giornalaio con la mascherina sul mento. No, non siamo usciti migliori, siamo usciti peggiori in un modo che nessuno, questo sì, poteva aspettarsi: divisi, incattiviti, distinti fra complottisti e delatori, distanziati spiritualmente ed esistenzialmente ancorché socialmente.

  2. sergio falcone scrive:

    Troppe chiacchiere su questo argomento e poco buon senso.
    Lo spettacolo che abbiamo offerto ci qualifica per quello che siamo. Non c’è cosa peggiore dell’ignoranza.
    Se dovesse andare a finir male, che nessuno si lamenti. La colpa è solo di chi ha fatto baldoria durante i mesi estivi, dei complottisti e dei negazionisti.

  3. Plavno scrive:

    Ma come si fa a credere che la colpa sia di chi ha fatto baldoria nei mesi estivi? Ma credete voi alla voce del padrone che scarica sulle persone la responsabilità dei nuovi contagi… Poveri noi

  4. sergio falcone scrive:

    È chiaro che quest’estate ha distrutto quel poco che il lockdown aveva salvato.
    Lo dicevamo in tanti, ma ci si sono messi di mezzo anche i grandi medici, che affermavano il virus non esserci più.
    La “voce del padrone” non mi interessa. Mi interessano buon senso e ragionevolezza.

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