Guido-Cavalcanti

La prima sembianza. Un racconto su Guido Cavalcanti e Dante Alighieri

Guido-Cavalcanti

Eppoi una notte che si stava in piazza e si era ancora ai primi freddi ci ha chiesto Avete fatto caso che sono sempre i mariti delle brutte a difenderlo, il matrimonio? Assurdo. E Lapo, che sedeva per terra con la schiena appoggiata alla panchina, la testa rovesciata alle stelle piccine piccine, borbottava. Per forza, poveracci, devono farselo andare giù. La prigione rende stronzi. Stupidi. Avidi, stronzi e stupidi, ha scandito Forese, affondando il fiasco nell’aria a ogni parola. Sbatteva gli occhi, e dondolava sulle zampe da trampoliere.

La Chiara del Davanzati non è così disperata, ha buttato lì tuo cugino. Sei un nano, Lapo. E calvo. Ah! Cecco stava rannicchiato in un angolo, un ghigno sulla bocca nera e i capelli incollati sulla fronte bianca, la barba sudicia, a fissare ingrugnito chissà cosa. Come al solito, ragionate da somari e vi sfugge la visione generale, la trama segreta, l’eroica intenzione, sei intervenuto tu, oscillando appena sul posto col dito alzato al cielo e un luccichio negli occhi scuri. Per quanto sbronzo, non biascicavi quasi mai.Intenzione è buono, Forese faceva di sì con la testa, buono. Trama è grezzo, facile, Cecco chiedeva il fiasco con un cenno del capo. Lo fanno per noi, proseguivi. Hanno misurato l’estensione della cella – e hai percorso quattro lunghi passi sui ciottoli umidi, a testa bassa – guardato bene le streghe con cui sono finiti e hanno preso la grande decisione solenne, l’eterno ammonimento, per l’approvazione degli angeli multicolori e dei santi. Hai spalancato le braccia, e mi hai sorriso. Si sono messi contro la porta per impedire alle racchie di uscire. I gelosi delle brutte sono anime grandi, cavalieri giurati. Non importa quanto strillino e piangano e si buttino contro. Quelle berciano? E loro cantano a coprire il canaio. Come Cecilia e Lorenzo beati e martiri, morsi dal ferro e dal fuoco dei romani pagani. No, il malanno va trattenuto con spada e scudo.

La splendente luce, quando apa-a-re, ho attaccato a cantare lentamente io, guardandoti dalla parete della chiesa, a braccia incrociate,in ogne scura parte dà chia-ro-o-re. Fammi uscireeeeee fammi uscireeeeee, squittiva Lapo a terra. Cotant’ha di virtute il suo guarda-a-a-re, che sovra tutti gli altri è ‘l suo splendo-o-o-re. Fammi uscireeeee. E Forese piegato a ridere, mezzo strozzato dal vino, a battersi la mano sulla coscia. E noi anche.

Cerchiamo nelle amicizie altrui la perfezione intravista nella nostra. Ricordi quanto mi hai citato quel passo del Lelio con Oreste e Pilade che in teatro fanno a gara per sostituirsi l’uno all’altro sul patibolo, e la gente giù a spellarsi le mani e piangere. Si camminava lungofiume, risalendo a monte, fino al vecchio mulino che serviva quel vino di pantano.Risposi che Cicerone stesso alla fine dei giochi s’era dimostrato solo un altro muso in quell’applauso a buon mercato, a tubare coi piccioni, visto che in vita sua se l’era sempre data a gambe, e tu hai sorriso a metà, con un pizzico d’ombra nella bocca, come se avessi fallito una prova a non prenderti il braccio e annuire. Adesso che le zanzare mi mangiano le mani e la faccia in questo buco di culo, mi chiedo se lo scorso maggio quando hai messo il tuo nome sul documento che mi ci ha spedito, per un attimo hai pensato che bello scherzo sarebbe stato scriverci Pilade o Oreste.

