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La seduzione della voce

Si terrà dal 23 al 25 agosto in Valle D’Itria la X edizione del Festival dei Sensi. Ospiti di questo nuovo appuntamento dedicato al Fiabesco i nomi più interessanti del panorama culturale italiano, un sorridente girotondo di saperi scientifici e pop, accostati con naturalezza e rigore. Un festival diffuso, dove la cultura si intreccia in maniera indissolubile alla bellezza dei luoghi e sposa la grandezza della natura, pensato per un pubblico che ha voglia di accomodarsi sotto le stelle, di imboccare strade sterrate per distendersi su un prato ad ascoltare una storia sempre nuova. E proprio di voce parlerà Corrado Bologna, filologo e critico, studioso di metafisica e antropologia della Voce.
Docente di Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa e Letteratura medievale e umanistica all’Università della Svizzera italiana; Corrado Bologna ha insegnato anche a Ginevra, a Chieti, alla Sapienza di Roma e a Roma Tre. La sua ricerca attraversa vastissimi e variegati universi culturali: le poesie dei trovatori, Cavalcanti, Dante, l’Orlando Furioso, il Don Chisciotte, i mostri nella tradizione letteraria e iconografica medioevale, Aby Warburg, Carlo Emilio Gadda, Fernando Pessoa e appunto la scienza e la storia della Voce. A viva voce ha trasmesso tutta la sua curiosità in una trentennale collaborazione con RadioTre RAI.
Durante il Festival dei Sensi, domenica 25 agosto alle ore 20:30, presso il Palazzo Simeone di Martina Franca, Corrado Bologna terrà una lezione dal titolo La seduzione della voce; qui di seguito proponiamo in anteprima l’intervento che il filologo e critico terrà per l’occasione.

La seduzione della Voce
di Corrado Bologna

La Voce è prima di tutto seduzione. Affascina, incanta, perché è una forza archetipica dell’inconscio e dell’immaginario. Si nasce urlando, si ama sussurrando, si muore caricando di sonorità vitale anche l’ultimo soffio. Alla voce si legano infiniti sogni, e desideri, e paure. Ancor più delle braccia, da piccoli, ci cullava la ninna nanna nel ritmo impresso alla voce dalla mamma: quella voce, quel ritmo, li avevamo già sentiti prima di nascere, attraverso il diaframma del suo corpo, là fuori, nel mondo. Era magnifico lasciarsi avvolgere da quel fiato caldo e protettivo: la felicità è incominciata da lì. Ed è con la voce che si continua ad esprimerla: soprattutto cantando, in cerca di quel legame originario fra la voce, il ritmo, il calore, l’armonia.

Gli psicoanalisti parlano di un «involucro sonoro del sé», quasi esistesse una bolla acustica in cui la voce e l’ascolto si corrispondono armoniosamente. «L’erotismo orale, il sorriso della madre e le prime vocalizzazioni sono contemporanei», ha notato Julia Kristeva. Si incomincia a respirare, a provare il sapore dolce del latte, e poi a cercare di dar forma di parola all’impulso che emerge dalle intimità più segrete del nostro corpo. Una delle definizioni più belle della lingua è di un poeta altissimo del nostro tempo, Andrea Zanzotto, che commentando i suoi Filò, nenie infantili in dialetto composte per il Casanova di Fellini, ha insistito sul «nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come il latte». Lingua-latte che “monta” come il latte alla puerpera. Voce materna, accogliente e nutriente. Questo è la poesia, nutrice, balia e madre, per Dante e per tutti i poeti che si parlano e si rispondono, di lingua in lingua, di bocca in bocca. Il poeta russo Osip Mandel’štam, nel suo bellissimo Discorso su Dante, espresse quest’idea in modo geniale: la Divina Commedia sembra «creata con l’aiuto di una balia».

In fondo la vita è un braccio di ferro ininterrotto contro il silenzio, per riuscire ad esistere attraverso la nostra voce. La voce dura con noi, e se si scrive è per resistere alla sua fine: come intuì Roland Barthes, è necessario «durare un po’ più della propria voce». Da sempre l’uomo sogna di poter “conservare la voce dopo la morte”. La modernità per la prima volta ha realizzato questa utopia, che per noi è ovvietà quotidiana, nel caos sonoro della nostra vita. Già in un romanzo di fantascienza come Il castello dei Carpazi di Jules Veme (1892) era prefigurata, qualche anno prima di Edison, l’ideazione di un fonografo, e la sua applicazione ancillare alla riproduzione delle immagini: un innamorato senza speranza tenta di ripetere il gesto mitico di Pigmalione e di Tristano, che perduto l’oggetto adorato ne costruirono l’effigie. Lui si accontenta della voce. La vitalità, l’erotismo di quella eternità immaginaria restano nella voce condensata in una scatola magica.

