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La serie più intelligente e femminista che c’è arriva dall’UK

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(fonte immagine)

di Stefano Piri

Il 15 settembre sono usciti su Amazon i sei episodi della prima stagione della comedy Fleabag, scritta e interpretata dalla trentunenne britannica (nata però a New York) Phoebe Waller-Bridge. La serie – che è ambientata a Londra ed è stata prodotta dalla BBC – è l’adattamento di un monologo teatrale portato in scena dalla Waller-Bridge nel 2013, e parla di sesso, famiglia, lavoro e femminismo, ma soprattutto dell’elaborazione del lutto di una ragazza di trent’anni che ha appena perso la sua migliore amica.

L’origine teatrale ritorna nelle continue rotture della quarta parete da parte della protagonista, che si rivolge direttamente al pubblico per commentare quello che sta succedendo, ma soprattutto in una qualità di scrittura molto sopra la media, che fa impallidire prodotti simili ma molto più pubblicizzati come Love e Masters of None.

Nonostante l’estrema brevità – con sei episodi di 25 minuti, la durata totale della serie è quella di un film – che preclude a Fleabag la possibilità di crearsi uno zoccolo duro di spettatori affezionati, a mio parere stiamo parlando di uno dei prodotti più maturi e complessi di quella new wave di comedy al femminile che rappresenta l’avanguardia culturale dell’attuale serialità.

Se è vero infatti che il tema delle grandi serie TV negli anni zero (I Soprano, Mad Men, Breaking Bad, ma anche prodotti meno raffinati come Dr. House) è la crisi di identità e ruolo dei maschi, al centro del periodo maturo che stiamo attraversando c’è invece la demistificazione della femminilità.

Si tratta di uno scarto non da poco, che porta con sé una rivoluzione nella demografia del pubblico, ma anche nel genere prevalente. Don Draper e soci lottavano per conservare la propria virilità a rischio di estinzione in contenitori narrativi per lo più drammatici, mentre quasi tutte le serie in corso con protagoniste femminili complesse (Broad City, Unbreakable Kimmy Schmidt, Lady Dynamite) sono sit-com, comedy o al massimo ibridi come Orange Is The New Black. Questo da un lato ci conferma che l’ironia è il linguaggio delle cause mature, ma dall’altro ci suggerisce che le storie con protagoniste femminili emancipate e non innocenti hanno ancora un potenziale dirompente che ha bisogno della mediazione dell’humour per arrivare al grande pubblico.

Le serie che ho elencato sono molto diverse tra loro, ma hanno in comune l’impostazione character driven che parte da protagoniste brillanti e variamente disfunzionali, con vite disordinate e un rapporto ambivalente con l’età adulta, e un umorismo che batte sui tasti classici del racconto femminista (lavoro, famiglia, sesso) ma con un’impronta individualista, oziosa e cerebrale che qualche chauvinist pig definirebbe classicamente maschile.

La protagonista di Fleabag – di cui non veniamo mai a sapere il vero nome, perché Waller-Bridge voleva che rappresentasse “la donna qualunque” – è una delle più interessanti e tridimensionali che si siano viste ultimamente, una trentenne disincantata ma non cinica, intelligente ma non evanescente, incasinata senza compiacimento o vezzi estetizzanti. Una che porta in scena la propria generazione senza forzature sociologiche o sentimentali, e che si prende gioco con disinvoltura dei cortocircuiti tra vita quotidiana, questioni di genere e vibrazioni politiche nella vita di un giovane adulto evoluto in una metropoli occidentale. Un’ottima sintesi del tipo di umorismo della serie è la scena del pilot in cui la protagonista viene sorpresa dal fidanzato a masturbarsi guardando un discorso di Obama: “so cosa stavi facendo” dice lui.“Stavo guardando le notizie!” prova a difendersi lei. “Allora dimmi di cosa stava parlando”, la incalza lui. “Mmmmmh… Iraq?”.
Il fidanzato se ne va di casa, e sulla porta si volta le grida: “stava parlando di democ…”. Cut.

Il disagio e gli eccessi caratteriali del personaggio della Waller-Bridge derivano direttamente dal conflitto tra la sua personalità e un sistema di valori prevalenti ancora in larga parte maschile. La sua sex addiction e i suoi rapporti insoddisfacenti con gli uomini – che in Fleabag non sono quasi mai stronzi, anzi sono dei bravi ragazzi che tutto sommato fanno del proprio meglio, ma proprio non ce la possono fare – vengono proposte con la giusta ambivalenza, senza indulgenza consolatoria alla Sex and the City ma anche parlando con sincerità del nesso tra sesso, autoaffermazione e potere (nell’ultimo episodio uno dei personaggi presterà volto e voce all’autrice nel dichiarare: “in fondo, tutto lo show parla del potere”).

I personaggi secondari – la sorella, il fidanzato, il padre assente, la matrigna ostile – sono tutti ben sviluppati e complessi, ma anche deliberatamente rappresentati come proiezioni di un narratore inaffidabile. Il mondo di Fleabag, insomma, è soggettivo ed egocentrico quanto quello di Mr. Robot o BoJack Horseman.