Ma va bene così. Usciamo a fare una passeggiata, anche così lontani, ti va? Pareva piovesse da cento giorni. Oggi la valle è piena delle nubi dei monti, è tutto ribaltato, con le nuvole verdi e l’erba grigia, e un vento stanco, dalle più tremende lontananze, come dicevi tu. C’è un sentiero scuro, pieno di muffa, e un muro di ciottoli che non arriva alle spalle. Non ho un nastro per i capelli, come a casa. Lapo mi sfotteva sempre. Tu sorridevi, guardandomi attraversare la strada a braccia aperte. Nevicava appena, senza vento, l’aria odorava di fumo, e si aveva tutti le guance rosse. Onorate l’altissimo poeta, ti dicevo, bello il cappotto nuovo. Avevo un taglio in faccia. Ma che hai fatto?Mi sa che è stata lei, ma non ricordo. Allora ha fatto bene. Forese si aggiungeva poi a Porta San Gallo. Ci vieni domani a leggere dai Cerchi? Probabilmente no. Probabilmente te tu scherzi. Se non porti qualcosa tu, ci sorbiamo quelle mezze seghe e basta? Saputelli che si rimpinzano di rime grasse e non hanno di meglio da fare che raccontarci davvero i fatti loro. La realtà è sopravvalutata. Secondo me si viene alle mani, ve lo dico. Insomma, come sta la tua bella bambina? E che vi giova saperlo, cazzoni? – ridevi – Badateci ai fatti vostri.

Il cielo era bianco e ci siamo fermati per il vino caldo. Appoggiati al chiosco coi gomiti, di schiena, guardavamo scorrere le ragazze che sfilavano ogni tanto come acque di un fiume sepolto, gli occhi accesi o delusi. Si provava a far incazzare Cino, che a Pistoia era fortunato se non avevano la barba, ma quello era una pasta. Quando ce la presenti? ha chiesto Forese, e io non ti ho lasciato rispondere. Il più tardi possibile, per favore. Il più tardi possibile. Insomma, se vieni cosa porti? La canzone è roba buona, grande attacco e generoso, la sirima funziona pure, se Casella te la musica davvero stai a cavallo. Però ‘non che da sé’ non si può sentire, e dire che ci ho un po’ di colpa anche io. Cerca di scordarti Guinizelli e Montagola, ti sono troppo familiari.

Quand’eri lontano, mi scrivevi lettere che mi consolavano e facevano contento. Mai troppo lagnose, anche se non te la passavi bene. Spalavi merda sui bolognesi, gente che sapeva di università anche quando te la trovavi accanto a pisciare. Sfottevi Matazone e Ruggieri e i loro poemi luridi, gli ambiti disonori. Mi trascrivevi brani dell’Aquino. Usciremo mai dal guscio, folgoranti, belli e dolenti come ciò che scriviamo? Raccontavi dell’aria serena e sospesa, e come ti sentivi prima di uscire per andare a qualche cena, dove avresti incontrato una tipa che sapeva pure di francese. Qualcosa di noi avrà sempre diciassette anni? chiedevi. I compagni di casa ti fischiavano dietro, quel finocchio di Piero si portava le mani alle guance e tubava. Ma come siamo belli stasera. C’è un’isola di silenzio nelle prime note di una canzone, un tonfo comune, un’eco che spesso poi non si ritrova. Così è, scrivevi, di quell’ultimo sguardo allo specchio, dei gradini discesi, del cielo arrossato che aspetta fuori del portone.

La misteriosa possibilità tremenda. Crea l’illusione ma non ci credere troppo, ti rispondevo io. Finirà che farai sembrare piccoli i nostri amori, chiacchierone con la febbre. Le dita impazienti del giorno frugavano nella stanza, e Tessa mi dormiva addosso con la testa sulla pancia. Anche lei è morta, come Antonia, e Bice, e Lina. Talvolta penso che portiamo sfortuna, fece Forese. Cosa sareste senza le vostre belle di là dal fosso, disse Cecco, scucite rime a colpi di no, quello è il no definitivo. E il sì, aggiungesti, i morti non ti possono deludere.

