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La segregazione a Roma. Un modello che dura da vent’anni paro paro dall’amministrazione Veltroni a quella Raggi

di Federico Bonadonna

La giunta Raggi si prepara agli sgomberi prescritti dalla circolare Minniti con nuovi campi e nuovi residence. L’amministrazione a Cinquestelle di Roma ha infatti indetto una procedura negoziata per accogliere «nuclei familiari in gravissime condizioni di fragilità e singoli in condizioni di grave vulnerabilità sociale e/o sottoposti a sgomberi; migranti in transito, rifugiati, richiedenti asilo e/o titolari di protezione umanitaria con gravi problematiche psicosociali; stranieri e apolidi, residenti e non residenti». Con questo bando che è scaduto il 1 dicembre, il Comune cerca «strutture di accoglienza temporanea, articolata in moduli abitativi, anche prefabbricati, preferibilmente in contesti “diffusi” nel territorio cittadino per ospitare massimo 100 persone» per un costo complessivo annuo di 890.600 (iva inclusa). Dunque 24,4 euro pro die pro capite per ospitare persone in un container.

Questo modello di accoglienza che ha dissestato le casse comunali con dannosi provvedimenti emergenziali, riservato quasi esclusivamente alla segregazione di rom e sinti in epoca Rutelli con il sistema dei campi e delle roulotte e perfezionato poi sotto Veltroni con i moduli prefabbricati dei «villaggi della solidarietà», sarà quindi esteso anche alle altre categorie «fragili», come sono definiti nel bando i migranti e più in generale gli occupanti. Sì perché a Roma ci sono più di cento occupazioni organizzate in cui vivono circa 10.000 persone. Sulla strada invece si contano circa 8.000 senza dimora e nei campi abitano circa 10.000 rom e sinti.

L’assessore Baldassarre annuncia che «saranno assicurati servizio di accoglienza, fornitura pasti, lavanderia, utenze, pulizia, cambio biancheria». Dato che occorre almeno un operatore ogni dieci utenti durante il turno diurno, per accogliere 100 persone servono 10 operatori (la metà durante la fascia notturna), cioè circa 600.000 euro solo di personale (la tariffa oraria per operatore è di 9,12 euro lordi). Tre pasti al giorno costano poi circa 500 mila euro. Come si sostiene un simile progetto con “soli” 890 mila euro?

C’è poi un problema politico. Il M5S ha vinto le elezioni con un programma che prevedeva la chiusura dei campi rom e degli altri luoghi di segregazione, ora invece vuole estendere questa tipologia a tutte le persone in condizione di «fragilità». La giunta Raggi sta dunque proseguendo sul solco del «modello Roma» che prevedeva sgomberi a tappeto, ricollocazione di una parte degli sfollati in nuovi servizi e dispersione spontanea degli altri negli interstizi della metropoli. Invece di investire queste centinaia di milioni di euro in case popolari e nella riqualificazione dei quartieri abbandonati, da 25 anni continua questa pratica emergenziale. Sì perché nel 2005, tra gli altri servizi, con la giunta Veltroni aprimmo un centro di accoglienza sperimentale per “barboni cronici”, cioè persone “multiproblematiche” che vivevano sulla strada da moltissimo tempo e che avevano sempre rifiutato l’accoglienza. All’epoca dirigevo l’ufficio “Emergenza sociale e Accoglienza” e questo era rifugio di bassa soglia composto da prefabbricati che potevano ospitare un massimo di quattro persone.

I primi ospiti furono due signori sulla settantina, alcolizzati e malridotti soprannominati Cip e Ciop. Vivevano sulla strada da una vita e i volontari di associazioni e parrocchie li seguivano per portare loro coperte e pasti caldi.
Il nostro centro di accoglienza era situato in una località relativamente isolata, quindi l’impatto sociale era modesto. Ciononostante all’inizio ci fu qualche lamentela da parte dei residenti. Il centro si riempì presto di barboni, di marginali, di interstiziali, di quelle persone che quasi nessuno vuole avere tra gli ospiti perché se la fanno addosso, non si lavano, ruggiscono e vomitano.