La potenza della voce è anche minacciosa. È necessario contrastare la segreta violenza della voce, aprendo la nostra interiorità verso il mondo, articolandola in parola, non accettando mai di regredire definitivamente al balbettio, al clamore confuso dell’origine. Esistono cerimoniali per educare, contenere la vocalità, adattandola alla disciplina sociale: se il timbro della voce è il gesto dell’anima, occorrerà dissimularlo e simularlo insieme, dietro il paravento della “voce sociale”, di circostanza. Baldassar Castiglione spiegava che il Cortigiano dovrà possedere «la voce bona, non troppo sottile o molle come di femina, né ancor tanto austera ed orrida che abbia del rustico, ma sonora, chiara, suave e ben composta».

La voce non coincide mai con la parola: la contiene, la trasmette, ma la sopravanza sempre, sin dal grido del primo istante di vita. Con la voce si spaventa, con la voce si cura. E poi, esiste dentro di noi un flusso vocale che non si arresta mai: è il dialogo con noi stessi, che infatti chiamiamo “la nostra voce interiore”, o anche “la voce della coscienza”. Con lei possiamo parlare; la ascoltiamo, le rispondiamo. Un mantra, un continuo discorso mentale, quasi una preghiera modulata nelle volute del silenzio vivo che pulsa “all’interno” del nostro corpo. Conosciamo bene l’igiene dell’anima, la purificazione di cui, come il corpo, lo spirito ha bisogno. Ascoltare quella voce è il primo passo necessario a ritornare in noi stessi, nel clamoroso caos della quotidianità. Nelle Confessioni, uno dei libri più importanti dell’Occidente, Agostino ha depositato pagine splendide sul suono della voce interiore: ciò che noi siamo intimamente; il più intimo dell’intimo nostro.

Nella voce c’è un residuo irriducibile alla parola: è il suo timbro, la sua stoffa, la sua natura che non si lascia prendere se non attraverso la metafora. Noi siamo la nostra voce. L’impronta vocale è più individuale di quella delle dita: esistono dei polpastrelli della voce, che incidono nell’aria la nostra traccia esistenziale ancor più dei gesti, delle azioni. Riconosciamo dalla voce gli amici, le persone care. E sempre sentiamo che qualcosa di profondo è teso a sbocciare nella loro voce, però senza riuscire mai a esprimersi pienamente.

Tutte le civiltà hanno elaborato una metafisica e un’antropologia della Voce. Ma chi ha mai udito la Voce pura? Le emozioni la generano e la colmano: il gemito, il vocalizzo senza parole, il sussurro la rappresentano pienamente. Da Omero in poi si è tentato di raccontare la Voce delle Sirene, che stregavano i marinai trascinandoli nell’abisso. Franz Kafka ipotizzò che il sagace Ulisse si sia accorto che le Sirene in realtà tacevano: «Hanno un’arma ancor più fatale del loro canto, cioè il proprio silenzio». E se qualcuno riuscì a sfuggire al loro canto, «di certo nessuno mai è sfuggito al loro silenzio». Fra silenzio e voce c’è un sottile interstizio, una frattura lieve quanto fondamentale. Prima ancora che il linguaggio abbia inizio e divenga parola per trasmettere messaggi, la voce c’è già come potenza di significazione, spinta vibrante ad esprimere, cioè ad esistere.

Creatrice e distruttrice, alla potenza della Voce si legano miti, leggende, fiabe. E le voci sono belle e brutte, terrificanti e consolatorie. L’Orco ha un vocione spaventoso, il Barabino tuona e fulmina nella tempesta, la Strega ha una vocetta gracchiante e sgradevole, il Lupo imita la Nonna che ha già divorato, per mangiarsi in un boccone anche Cappuccetto Rosso. Ma per fortuna ad accompagnare i sogni dei bimbi ci sono le vocine delle fate, che li cullano e li salvano con il dono della serenità e della fantasia.

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