Ah le donne le donne le donne. Che il vento lascia senza peso sulla terra. Barche che dondolano placide sul mare della nostra paura. Specchi negli specchi. Oro, argento e azzurro. Angeli della falsa visione. Ricordo Vanna, la pioggia bionda quando mi scivolava sopra, e rovesciava i capelli addosso. Ma che bella accoglienza che mi fai tra le gambe, chi sei, che l’aria ti trema intorno? Sono uno dei tanti tuoi sbagli, amore mio. D’inverno sedevo per terra, sotto la finestra, mentre lei stava in poltrona e leggeva per me, o aggirava per la stanza e accendeva le candele. Non pare molto comodo, sorrideva.Però da qui ti guardo solo io. Chiara, impassibile e alta, appena un sorriso, le pupille grandi, già vedova, e se n’era stata in Grecia. Si divertiva a invitarmi a cena per scandalo, e ascoltare le vicine che starnazzavano alle finestre.

Marozia, che prima piaceva tanto a Lapo, con quella pelle bianca che tratteneva il segno rosso delle dita, i capelli neri e le occhiaie livide,e voltava sempre la testa quando tratteneva un singhiozzo. Le scenate che mi faceva. Insipida e nervosa come la roba che scrivevate allora, ci sistemò entrambi Forese. Ragazze e poesie banali si assomigliano tutte. Una che valga la pena starci sempre non l’ho mica trovata. Brave son brave, ma solo pensarci è un’angoscia, Cino pareva quasi scusarsi, si premeva un bicchiere d’acqua e limone sulla fronte. Forse tutte o quasi lo varrebbero – tu guardavi da un’altra parte, verso i monti azzurri, alla sera – se lo valessimo noi.

Ti piaceva tanto venire a casa mia. Sedere nella cucina che dava sui balconi, i fili dei panni stesi e Santa Croce. Era aprile e faceva già caldo da camicie bianche. Come potremmo vivere lontano da qui, dicevi, dove tetti e guglie accumulano geometria, i princìpi generali della vita. Stavi al tavolo con un tagliere davanti mentre chiacchieravo,ti abbrustolivo il pane per le uova, dicevo che avrebbero dovuto farti sposare mia sorella. Sei uno dei pochi per i quali cucino, è proprio amore. Mio padre passava a prendersi una fetta col formaggio, già ingobbito come un arco, mi perculava per i calzoni, buttava un occhio al tuo libro e ti faceva l’occhiolino. Si allontanava agitando il pane sopra la testa, canticchiava quella sbobba politica dei tempi loro, Bonagiunta e gente così, palate di vomito sul papa e i preti ladri. Rime da far rizzare il pelo ai gatti. Tu lo seguivi con lo sguardo, sorridendo, poi tornavi a ficcarlo nel piatto. Mi spiaced’invitarti poco, io, ammettesti una volta, è un buco rugginoso, anche in pochi si sta stretti comunque. Compreso lo spettro del vecchio succhiasangue, volevi farmi intendere, rigido e cattivo pure da morto, ma non l’hai mai detto. Né mio né tuo, né mio né tuo, ripetevo io. Magnifici e benevoli, non importa. Puoi dimostrare che i genitori non sono perfetti comunque perché desideri amare meglio di loro. Dai che stasera ti porto a cena in un cantuccio che non conosci.

Arno, balsamo fino, le mura di Firenze inargentate, le rughe di cristallo lastricate, fortezze alte, merlate. Lapo la buttò lì, così, mentre si tagliava dai Cimatori, noi a guardarlo improvvisamente zitti, e lui strinse le spalle e incassò la testa. Che c’è, non è buona? Persino Cecco annuì piano. Forese indicò le prime rondini, la dolcezza del tempo nuovo. Adesso le vedrai gocciare dalla finestra del comune. Chissà a che punto sarete coi lavori. Pure qui strillano oggi, fanno avanti e indietro sui tetti di paglia. Il prato oltre i recinti è quasi bello, picchiettato di margherite. Le mucche pascolano ai piedi della frana marrone chiaro. Masticano equazioni.