La trama quasi non esiste, o si riduce alla successione di eventi e incontri della protagonista nel periodo successivo alla morte della migliore amica Boo. Si lascia e riprende con il fidanzato, nel frattempo va a letto con altri ragazzi, va a conferenze femministe e weekend di ritiro spirituale con la sorella ricca ed esaurita, cerca soldi per mandare avanti il bar che aveva aperto con Boo. Più che un arco narrativo vero e proprio c’è un lento spostamento di tono e umore da un episodio all’altro: dal pilot, che è comedy vera e propria con una nota tragica solo nell’ultima scena, si arriva ad un ultimo episodio in cui gli elementi comici fin lì raccolti deflagrano drammaticamente. Waller-Bridge ha detto di aver voluto costruire un meccanismo in cui il pubblico avverte un disagio crescente nel ridere della protagonista e di quello che le succede, mentre lei li supplica di non smettere.

Il twist finale è molto potente e chiude il cerchio di Fleabag come storia di rapporti tra donne e come apologo sulla morte, il senso di colpa e il perdono.

Nel solco della tradizione britannica, Waller-Bridge ha uno stile di humour molto caustico ma in realtà usa la commedia come strumento di conciliazione e superamento del dolore. Fleabag tira con maestria le corde emotive dello spettatore arrivando a sfiorare la sgradevolezza, ma alla fine ti lascia spossato e soddisfatto come dopo un pianto liberatorio. Non è poco, e non dovreste perdervelo.

Commenti
7 Commenti a “La serie più intelligente e femminista che c’è arriva dall’UK”
  1. Nadia scrive:

    Trovo l’articolo molto molto interessante, complimenti! Molto acute le osservazioni sul l’attuale emergere di serie segnate dal femminismo che, nello stesso tempo, rappresentano una maturità alta delle “soggette” e della tematica ma scontano una minore maturità del pubblico, si dà aver bisogno di “depotenziare” la portata del fenomeno attraverso i format e il linguaggio, veramente illuminante! E sono curiosissima di vedere fleabag, grazie di averlo segnalato

  2. Andrò contro corrente ma invece trovo l’articolo molto superficiale e banale.
    In primis perché mette in elenco le solite serie Breaking Bad e compagnia come se fossero le uniche di qualità.
    Esistono delle serie che parlano di esseri umani, sia uomini che donne, ma a quanto pare non vengono considerate dall’autrice.
    Esempi?
    Fringe, Person of Interest, Peaky Blinders, Sons of Anarchy, Broadchurch, Downton Abbey
    Sinceramente a me non interessa vedere una serie che parla solo di uomini o solo di donne, mi interessa una serie che parla di tutta l’umanità.
    E se parliamo di femminismo Fringe aveva una delle storie d’amore più all’avanguardia, quella tra Peter e Olivia, dove era sempre stata lei, agente dell’fbi passionale, idealista, empatica e molto molto acuta, a fare il primo passo verso di lui, un genio timido, ex truffatore, dall’infanzia travagliata.
    Trovo veramente triste che si precludano altri generi televisivi soltanto perché non parlano SOLO del punto di vista delle donne.
    La vita umana è più complessa.
    Ah e tra parentesi a me Breaking Bad non piace anche perché è incentrata sull’ego dell’ometto di turno.

  3. Roberto69 scrive:

    Vabbè dai uno che scrive di una serie tv ma evidentemente non ama le serie tv, perchè cita quelle che naturalmente sono serie di spessore come se fossero le uniche serie di lato livello. tra l’altro mette la solita modaiola breaking bad in questo ristrettissimo Olimpo e avrei qualcosa da dire in proposito perchè breaking bad è una serie anche sopravvalutata. Ma su questo aspetto non mi dilungo perchè non l’ho seguita abbastanza da dare un giudizio mio definitivo, i Soprano che ho mollato per noia perchè non era il mio genere ma di cui riconosco la straordinaria qualità l’ho seguita invece abbastanza a lungo da poter dare un giudizio e dire che per esempio dopo due stagioni di mr. robot posso dire che certo quest’ultima non ha nulla da invidiare, ma posso capire se l’autore voleva citare solo serie concluse perchè la qualità può anche precipitare. Allora mi associo al commento precedente al mio, Person of interest di Jonathan Nolan di certo non ha nulla da invidiare alle serie citate. Non scrivete di serie se non sapete di che parlate, l’articolo avrebbe funzionato lo stesso parlando di questa che evidentemente l’autore ha apprezzato senza dare un giudizio su tutta la produzione seriale degli anni 2000 che evidentemente l’autore non conosce o peggio non ha saputo apprezzarne la qualità.

  4. Maria A. Carbone scrive:

    Infallibile: quando c’è una serie, un film, un romanzo, un plaid istoriato con una protagonista un po’ zoccola, c’è il «critico» maschio e femminista* che si entusiasma perché «mostra le donne così come sono», in realtà come lui sogna che fossero, nella sua poca e maldestra pratica 😀

    * Diffido sempre dei maschi femministi: hannos sempre dei complessi di colpa o qualcosa da nascondere; nei casi migliori, hanno una paura fottuta delle donne e del sesso.

  5. Paolo Scatolini scrive:

    “zoccola” ma perchè una donna sessualmente disinibita deve essere offesa?

  6. Alice scrive:

    Una serie strana dove tutti i personaggi sono assurdi, quasi surreali. Gli uomini descritti dall’articolo “bravi ragazzi” sono in realtà dei completi imbecilli che nn capiscono o sanno nulla di donne e rappresentano un uomo stupido e inutile come essere. Un uomo buffo che fanidere per quanto ingenuo. La serie è carina, simpatica, comica, e tutto quel che avviene viene visto e percepito dallo spettatore come surreale. Un surreale che però non dista molto dalla realtà della vita maschile e femminile.

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