Noi non parcheggiammo quelle persone in quel centro, né ci limitammo ad accoglierle. Le prendemmo in carico, le riconoscemmo come individui e non come generica umanità dolente né come carne in putrefazione. Ciò significa che gli operatori sociali, per tutto il periodo in cui ci hanno permesso di gestire quel servizio, si sono armati di guanti, tute e stivali di gomma per lavare queste persone perché per alcuni di loro il progetto sociale consisteva nel convincerli a tagliarsi le unghie e a farsi una doccia, obiettivo all’apparenza semplice su cui a volte abbiamo dovuto lavorare anche intere settimane. Lavate, ripulite e rivestite, molte di queste persone sono state accompagnate nei vari uffici dell’Inps e dell’Asl per sbrigare le pratiche sanitarie, per la pensione di invalidità o per far assegnare loro un tutore giudiziario. È emerso così che molti dei nostri ospiti non erano poveri, almeno non nel senso economico del termine. Alcuni infatti avevano diritto a una buona pensione d’invalidità e all’accompagnamento. Altri avevano maturato anche cospicui arretrati.

Dopo un anno i nostri prefabbricati da due o da quattro posti ospitavano cinquanta persone che accumulavano cicche di sigaretta e bottiglie di vino sotto il letto, proibito dai regolamenti ma gestito con intelligenza dagli operatori. A un alcolista cronico con settanta primavere sulle spalle che ha vissuto trent’anni sulla strada e beve fin dall’adolescenza, si può anche proibire di bere, ma questi abbandonerà il centro per tornare sulla strada, e l’istituzione l’avrà perso un contatto prezioso. Questo per dire anche dell’importanza di lavorare con operatori sociali qualificati.

Il nostro progetto di accoglienza è stato compromesso perché un anno dopo la sua apertura sono state inserite, contro la nostra volontà, alcuni nuclei sgomberati da un’occupazione di destra ai Parioli. La giunta Veltroni voleva dare una risposta che coniugasse fermezza e accoglienza. Così ci furono imposte una quindicina di famiglie italiane: donne, uomini, bambini e bambine. Protestai evidenziando il pericolo della promiscuità, di far convivere i minori con i “barboni”. Scrissi anche che tra gli ospiti c’era un uomo accusato di pedofilia in attesa di accertamenti giudiziari e che, fino a quando non c’erano bambini in zona, non esistevano pericoli. Fu tutto inutile.

La tensione era enorme. Adesso ricevevamo continue lamentale da parte della cittadinanza, del centro anziani e del mercato rionale. E soprattutto dalle famiglie ospitate nel centro che non volevano condividere lo spazio con i barboni, alcuni dei quali si esibivano in spogliarelli improvvisati davanti gli occhi attoniti dei bambini. Così l’ente gestore eresse una rete di separazione creando di fatto due campi e la tensione si stemperò.

Dopo quasi un anno di convivenza forzosa ad alcune famiglie fu assegnato un alloggio popolare ad altre un residence, quindi altra emergenza. Speravamo di poter riprendere la nostra attività sperimentale, e invece furono inserite altre famiglie, questa volta provenienti dall’est Europa che da quindici anni occupavano uno stabile abbandonato. La maggior parte delle donne si prostituiva e molti uomini facevano i protettori, i ladri, gli spacciatori. L’esile rete che separava lo spazio dei barboni da quello delle nuove famiglie, sembrava non reggere alle continue sollecitazioni. L’ente gestore moltiplicò gli sforzi, tenendosi in equilibrio tra il nostro ufficio che aveva commissionato il centro e il gabinetto del sindaco che aveva inserito a forza le famiglie. Un giorno il responsabile della cooperativa, un tipo della vecchia scuola, cinico ma capace, mi disse: “Mi dispiace, ma lo sai bene, ubi maior minor cessat. Odevaine ci ha detto di metterli lì e noi eseguiamo”. Era ed è la logica che domina la pubblica amministrazione: la politica che, nonostante sia vietato dalla legge, interviene sulla gestione tecnica (ma questo discorso merita un articolo a parte). In fondo ero un semplice dirigente, come sottolineò il tipo, pagato per gestire le emergenze. E quella era appunto un’emergenza. Risposi che era stata creata dalla stessa amministrazione, che senza pianificazione si poteva al massimo nascondere la polvere sotto il tappeto spostando gli sfollati da una parte all’altra della città.