Hai sempre notato tutto, con molta più pazienza di me. Cose che ai miei occhi non avevano peso, io che conosco un solo dialetto del cuore, tu le assumevi come un fiume. Il bambino col bastone che inseguiva una lucertola in un pomeriggio di sole, il vecchio senza denti che bestemmia e muore ad un angolo del vicolo, le piccole nubi di lucciole in campagna. E al tempo stesso una fiamma bianca che tutte le consuma e ti pesa addosso come un pianeta di gaiezza e rabbia. Ho paura che un giorno mi sveglierò e la tristezza sarà sempre lì, come quegli orchi delle fiabe che l’alba sorprende e trasforma in pietra perenne. È così difficile starmi vicino? chiedesti una volta. Per nessuno tranne che te, mi sa, Isaia. Si sedeva nel chiostro della Castagna, e pioveva. Tu arrovesciasti gli occhi di sbieco, soffiasti una pernacchia.

Io allungai il collo sogghignando. O Isaia Isaia, sommo profeta del perenne rigore, pena sofferta e inflitta, accesa bufera d’antico rancore. Talvolta, dicesti guardando la pioggia, ho paura non ci sia risposta a quanto è passato in noi e vicino a noi. Forse non c’è nemmeno la domanda, risposi. Cosa pensi, quando pensi a Dio? chiedesti un’altra sera mentre io me ne stavo sui cuscini per terra, e carezzavo Villanova. Meno male che quella gatta è sottoterra da un pezzo, qui avrebbe fatto il diavolo, era più schizzinosa di me. Quando mi leggi qualcosa, quando scriviamo qualcosa, eccolo Dio, risposi. Generazioni più volgari ripeteranno quanto abbiamo fatto, annacquandolo, o forse siamo noi tanto malfermi e insicuri da guardare indietro e sovrapporre la vita alle migliori parole di altri.

Siamo tutti ladri. Ma importa davvero se lo credo? Stasera la stanza puzza di segatura e piscio, non ho profumi e fiori. Alle feste degli Adimari qualcuno aveva scritto col gesso sulla tazza ‘Gocciale viole mettile anche qui’. Te vuoi farmi invidia, dissi quando ci conoscemmo a casa loro. Niente ombre di figure, un senso pieno del tempo, punteggiatura, respiro.Partire così è scorretto. Meglio che diventiamo amici sennò qui mi tocca accopparti. Donati è un discreto poeta, Cecco continuava a mangiare, ma questo non mi impedirebbe di ucciderlo.Qualcuno aveva tirato fuori una ribeca e si cantava. Tu recitasti un paio delle prime, Deh, Violetta, che in ombra d’amore, Lo meo servente core, e Lapo ti guardava a occhi sbarrati mentre Forese non si toglieva il sorriso dalla faccia come a dire ‘Ve l’avevo detto’. È tuo cugino, mica ti è sprizzato dalla fronte come Minerva, l’Antonia di Cino beveva peggio di noi, gli puntava contro il calice inclinato come fosse un coltello. Marozia girava per la stanza, faceva di sì con la testa, accennava una stampada lenta.

Ecco un vero poeta, dissi quella sera a letto. E forse nemmeno lo sa, aggiunse Vanna, che queste cose le capiva. Lo sa, lo sa, e proprio per questo gli faranno tutti male, i grossi che non lo intendono e chi crederà di riuscirci. Mi tirai la coperta sulla testa. Anche adesso che sono sul letto e ho la febbre, ci penso. La stanza gira, tutto si muove, pure gli alberi là fuori alzano i tacchi, e ricordo quando si gareggiò a raccontarla, la perfezione, e io dissi che era un campo aperto d’immisurabile algebra, anzi un oceano di spassionato cristallo, una lucente chiarezza che cancella divertita ogni freccia strada strazio abbia mai condotto a essa, e ci si libra da infinite distanze, sospesi nella luce,e si ride di quanto sembrava contare tanto, mentre tu ti accigliasti e te ne venisti fuori che perfezione è un viso di ragazza addormentata,la spazio grigio tra te e lei, la sua pupilla al risveglio, così vicina da ritrovarci la tua faccia. Ho provato a fissare la mia, l’altra sera, quando Giuntina qui mi è salita sopra. Che vuoi farci, è vecchia, e grassa, col fiato cattivo e i capelli scialbi e certi rotoli cicci sotto la gola. Però mi tiene in casa per un buon prezzo, e neppure io me la passo tanto bene.

Quanti capelli bianchi, e pure la barba. Mi vedesse il Latini. Mai dare retta ai vecchi uggiosi, m’intimò una sera poco brillo da par suo, t’apparecchiano la loro tristezza come saggezza universale ma vogliono solo scopare e stanno invecchiando e hanno paura a restarsene soli.È vero anche a quarant’anni, e allora eccomi qui. O tu sei un mare amoroso, alta rocca e forte manto, oro bianco. Fai su e giù, soave provvidenza, che avventura deliziosa. Tanto adorna e preziosa. Cera gioiosa, angelica sembianza che riposa. Un giardino appena schiuso, Vanna, una parete liscia, Chiara, una corda tesa. Non ridere, contento di guadagnarmi il pane. Baciami pure, mi aggrappo a quei sacchi flosci, quasi quasi ti azzanno il collo lardoso. Marozia, prato d’ogni fiore, mi passi il naso sul labbro, mi tremi intorno e io scatto su,ti cullo, dondolo e spingo. Tutto il mondo canta. Le stelle mutano il pianto in riso, non c’è sensato nome, tutto trasvola, è trasparentissima sostanza.

Solo due anni fa, si guardava la mia Tancia piccolina, ci promettevano di maritarla col tuo Pietro. E chi se ne frega che lei è la maggiore.Come avremmo cenato all’aperto, nella miacasa su a Perano. Le merende sull’erba, con fragole e panna. Forese imbiancato che imita i gabbiani, plana sui dolci, si becca un ceffone sulle zampe da Biagia, fa spanciare tutti. Ci sarebbe casa persino per il muso di Cecco, che racconterebbe ai ragazzi di Rolando e i giganti.Vedremmo l’antico fuoco farsi strada fino ai bambini di ieri, allungare gli arti, iscurire la voce, generare bisticci, la prima peluria, i nostri stessi tremori. Appianeremmo le rughe in quella nuova grazia così facile e pronta, nel vederli sedere come bestie agili al tavolo sotto il ciliegio, crederemmo di farli crescere e amare più liberi di noi, forse ci riusciremmo un poco, e basterebbe un’occhiata a ricordarci il lago profondo che fummo e che siamo. E anche se così non fosse, aggiungesti tu,lo custodirebbe il risvolto dell’arazzo, il disegno dilatato, morti e passato ci aprirebbero una porta sulla primavera che ci attende anche dove non andammo. Sarà. Lascia che oggi ti racconti una storia, Isaia, qui dove non sei.

È una fiaba d’antica saggezza, dell’Oriente remoto, dove gli schiavi baciano la polvere ai piedi dei re, la penna del sapiente è un duro giavellotto, e il suo occhio un firmamento di stelle sempre vigili e accese. Ascolta. Oltre tutti i deserti di pietra e fuoco, c’era una città di candido marmo, dietro un cerchio chiuso di rame fulgente, casa per tutti gli stregoni. Qui ogni dieci anni essi ritornano dai quattro angoli delle terre, e gareggiano in sapienza e magia durante un grande pazzo mercato. Solo per assistervi gli ambasciatori dei regni debbono digiunare sette giorni e sette notti, e mozzarsi un dito della mano sinistra. Lì furono congiurate e vendute molte invenzioni crudeli, ma nessuna tremenda come quando s’era ancora ai nipoti di Adamo, e un grande vecchio fu acclamato vincitore d’ogni gara perché presentò la gemma della prima sembianza, il gioiello che custodiva la sovrapposta immagine che si raggela su ciò che c’innamora, vecchia chimera, luce serena, prato gaio di neve candida, che rinnova l’antica falsa promessa, in primavera. Ma vi fu una calca per rubarla, e qualcuno la spezzò sotto il tacco.