I barboni tornarono sulla strada: si era rotto quell’equilibrio precario che li aveva visti finalmente accolti in uno spazio relativamente libero e protetto dai pericoli della strada. Passai la gestione del centro al dirigente competente che si occupava di “emergenza abitativa” perché non è vero che il mio lavoro consisteva nel tamponare le emergenze, bensì nel realizzare progetti individuali per le persone in condizione di marginalità urbana estreme. È una grande (e bella) differenza che la sinistra, almeno quella sinistra, non era interessata e forse nemmeno in grado di capire.
Questa esperienza mi ha insegnato che accogliere le persone di strada con un disagio estremo è possibile. Certo, comporta un impegno notevole, anche economico. Ma non è vero che mancano i soldi: sono mal spesi. È come per la pulizia delle strade. Petroselli diceva che Roma non è sporca, viene sporcata. Lo stesso discorso vale per le risorse: non mancano, sono male impegnate.

Per questo la giunta Raggi oggi sta perdendo un grande occasione. Le casette che Ikea ha progettato per i profughi nelle zone di conflitto o di carestie, non sono adatte all’accoglienza di famiglie sgomberate. Molti diranno che queste strutture sono meglio di niente. Sarebbe vero se non ci fosse niente, se fossimo a Gibuti, dove ho visto per la prima volta queste strutture, cioè nel mezzo del deserto al confine con la Somalia, con una temperatura costante sopra i 40° gradi e una povertà indicibile. Sì, a Gibuti queste soluzioni sono meglio di niente. Ma a Roma no.

A Roma ci sono 40.000 immobili sfitti, un parco di invenduto di almeno altrettanti alloggi, un patrimonio immobiliare immenso e poi una teoria di spazi abbandonati o sottratti alle mafie. E allora perché queste strutture? Perché la logica dell’emergenza, dunque della segregazione, consente di nascondere la polvere sotto il tappeto, di ricattare chi è in stato di necessità, di garantirsi che non protesti. E poi consente di non fare accordi complessi, pianificazioni, mediazioni. La logica dell’emergenza risponde perfettamente a questa fase storica. L’emergenza è la reazione dinamica di una classe politica complice della ragione mediatica. Il modello Roma, e più in generale la nuova sinistra degli anni 90 e 2000 ha basato buona parte della sua azione politica avversando la programmazione e preferendo la logica emergenziale, securitaria, repressiva. Una sorta di deregulation giudico-sociale dopo quella economica reaganiana. I soggetti politici sono oggi così impregnati di quella cultura che nemmeno se ne rendono conto. Per questo quando si fa loro notare l’aberrazione della baraccopoli di stato, rispondono che è sempre meglio di niente.

Commenti
2 Commenti a “La segregazione a Roma. Un modello che dura da vent’anni paro paro dall’amministrazione Veltroni a quella Raggi”
  1. Claudio Castellini scrive:

    articolo strepitoso, grazie mille.
    c.

  2. Paolo scrive:

    Il problema vero è che questa riflessione non la fa nessuno a livello politico. Difficile immaginare che se non avessero vinto i 5 stelle chi arrivava al posto loro fosse meno continuista. Il che significa che anche se e quando l’attuale amministrazione dovesse essere giudicata negativamente nelle urne e sostituita restano scarsissime le probabilità di un cambio di rotta. Del resto, di case popolari c’è qualcuno che parla a livello nazionale? Eppure siamo in campagna elettorale.

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