I frammenti li disperse il vento, e pure i pochi morti di allora piansero, e dire che si era agli inizi del mondo, ma già essi sapevano cosa correva per le terribili strade. Non c’è fatto, per inutile che sia, che non contenga la menzogna universale. E quando si era tutti a casa di Lapo, chi sul divano chi per terra chi in piedi, e t’impuntasti su “ragionar d’amore” per una chiusa, con Cino a darti corda e Lapo a dire che no, basta, non le si poteva ficcare dappertutto in verso o prosa, Forese fissò il soffitto e se ne venne fuori che rifilavamo stronzate da anni, è inutile disputare con le donne. Lo è con chiunque, aggiunsi io nessuno parla davvero, son tutte chiacchiere rovesciate con noi stessi, e gli altri a farci solo da eco. Anche adesso? chiedesti tu con gli occhi in fiamme. Sdraiato lì com’ero, avrei voluto abbracciarti e invece sorrisi cattivo e ripetei sì, persino adesso.

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L’informe creatore di ogni forma si diverte così, ha tirato su una manciata di folletti senza intelletto, ognuno incatenato alla sua cieca funzione, in allegro idiota girotondo, e noi quella somma di schiavi che dormono scopano cagano la chiamiamo anima, e libera. Scuotesti la testa severo, appena, come quando ti chiedevano se c’erano problemi con Gemma, la mascella tesa, gli occhi bassi a perforare pavimento e parete. C’è una linea grigia, l’ultimo tratto d’orizzonte, scandisti piano, punto d’incontro tra gli emisferi, la carne cieca, corrotta, e la pura riflessa potenza che fuga ogni tenebra e gelo, le regioni della comprensione e della fiducia – avevi la bocca dura, delusa, che cercava di farsi sprezzante – e se non sai vederla, se non vuoi, non sfottere quanto ti sfugge. L’hai detto, è una linea grigia, scorta da qui, risposi calmo, senza alzarmi, e sappiamo benissimo cosa troveremmo se mai fossimo là.

Sono gonfio di pancia e magro di mani. L’anello mi scivola all’indice. Ne feci uno identico a Vanna. Quando la conobbi a una festa, mi fermò a metà d’una frase, una mano sul petto. Non ti muovere. Devo farti conoscere una persona, ti piacerà. Uscì di stanza e chi la rivide più. Due mesi dopo si passeggiava assieme, rispondeva colpo su colpo, sapeva parlare meno di me. Si commuoveva poco, sorrideva con l’angolo della bocca, era alta come me e rideva forte quando spingevo la lingua nella fica. Una mattina, proprio qui sul ponte, ho visto un’altra me stessa venirmi incontro, mi disse una notte. Leggeva tutto quello che scrivevo, prima di dormire mi soffiava sugli occhi, passava un dito sulle labbra. Piaceva persino a mia madre, che giocava a fare la strega con tutte. Immagino tu sia quella che si scopa mio figlio. Spesso, signora. Ricordi come portava i capelli scoperti, e nessuno fiatava. Volevo vedere, con quelle onde crespe. A Marozia invece il velo stava bene, lo portava come quel suo disprezzo nervoso, mi piaceva tanto baciarle l’orecchio sottile, compresso dalla stoffa. Un mattino d’agosto che già faceva caldo m’infilai solo i calzoni e uscì che tutti dormivano. Tornai che Vanna era seduta a letto, i cuscini dietro la schiena, a guardare verso la porta. Dove stato? A cercare quell’altra che mi dicevi, ma a quanto pare ci sei solo tu.

Qualche sera fa, sedevo all’osteria. Iniziano a farci il callo, e non mi squadrano troppo. Finirò col giocare a carte con questi vecchi. Tutto puzza di unto, qui. Si era in pochi, fuori pioveva appena.Gettavano pigne nel fuoco. Il fumo faceva male alla testa. Qualche tavolo discosto, un ragazzo rideva da solo. Io fissavo la birra, e rivedevo le panche del Verdi, il nostro posto fisso, vicino alla finestra. Forese allungava il collo a ogni sottana che passava. Certo che il matrimonio t’ha proprio fatto bene. Quella ha sempre la tosse, ci credete voi? Ditemi come si fa a compicciare qualcosa. È malfatata, poverina –sogghignavi tu dietro il bicchiere – non s’è ancora ripresa da quel tuo temperino di ghiaccio. Cecco insisteva d’avere sempre le spalle al muro. Ma così non te lo appoggia nessuno, gioia. Una notte si era solo io e lui, non ricordo perché. Io ero parecchio andato e lo guardavo spazzolare piatti da non so quanto. Ma come cazzo faceva, lo sapeva solo lui. Una puttana gli aveva fatto cenno, e lui non aveva detto sì né no. Intorno il vocio scorreva come acqua sui vetri. Avevo rotto da poco con Vanna. Poggiavo allo schienale della sedia, un braccio oltre la spalliera. Lo fissavo a occhi socchiusi, sorridevo.

Dice che non piangerò mai in vita mia, perché degli altri in fondo non me ne frega niente, e che è meglio lasciarsi così quando ci stiamo ancora abbastanza simpatici.Ovviamente non le ho detto che era l’unica a farmi cagare veramente sotto. Buffo come certe parole trasformino anche il nostro passato, ci facciano diventare quanto dicono di noi. D’un tratto aveva ragione. Tutto quello che le avevo detto, l’amore parlato, la roba di casa, come mi teneva la mano, gli errori e i rimedi, pareva di guardarli dall’altra parte d’un fiume. Sorrideva, come per una battuta che capissimo solo noi. Le ho versato mezzo bicchiere, e via così. C’ho pure dormito un paio di giorni, finché non ha avvisato a casa che tornava. Quando l’ho detto a Isaia, ha fatto tanto d’occhi. Pareva avessi costretto anche lui.Che problema c’è? Mi credete stoico, gli spiegavo, ma sono solo pigro. Un giorno, ha detto Cecco senza sollevare la testa, ficcherà tutte le sue in una donna sola. Queste son solo abbozzi. Ha già cominciato con la Portinari. Gliene capiterà una migliore delle altre, o più zitta, e si convincerà d’averci parlato, col fantasma perfetto.È quello che lo giudica in ogni cosa, dall’altra parte dello stesso fiume da cui facevi ciao ciao. Tu cosa hai? gli ho chiesto, come se osservassi una belva curiosa.

Isaia ha la sicurezza e il tormento di quel volto segreto, noto da sempre, invisibile e ovunque, la vittoria oltre tutte le sconfitte, e io niente, il miracolo che davvero non me ne frega nulla, forse, a parte le canzoni, e pure quelle son tutte uno scherzo. La donna è una freccia tirata a caso per insegnarci la divina indifferenza. Tu invece cos’hai? Io, e alzò occhi e labbra tremanti, stringendo il coltello quasi volesse accopparmi lì, davanti a tutti, io c’ho che non resta che gridare – non gemere, no, né frignare – urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e forse non sapevi ancora. Stringerselo al petto, e gettarlo in faccia alla bufera che ti mangia, al cielo che precipita, senza sporca speranza. Per dirlo a se stessi, per impararlo da sé.

Tutti dormono adesso. Sono sceso in strada e guardo le poche case, qualche luce. C’è un cancello di ferro, e ieri uno dei nostri lo stringeva come solo quello lo separasse da casa, lo scuoteva con brevi scoppi di furia.Rammenti come il Latini ci attribuiva tutti i mali al terrore della chiarezza, per lui l’intero corso delle cose era una lotta contro ostruzionisti e provinciali, erbaccia permanente. Il discorso chiaro e duro è una salvaguardia da stimare, anzitutto con se stessi. Togliamo pure il duro, che ne dici. Rivedo come si stava curvi sul fuoco quando c’era presa voglia di dormire al mare, in autunno, io e te. Bice era morta da quasi un anno. Avevano freddo sulla schiena e i visi in fiamme per il vino. Si rideva, vociava, mormorava piano. Parlare con te, dicesti, è come farlo in una tomba. Proibito, deprimente? scherzai. Dolce, inconsolabile. E oggi lo ricordavo già allora. Di tutti i momenti possibili, fu proprio allora che lo vidi. Non avevo bisogno di guardarti, non occorreva una crepa nell’accordo perfetto, ingobbiti a tendere le mani alla stessa luce.Così quando in comune si lesse l’elenco dei cacciati e tu sedevi rigido, gli occhi lontani, e fu detto anche il mio tra le urla e i pugni battuti, con Lapo che ti scuoteva la spalla, Forese che usciva a spintonate e Brunetto che portava le mani alla testa, mentre la sala esplodeva e le guardie davano mano alle spade, è tutto uno scherzo, pensai, e mi fissavano a occhi sbarrati perché non facevo nulla e pareva venisse giù il soffitto e i parenti di tutti strillavano,  e io sorridevo, è tutto uno scherzo, anzi un omaggio. La stessa storia di sempre, e forse neppure la mia. Sono solo il primo, è il mio privilegio d’amico. In questa tua bufera finiremo tutti inghiottiti.

Non sono i miei luoghi, questi, che ci faccio io della campagna. Non è il mio tempo, così indeciso, così prossimo a morire senza riuscirci mai. O forse sì. Tutto resta indietro, il sangue stagna. Tu la conosci la crepa, me l’hai fatta vedere quando scrivesti Questo Ognissanti prossimo passato. Solo tu potevi accostarli, due aggettivi, nell’invalicabile ieri. Se potessi, stanotte continuerei a camminare e basta. Risalirei dalle foci alle sorgenti. Indietro e avanti, indietro e avanti.Raccoglierei Cino, e Forese, e Cecco e Lapo. Rientreremmo da Porta a Prato, tirando un sasso contro il legno per farci aprire dalle guardie mezze addormentate. Ci troveremmo alla Novella, come quando non dovevamo ostinarci a ignorare quelle che abbiamo maritato. C’infileremmo a una festa e andremmo via quando fossimo stanchi della musica. Io e te però andremmo avanti a passeggiare, finendoci le sigarette. Ne cercheremmo altre in Beccaria, e da lì prenderemmo il viale fino al fiume e poi di nuovo in centro, mentre i pub chiudono e le scudisciate di profumo delle turiste brille si stemperano piano.L’hai letto quel pezzo che t’ho girato? Certo che sono proprio dei cavernicoli. Credono di perculare il romanticismo con questi labirinti verniciati di cinico ma è tutta imprecisione e carenza di visione. E coraggio.

Scrivere non è uno spazio che dilava, la camera delle lacrime, l’oscura qualità, ma solo una finestra da cui rimediarsi un bocchino. Il che è degradante per lo scrivere e il bocchino. O colmi di nequizia, su che misero cavallo voleste montare! Scostate gli occhi dai lividi, presuntuosi nella vostra superba stoltezza, e già alzate il culo per altre nerbate e il disprezzo d’angeli e diavoli voi lo chiamate successo.Faremmo a gara a sceglierci i palazzi. Siederemmo in Piazza D’Azeglio, alla panchina che preferivo al liceo, sotto al platano, dove lessi Torless e Lapo mi raccontò d’aver fatto scendere una da Milano solo per vedersela sfilare da Forese, che su queste cose proprio non capisce un cazzo. Le nubi si farebbero grigie e vacue. L’ultima, via.Dobbiamo ancora trovare un nome per la lettura di domani. Guarda che cielo, tu guardi poco il cielo. Ci s’inventa qualcosa, andiamo a letto.Dormi bene. Sii sereno, se puoi.

Per i ragazzi de “La Tempesta”

Lo sfogo di Cecco è in parte tratto dall’Antigone di Anouilh.

Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.
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